Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

DAVV

 

[Milano – 11/12/2014] Il palcoscenico scelto dall’ Università Cattolica del Sacro Cuore per l’ultimo incontro del ciclo Professioni Cultura, proposto dal professor Andrea Kerbaker nell’ ambito dell’ insegnamento di istituzioni culturali in collaborazione col master MEC, è quello di un’ aula grossa come una scatola da scarpe, come facilmente immaginabile per l’occasione, piena all’ inverosimile di convenuti.

Come per le migliori messe in scena il protagonista dell’ incontro si concede il vezzo del proverbiale ritardo d’autore (42 minuti…) e, nell’esatto momento in cui “la folla iniziò a mormorare”, da una casacca verde, da cui uscivano timidi e assiderati solo un accenno di naso e un papillon premonitore, Philippe Daverio ha fatto la sua attesa entrata in scena.

La capacità di piacere del critico star che ne ha permesso di divenire una delle poche figure del mondo artistico-mediatico nostrano capaci di accattivarsi tanto il consenso delle elite quanto quello delle masse ci mette ben poco ad ammaliare i presenti e a far dimenticare le problematiche spazio-temporali che sembravano aver minato in partenza la riuscita della lezione-evento.

Si parla di collezionismo.

Quando le leggi dell’ economia vanno a declinarsi nel cosmo delle Arti avviene uno strano fenomeno trasfigurativo: di fatto “mentre tendenzialmente sul mercato è la domanda a stimolare l’offerta qui avviene l’esatto contrario e a dettare le regole del gioco è solitamente l’ offerta.”

In tempi non troppo remoti ogni ricco borghese voleva un quadro di Bernard Buffet, status symbol artistico di allora, che all’epoca valeva come circa 40 disegni di Klimt mentre oggi, anche senza bisogno di analizzare le ultime quotazioni dei due artisti e anche solo semplicemente basandosi su supposizioni quasi automatiche è facile rendersi conto di come questo rapporto valoriale si sia più che invertito.

La tendenza al collezionismo è da sempre presente, anche se spesso latente, nell’ uomo e “ogni società è facilmente identificabile sulla base delle passioni collezionistiche che la contraddistinguono.”

Uno degli artisti più straordinari del ventesimo secolo è Giorgio Morandi: basta un suo quadro per togliere il respiro ma non esistono al mondo collezionisti che abbiano “un solo Morandi”.

“Qual’ è la ragione che spinge ad avere 40 o 120 quadri di Morandi? Morandi è come una ciliegia e una tira l’altra e nel contempo la sua arte è un qualcosa che presenta ma senza mai dare”, come una bella donna che vive nel vezzo del lascivo occhiolino senza poi concedersi mai…“Traslato passivamente nel mondo del collezionista ne è perfetta rappresentazione: colui che possiede infinitamente ma in realtà senza mai Avere pienamente.”

Perchè?

La “patologia di AlìBabà” vede compratori e collezionisti acquistare compulsivamente oggetti senza goderne, accumulare vittime della mera ossessiva passione per l’ accumulo stesso.

“La dimensione “collezionista” è insita a quella umana: già nel paleolitico la donna aveva più pettini di quanti necessariamente ne avesse bisogno, quella di accumulatore è una patologia intrinseca alla natura umana.”

Ma non si colleziona l’oggetto, bensì l’ identità da esso veicolata.

L’essere umano ha bisogno di spendere e di comperare per due motivi principali: “o per accumulare, come una sorta di collezionista anale nella chiave Freudiana del termine, o per assecondare il puro fatto che senza spendere non raggiunge l’effettivo senso di vicinanza alla felicità.”

Il prezzo non è determinato da una semplice legge di domanda/offerta, o meglio non solo da essa: “nel collezionismo il fluttuare del prezzo non oscilla più in un intervallo credibile e a scandire la bizzarrità dei valori esorbitanti creati è l’utilità marginale”, la somma delle cose che io posseggo che son pronto a sacrificare per possedere l’oggetto del mio desiderio.

È il sacrificio di Isacco: cosa sei disposto a sacrificarMi per dimostrarMi la tua devozione?

Il sacrificio è proporzionale a quanto si possiede: il prezzo di un’ opera d’arte è determinato dalle disponibilità economiche di chi la compera.

È un tema fondamentale che permette di capire l’essenza intima del mercato dell’arte, il collegamento necessario e naturale dell’ attore col suo sacrificio per poter esser tale.

“Le vere azioni che concorrono nel formare il mercato sono delle operazioni di spostamento dell’ attenzione del pubblico.”

Cicerone, vittima del fascino e del gusto greco, fu collezionista e alla prima asta romana il suo patologico desiderio di AlìBabà si concretizzò nell’acquisto, per cifre esorbitanti, di statue greche da utilizzare per arredare il suo giardino, la sua grotta del tesoro.

Ma pensiamo adesso al caso di Giovanni de’ Medici che, ben diverso dall’ essere soggetto a tale atteggiamento, “impostò il suo essere collezionista attorno al desiderio di “concludere la collezione”: il suo accumulare libri era il cercare di completare la sommatoria che avrebbe dato risultato a una summa di saperi il più completa possibile.

È un percorso di collezionismo diverso se non opposto rispetto a quello di AlìBabà: il percorso scientifico.”

Terza ed ultima tendenza accanto a queste è quella dandi del collezionare per circondarsi di bello al fine di vivere in una situazione che il più possibile si avvicini al concetto di agio.

“In hoc signo vinces”  [con questo segno vincerai]

sono ciò che ho e quel che mi circonda è significante del mio significato.

Avidità bulimica, bisogno scientifico intellettuale e gusto del bello: questo è il collezionismo.

“Lutero fu colui che con l’anticollezionismo, scaturito dal disgusto per l’atteggiamento gargantuesco del collezionismo romano, strappò l’Europa a metà fra collezionisti e anticollezionisti.”

Siamo innanzi a un’ intima dimensione dell’ uomo che ne ha spesso scritto e scandito la storia essendone nel contempo testimone.

“Il nomade non accumula, il sedentario si e l’evoluzione sociale si limita solo a plasmare questo dato di fatto concretizzandolo nel tempo in base per l’atteggiamento culturale.”

Il perchè poi tale atteggiamento si sviluppi in modi più o meno raffinati è dovuto alla sola contingenza di fattulità storiche.

E così il mondo del nord, mondo che si sposta, è quello del collezionismo di oggetti e delle wundekammer, e nulla ha a che vedere con il nostro mondo stanziale italiano, del omnicollezzionismo bulimico: “ogni tribù ha il suo collezionismo.”

Il più grande collezionista della storia umana fu un Genovese nato però nel sud, a Pescina: il cardinale Mazzarino.

“Intimamente intriso dei caratteri sociali delle sue due etnie socio-geografiche di provenienza riuscì facilmente a divenire amato da tutti, anche e soprattutto da Richelieu che lo portò seco in Francia a corte dove venne amato anche dalla moglie di Luigi XIII, che notoriamente alla compagnia femminile preferiva quella della soldataglia di buona famiglia, con cui ebbe dei lunghi colloqui… dopo un anno nacque Luigi XIV, inspiegabilmente somaticamente diverso dal suo effeminato supposto padre…

Fu Mazzarino ad educarlo, ad esserne mentore e a crescerlo: il Re Sole fu il primo vero prodotto potente del Made in Italy.

Quando morì, il ricchissimo cardinale gli lasciò tutto, una ricchezza ben più vasta di quella regia: una incredibile collezione, la più magnifica e intimamente lussuosa del mondo, il più completo esempio di commisitione fra decoro, bulimia e intelletto, l’insuperabile e più squisitamente completo apice del collezionismo umano.

Nel mondo o si è Mazzarino o si è altro: se si è Mazzarino si ha il potere e il diritto di plasmare la storia.”

Bisogna che il collezionista vada alla ricerca solo di cose che desidera, non di cose che gli altri vogliono fargli desiderare: Mazzarino nuotò controcorrente, comprando l’innovativo e disgustando il banale.

“Quando l’opera diventa così nota da convincere i più vuol dire che ha raggiunto l’apice della sua parabola e di lì in poi sarà solo una discesa valoriale. Se si riesce a coglierla giustamente, nella macchina del vero collezionismo esiste una enorme fabbrica di ricchezza sostanzialmente “inoffensiva” e pulita.”

Ma il vero collezionista è colui che non si piega mai alla legge della domanda/offerta ma resta ostinatamente fedele a quella dell’utilità marginale: è colui che non vende, o meglio, colui in cui il vendere è qualcosa di non contemplato.”

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