Testo di – PILAR PEDRINELLI

 

Ognuno, quando sceglie un libro, ha una propria ragione per escludere tutti gli altri. C’è chi s’innamora della copertina. C’è chi si fida dei consigli. C’è chi vuole mettersi alla prova. E, magari, c’è sempre chi vuol andare sul sicuro, su quell’autore che non tradisce mai. Io ho l’abitudine di sfogliare le pagine e soffermarmi sulla prima, quella dove ci sono nomi di persone che non conosco che vengono ringraziate, cui l’autore parla, scrivendo parole che il più delle volte sono comprensibili solo dalla persona a cui sono indirizzate, caratteristica di ogni rapporto che vale la pena essere vissuto. In questa pagina, talvolta, c’è anche qualche frase indirizzata a me. Quando ho preso per la prima volta in mano “Zero Zero Zero” di Roberto Saviano, il libro mi parlava così:

“Nessuna paura che mi calpestino.

Calpestata, l’erba diventa un sentiero”.

Blaga Dimitrova

 

Per mancanza di tempo non ho ancora avuto modo di proseguire oltre questa frase guida, pertanto quando, questo sabato, mi sono recata al Salone Internazionale del Libro a Torino, non avevo nessun’altra informazione sul racconto se non questa. A me, però, già bastava per capire che all’incontro organizzato dalla Feltrinelli con l’autore non potevo mancare. Sono le 11.10 quando arrivo e ciò che vedo mi risolleva il morale. C’è veramente tanta gente. Che banalità, uno potrebbe pensare. Vero, se si trattasse di un autore normale. Roberto Saviano è uno scrittore che ha, forse, dovuto combattere di più per arrivare dove sta. Perché ha dovuto combattere con la paura, ed in particolare con la paura che ha la gente. Si tratta quindi di un autentico schiaffo a chi voleva che tacesse, l’esserci, ancora e soprattutto con seguito. Sono le 11.35 quando Saviano entra nello stand. Ci sono TG, fotografi, bambini, poliziotti, cani poliziotti, nonne, mamme e tanti ragazzi. Ci sono urla e grida, proprio come per una rockstar. È uno strano quadro, ma che funziona. L’autore di “Gomorra” sembra il bravo ragazzo della porta accanto di ognuno di noi, ma a differenza del nostro vicino, è costretto ad entrare con la scorta. Non mi era mai capitato di vedere dal vivo una persona sotto scorta. E, come mi ha fatto notare una carissima amica in vena poetica, si tratta di smettere di avere una vita propria e diventa una vita “vostra”. Lui e loro. Con gratitudine reciproca. Saluta, sorride e comincia a firmare autografi ad una fila di ore di attesa. Ci sono critiche al libro, da giornali come Libero che lo definiscono un “flop-Saviano” e un “flop-Feltrinelli”. Altri lo definiscono “più romanzo che documento”, critica per altro che ho fatto fatica a comprendere, più un argomento come la droga è affrontato in maniera tale da essere in grado di raggiungere un bacino più ampio d’utenza più, a mio avviso, si cade nei pregi piuttosto che nei difetti. Il punto, comunque, è un altro. Qui si tratta di un libro e di ciò che c’è dietro. E non parlo di mafia, parlo dei sorrisi delle persone che da tutta Italia sono venute a stringere la mano a Saviano nonostante la mafia. Credo che sia questo, in un’Italia che va allo sfacelo, a dover essere passato a caratteri cubitali. La gente c’è, compatta, e c’è chi ha ancora voglia di dar voce ad essa, sconfiggendo la paura.

”Sono molto contento. Mi piace guardare la gente negli occhi”, è stata una delle frasi che ho colto nel trambusto. Si tratta di un magnifico riassunto di cosa vuol dire il sacrificio a cui si è sottoposto e con il quale ha imparato a convivere per aiutarci ad imparare. Un autentico schiaffo a chi tenta, costantemente, di incanalare la libertà di opinione e la libertà di pensiero in un’unica libertà decisa da altri piani, svilendone il nome stesso. Quindi, grazie Saviano. Nella speranza di leggerlo presto, “Zero Zero Zero” ma Cento di dignità umana.

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