Testo di – MARTA DULLIA e CLAUDIA FRANGIAMORE

“Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto.”

La sensazione che lascia addosso Il capitale umano di Paolo Virzì non è paragonabile a nessun’altra. Si tratta indiscutibilmente un film intenso, sconcertante, capace di privare di ogni sorta di capacità critica subito dopo averlo visto.

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Solo più tardi, quando si è riuscita a digerire la lunga serie di immagini che ha dominato lo schermo per quasi due ore,  diventa chiaro che si potrebbero generare innumerevoli discussioni e dibattiti dalla visione di un film del genere: cosa che il cinema italiano non ci regalava da troppo tempo, sebbene doveroso sia fare qualche eccezione.

Ciò che bisogna sottolineare è che, con questa ennesima ottima pellicola (tratta dal romanzo omonimo Stephen Amidon), Virzì sia riuscito a raggiungere un livello di innegabile maturità registica: condensando i tratti della commedia all’italiana e del thriller, egli delinea ciò che può essere considerata l’attuale realtà sociale in Italia attraverso le vite di famiglie di personaggi molto diversi, i quali tuttavia finiranno in qualche modo per legarsi ed essere coinvolti in una vicenda dai risvolti a dir poco tragici.

Sebbene Virzì abbia operato un tentativo simile già dieci anni fa con l’interessante Caterina va in città, qui la vetrina cinematografica ci mostra molto più che una semplice consuetudine di categorizzazione sociale riassumibile in Destra/Sinistra, fascisti/comunisti, gente bene/gente male: qui l’aspra critica del regista livornese tocca tutti i tasti dolenti riguardanti la società italiana che, in questo contesto narrativo, trova la sua massima espressione nella mentalità provinciale della borghesia brianzola, il cui connotato sostanziale è un profondo e perenne senso di insoddisfazione per la propria vita.

Il modo in cui la storia è strutturata restituisce una visione completa e approfondita di ciò che il regista vuol mostrare allo spettatore, mettendo in luce gli aspetti più nascosti della vita dei protagonisti: il film presenta, infatti, una sorta di suddivisione in capitoli, ognuno intitolato con il nome di uno dei tre personaggi principali, a cui corrispondono altrettanti punti di vista sullo stesso accaduto. In certi momenti della narrazione, queste prospettive si incrociano e si compenetrano, suggerendo che, alla fine di tutto, i protagonisti finiranno coinvolti nella stessa situazione che cambierà la vita di ognuno in modo diverso.

La scena iniziale del film vede un uomo che, nella notte, mentre percorre da solo una strada in bicicletta, a un tratto viene investito da un’auto e scaraventato fuori strada, subendo ferite molto gravi al cranio.

Di seguito è illustrata la vita di Dino Ossola, di professione immobiliarista (in crisi), magistralmente interpretato da Fabrizio Bentivoglio. Ossola incarna per molti aspetti l’italiano medio: è un individuo spregiudicato, interessato all’ingresso nel mondo dei ricchi e dei privilegiati, e per questo non fa altro che adulare il cinico uomo d’affari Giovanni Bernaschi, titolare tra l’altro di un interessante fondo comune d’investimento; grazie ai profitti che ne ricaverebbe, Dino spera di assicurare una vita agiata alla figlia e alla sua seconda moglie, la psicologa Roberta (interpretata da Valeria Golino), che all’inizio del film scopre di aspettare un bambino.

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La seconda protagonista è Carla, moglie del Bernaschi, interpretata da un’esordiente Valeria Bruni Tedeschi (per intenderci, sorella della ben più nota Carla). Insieme i coniugi hanno un figlio, Massimiliano, abbandonato a se stesso, ai vizi e agli agi in cui la ricchezza economica della famiglia gli permette di vivere; ma Carla è una donna fin troppo abituata a rifuggire le proprie responsabilità per occuparsi veramente del figlio, e preferisce dedicare il suo tempo ad un progetto di riqualificazione dell’unico teatro eretto in paese. Incapace di affrontare i problemi di petto, nasconde se stessa dietro l’icona della donna vuota e svampita.
Nonostante ciò riesce a stupirci, dimostrando di non essere, affatto, stupida e inconsapevole della realtà in cui vive, asserendo in modo leggero, ma tagliente: “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto.

E poi c’è lei, Serena, la figlia di Dino Ossola: bella e dannata, o forse tale vorrebbe apparire. Finisce, infatti, per legarsi sentimentalmente a Luca, suo coetaneo, proveniente da un ambiente malfamato, accusato di spaccio di sostanze stupefacenti; per lui Serena prova un’attrazione così forte da spingerla a interrompere i rapporti con il figlio dei Bernaschi, con cui era stata legata per un certo periodo.

La storia li ritrae nella loro quotidianità, nell’ipocrisia e nella miseria che regnano sovrane nelle loro vite. Poi, nel mezzo di una calma apparente, scoppia la tragedia, e i protagonisti dovranno affrontare una situazione difficile fatta di bugie, finzioni, diffamazione; in modo a tratti labirintico, i destini dei protagonisti si scontrano come pianeti in collisione che, tuttavia, alla fine si fondono per donare alla storia l’esito che le spetta nel capitolo finale, atteso e immaginato tanto quanto la brutale verità che porta con sé.

Una storia amara che porta il pubblico a riflettere su una società tristemente malata, incline a dare un prezzo a tutto, perfino alla vita umana.

Non ci si deve stupire di questa considerazione: esiste infatti un algoritmo, utilizzato in campo assicurativo per stimare il risarcimento sulla vita umana, che tiene conto dell’età, della condizione economica della famiglia, dell’attività lavorativa svolta e delle prospettive di vita futura. L’espressione “Capitale Umano”, quindi, è la quantità di denaro che le compagnie assicurative sono tenute a risarcire sulla vita di un soggetto assicurato.

E’ vero, quindi, che la vita sia diventata una merce alla quale può essere attribuito un valore, classificabile come il furto di un’auto? E’ dunque possibile associare un prezzo alla vita di una persona? Può una vita umana pesare più di un’altra?

Questi sono gli interrogativi che sorgono spontanei dalla visione de Il capitale umano, la nuova opera cinematografica di Paolo Virzì: un capolavoro che lascia senza fiato per parlare, né per pensare.

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