Testo di – GIULIA MAINO

 

mano

La passione del cinema moderno per il family drama è innegabile; dal capolavoro sontuoso e senza tempo Il Padrino,  alle commedie indipendenti del Sundance, come Little Miss Sunshine, senza dimenticare  le atmosfere ossessive e opprimenti di Festen, manifesto del Dogma 95.
La crisi dell’istituzione famiglia ha portato i registi (dai più grandi agli emergenti) a domandarsi come si potessero illustrare le moderne idiosincrasie e le eterne problematiche che minacciano l’integrità di questo caposaldo della cultura occidentale.
John Wells, conosciuto in ambito hollywoodiano per le sue sceneggiature e per il buon esordio alla regia con The Company Men , raduna un nutrito gruppo di attori eccellenti per portare sullo schermo l’ennesimo ma non scontato ritratto della famiglia americana allargata.

Violet e Beverly Weston, due anziani coniugi dediti l’una ai farmaci (usati in abbondanza per curare un tumore alla bocca) e l’altro all’alcool, vivono in Oklahoma nella contea di Osage. Beverly sparisce da casa, e  Ivy, una delle tre figlie della coppia, chiama in soccorso le altre due sorelle e il resto della famiglia. Quando Beverly viene ritrovato morto per annegamento, tutti i Weston si ritrovano in casa di Violet per stringersi attorno al suo dolore e alla sua perdita, rivelando segreti, incomprensioni e rancore.

Wells, basandosi sulla pièce teatrale di Tracy Letts vincitrice del premio Pulitzer, racconta con occhio clinico e disincantato il complesso intreccio di rapporti di questa famiglia “di carta”. Ogni personaggio ha una sua identità, una sua profondità psicologia e d’azione, una sua moralità; anche chi sembra travolto dagli eventi, come il marito di Barbara (interpretato da Ewan McGregor) ha un ruolo ben preciso nella storia; il suo essere inopportuno e inadeguato è origine di una chimica interessante nei rapporti con gli altri protagonisti. Ciò che scatena il dramma, è la totale incapacità di contatto e complicità tra di loro. La dolcezza e la remissività di Ivy, che chiede a sé stessa un grosso cambiamento nel corso del film, non trova né affetto né comprensione nella durezza e nel cinismo di Barbara (una Julia Roberts in stato di grazia), la sorella maggiore. Le due non si capiscono, e tantomeno cercano un punto d’incontro. Le loro conversazioni\confessioni sono solo chiacchiere vuote, cariche di rimpianto e rimprovero, che si ammantano di ironia fredda e sterile quando le emozioni tentano di affiorare inutilmente. Karen, la sorella minore, nevrotica e infantile, è accolta controvoglia nella ritrovata dinamica familiare, perché considerata deludente, frivola e inconcludente; questo inclemente giudizio viene confermato dal comportamento del suo nuovo fidanzato, uno yuppie tutto soldi e macchine sportive, chiaramente incapace di accettare il suo ruolo di adulto. Chi tiene sotto scacco l’emotività e le tensioni del gruppo è Violet, matriarca fragile e aggressiva, piegata dal dolore, dalle delusioni e dall’eredità di una vita difficile. Essa trova complicità solo con la sorella, Mattie Fae, con la quale condivide traumatici ricordi d’infanzia. Persino il loro rapporto, che pare essere il più radicato e senza segreti, è basato su un comune desiderio di rivalsa, di vendetta nei confronti di un’esistenza crudele e non all’altezza delle loro capacità. Il twist plot che spiazza lo spettatore verso la fine decreta in maniera inderogabile l’impossibilità di un rapporto limpido e cristallino in una famiglia come quella dei Weston, destinata a far coesistere le profonde solitudini dei suoi componenti, senza mai aspirare ad un cambiamento.

Il rapporto fra madre e figlia, brillantemente esplorato dalla sceneggiatura, fa emergere dal personaggio di Violet una profonda insoddisfazione per il presente e il futuro della propria prole, incapace di soddisfare le aspettative generate da una vita di stenti e sacrifici (Violet viene dalla cosiddetta “Great Generation”, che ha dovuto affrontare gli enormi cambiamenti sociali, culturali ed economici di un mondo in tumulto). La donna si scaglia contro Barbara, Ivy e Karen con violenza e forte acredine, dibattendosi in uno stato di lucida follia provocato dalle medicine e dalla disperazione come una belva in gabbia. Gli uomini presenti nella storia si limitano a osservare quest’epopea femminile chi con distacco, chi con dolce pazienza e chi con disarmante e totale inadeguatezza.
L’America, grande madre ostile e contemporaneamente accogliente, culla e destabilizza con le sue immense pianure dal clima cocente e asfissiante, per poi donare spettacoli mozzafiato ed un vento improvviso, che dà sollievo e fa riconciliare con la vita. L’America è nel silenzio comprensivo e discreto di Johnna, la badante indiana che Beverly ha assunto prima di andarsene, che protegge, consola e accudisce i Weston senza scomporsi. L’America come ventre caldo, crudele e immenso che si fa beffe del destino dei suoi abitanti, legandoli a sé con un patto di sangue e lacrime.

Wells gestisce la storia con maestria, dando il giusto respiro ad ogni vicenda, avvolgendo lo spettatore in un flusso armonico e ipnotizzante. Le performance degli attori, folgoranti e indimenticabili, palesano l’origine teatrale della sceneggiatura, regalando picchi di interpretazione di ispirazione bergmaniana. Meryl Streep, indiscussa mattatrice, incanta e stravolge, con l’ennesima prova di eccezionale talento e profonda sensibilità.
Un film coinvolgente, teso e nevrotico, che lascia ben poco spazio ai cliché della famigliola americana; un’ironia tagliente e spietata pervade la pellicola, lasciando un doloroso amaro in bocca difficile da dimenticare.

 

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata