Testo di – GIULIA BERTA

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Milano, 1968: in piazzale Loreto si compie un nuovo massacro. La vittima è Matilde Crescenzaghi, giovane maestra della scuola serale A. M. Fustagni, stuprata e uccisa in classe dai suoi undici allievi, tutti tra i tredici e i vent’anni. Almeno così sembra. Ad indagare è ovviamente Duca Lamberti, protagonista del romanzo I ragazzi del Massacro di Giorgio Scerbanenco, da cui l’omonimo spettacolo in scena al Teatro Franco Parenti dall’11 al 24 gennaio è tratto.

Scerbanenco, italiano di padre ucraino e scrittore di enorme versatilità, è conosciuto come uno dei maestri del giallo anni Settanta, e l’apertura della piéce di Paolo Trotti ce ne offre una dimostrazione chiarissima: c’è il poliziotto buono Duca (Stefano Annoni) che non vuole sbattere i piccoli mostri in prima pagina, c’è il poliziotto cattivo Carrua (Diego Paul Galtieri), c’è persino l’amica/amante del buono, la coraggiosa sociologa Livia (Federica Gelosa), e ovviamente c’è un mistero sotto a questo caso fin troppo facile che il Nostro vuole risolvere a tutti i costi. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per una divertente ora e mezza di caccia all’assassino in pieno stile Poirot. Tutto qua? Non esattamente.

Un classico impianto giallo, infatti, sostiene una vicenda umanamente dolorosa, costellata di personaggi potenti e indimenticabili, tutti interpretati magistralmente dai tre attori, e fusa con le contraddizioni politiche e sociali che infiammarono l’Italia sessantottina: macromovimenti di scontro che si riverberano nel microcosmo dei personaggi, nella triade investigativa come nella famigerata banda degli undici.

D’altronde, le “grandi masse” non sono formate da altro che non individui, commissari e laureati, operai e industriali, puttane e sante, individui che portano in giro fieri il loro marchio e ne fanno una bandiera, che sia un distintivo o una laurea, e scegliere che braccio alzare in un comizio non è così diverso dallo scegliere che lavoro fare, o che giornale comprare, o come interagire con un altro.

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Lo scontro che si agita fuori, in un fuori troppo grande per questi personaggi di un giallo, entra nel dentro delle loro relazioni e interazioni: nel vedere Livia che dà del “fascista” a Carrua, nell’ascoltare la rabbiosa risposta del commissario, sembra di vedere uno scontro in piazza, una di quelle manifestazioni violente con il lancio di pietre e le manganellate. E proprio il discorso di Carrua è uno dei momenti più realistici e significativi dell’opera: perché nel grigio mondo degli acchiappaladri e dei ragazzi da riformatorio non c’è posto per chi non si è sporcato le mani, per le Livie che hanno avuto sempre le porte aperte. Di fronte all’eloquenza sporca di dialetto di Carrua, che smonta gli ideali borghesi di una rivoluzione senza futuro, anche la laureata e colta Livia resta senza parole, tanto che, in barba al femminismo, chiede al suo uomo Duca “Beh? Lasci che mi parli così e non dici nulla?” Non di certo quello che ti aspetteresti da una che all’inizio della storia era in custodia per aver dato del porco fascista a un poliziotto durante una manifestazione.

Ma proprio qui sta il bello della pièce: di fronte ai “buoni” ridotti a sagome di cartone inconsistenti e un po’ macchiettistiche, i “cattivi” acquistano uno spessore tridimensionale decisamente più convincente, transitando verso lo status di disillusi, laureati nell’arrabattarsi, sporchi di povertà e ammalati di assenza di speranza.

Questo lo si nota specialmente nei personaggi femminili, resi incredibilmente vivi da una straordinaria Federica Gelosa, caratterista di rilievo, dal fascino trasformista e dall’indubitabile talento comico: tra accenti russi, dialetto milanese e biascichio di ubriaca, è contemporaneamente vittima, investigatrice, carnefice e una galleria varia e composita di testimoni uniche (deliziosa la bidella della scuola serale). Il moralismo filosofico e un po’ fuori dal mondo di Livia si scontra con il residuo di tenerezza pratica e brusca dell’assistente sociale, rifiutata da una casa correzionale tedesca perché ama le donne, che non esita nel definire gli undici ragazzi “i peggiori”, ma che racconta che uno di loro le ha chiesto di imparare a “scrivere le parole delle canzoni”. E il ritratto di Marisela Dominici, tossicodipendente, alcolista, prostituta, vedova e madre, cattiva senza redenzione, disperata senza riscatto, che sostiene di non fidarsi della felicità, nemmeno di quella che le dava il suo Franco, rimane impresso nel cuore a lungo dopo l’uscita dalla sala.

 

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