Testo di – GIULIA BERTA

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Mister Pink è tornato. No, tranquilli, nessun rapinatore senza scrupoli si aggira per le strade di Torino: l’unico che deve aver paura di questo misterioso personaggio è l’arredo urbano. Da qualche settimana, infatti, il centro città si sta riempiendo di rosa: una delle prime vittime è stato un telefono pubblico in via Cavour, e da qui l’onda fucsia è espansa rapidamente, contagiando panchine, biciclette abbandonate, e addirittura uno dei turet, le celebri fontanelle a forma di testa di toro caratteristiche del capoluogo piemontese. Neanche il web si salva dalle sue opere: tra ipotesi strampalate, appelli scandalizzati all’amministrazione torinese e, soprattutto, decine di foto, Mister Pink è uno dei temi più caldi e dibattuti sui gruppi cittadini. La domanda è solo una, sempre la stessa: chi è?

D’altronde, in un mondo che offre sempre più opportunità – vere o fittizie – di essere conosciuti, dove l’anonimato è qualcosa da cui tutti vogliono fuggire, l’idea che qualcuno nell’anonimato ci voglia stare può risultare inconcepibile. Potremmo chiamare questo fenomeno il “paradosso di Banksy”: quanto più la tendenza dominante è di cercare di conquistare la celebrità a colpi di selfie, tanto più chi sceglie di mantenersi nell’ombra, trovare uno pseudonimo, nascondersi agli occhi del pubblico, acquista fama e desta clamore. Ma il nostro mister Pink ha tutte le buone ragioni – non solo di marketing – per celare la sua identità: rischia infatti una denuncia per atti vandalici. Il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è si è con gli anni fatto sempre più sottile, e questo soprattutto nel caso della street art, dove questa linea sottile assume il sapore della diatriba tra legale e illegale. Una polemica nata insieme a questa forma d’arte, su cui si è già scritto di tutto e di più, ma che continua a quanto pare a scaldare gli animi.

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Così, mentre un consistente filone della street art è ormai tranquillamente addomesticato e si moltiplicano i graffiti commissionati da enti pubblici o privati cittadini per abbellire stazioni della metropolitana o anonime serrande, un’altra fetta di writers proprio non ci sta a autoconfinarsi nei canoni della legalità e della tradizione: il recente caso di Blu, che per non far finire i suoi graffiti in un museo li ha interamente coperti, è solo uno degli esempi più famosi di un movimento che, nato come progetto di rimessa a nuovo delle periferie interamente bottom-up e come forma di protesta dal basso, fa della polemica rivoluzionaria di stampo nettamente politico e antiborghese ancora oggi un suo vessillo identitario. La street art è infatti, come il nome stesso indica, un’arte di strada, intendendo questo termine a trecentosessanta gradi: non solo come luogo fisico di lavoro dell’artista e come supporto materiale dell’opera, ma anche come luogo mentale, quartiere, ambiente con le sue atmosfere e i suoi disagi. È un’arte profondamente calata nella realtà in cui viene posta e che a sua volta impatta sul vissuto quotidiano dei suoi fruitori, non visitatori di musei ma persone comuni che sullo sfondo del graffito svolgono le normali azioni quotidiane.

Non stupisce quindi che le azioni di mister Pink stiano suscitando tutto questo scalpore e, di conseguenza, l’ondata di commenti indignati dei torinesi: la panchina rosa, che se fosse stata commissionata dall’amministrazione cittadina non avrebbe destato più polemiche delle grosse chiocciole di Slow Food targate Cracking Art che avevano invaso il centro di Torino l’anno scorso in occasione del salone Terra Madre, cambia completamente significato, si carica del fascino della trasgressione, se ancora di trasgressione è attuale parlare, e diventa di più, diventa un simbolo. Nel colorare di nascosto vari angoli di Torino, mister Pink ci sta dicendo essenzialmente due cose: che la cosa pubblica è nuda ed indifesa, e che questo talvolta è un bene. Lo stesso gesto assume una valenza diversa in base al quartiere in cui viene realizzato: se la pittura del turet in centro è stata vista come un atto di lesa maestà, quella della bici abbandonata in San Salvario, quartiere della movida che molto spesso si mescola alla piccola malavita, è diventata l’ennesima riprova di una sorveglianza pubblica non proprio efficiente.

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Si realizza insomma la fusione perfetta tra l’opera, il supporto, l’ambiente e il fruitore, fusione moltiplicata e accentuata dalla viralità sul web: nonostante a parole tutti si mostrino indignati, tutti si sbizzarriscono con immagini scherzose, fotografie, post; qualcuno veste i panni del mister Pink virtuale e dipinge di rosa la facciata di Palazzo Reale, qualcuno fotografa il proprio cagnolino di fianco alla cabina del telefono, qualcuno gioca al detective e cerca di capire il significato sotteso a questa operazione – sarà per celebrare il giro d’Italia? O forse per i centocinquant’anni della Stampa? O ancora come reazione ai tafferugli violenti del primo maggio? – ma nessuno è neutrale di fronte all’onda rosa. Ognuno da essa assorbe il significato che le attribuisce e ognuno la interpreta e la declina a suo modo, personalizza la sua esperienza non solo in base alle sue opinioni a riguardo, ma anche al suo personale modo di reagire al fastidio o all’entusiasmo – e l’essere sul filo del rasoio della legalità, non abbastanza arte da essere inattaccabile ma nemmeno abbastanza vandalismo da essere in fretta condannato e liquidato, gioca un ruolo fondamentale nel dare a ciascuno la piena libertà della propria opinione, non sempre possibile nel caso in cui si parli di grandi nomi affermati.

Tralasciando il lungo e spinoso discorso della legalità del graffito, è una realtà sotto gli occhi di tutti che l’arte contemporanea abbia negli ultimi anni preso una direzione ben precisa, che si declina da un lato nello “scandalizzare il borghese” e dall’altro nell’accontentarlo nella sua smania social, con mostre ed eventi a dimensione di selfie, di cui la mostra torinese L’emozione dei colori nell’arte, che incita gli spettatori a fotografare (e quindi, quasi automaticamente, a postare) Chromosaturation di Cruz-Diez, è solo il più recente esempio; in questo senso l’operazione di mister Pink, che di per sé non ha quasi nulla di più artistico di un qualsiasi scarabocchio su un muro, assume una dignità nuova, che ha benzina nell’indignazione popolare e motore nel moltiplicarsi di immagini, riferimenti, vissuti ad essa legati (basta digitare su Instagram l’hashtag #misterpink per capire cosa intendo). Insomma, mister Pink sta diventando un tassello della cultura pop del capoluogo sabaudo: basterà questo per definirlo artista? Ai posteri l’ardua sentenza.

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