Testo di — FRANCESCA BERNASCHI

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IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON – Francis S. Fitzgerald

Era un giovedì sera, gironzolavo per il piano inferiore della Mondadori a Piazza Duomo, era un po’ che non leggevo e avevo bisogno di un classico ma non troppo classico. 

Ero in cerca di qualcosa cronologicamente più vicino a Bulgakov che a Flaubert, ma di decisamente meno impegnato. Mi spiego?

Col naso per aria e gli occhiali che mi aiutavano a mettere a fuoco titoli e autori scorrevo, avida, gli scaffali. Cognomi, nomi, edizioni, date, storie e personaggi mi confondevano e facevano a botte, con i colori sgargianti delle loro copertine per essere portati a casa quando, all’improvviso, il più sottile, piccolo dei volumi ha catturato la mia attenzione.

se ne stava quatto quatto fra “Il Grande Gatsby” e “Tenera è la notte”. L’ho preso pensando che qualcuno lo avesse messo lì per sbaglio -odio quando le persone non rimettono i libri dove li hanno trovati.

“Il curioso caso di Benjamin Button” di Francis S. Fitzgerald. 

Ci deve essere un errore. E’ minuscolo. Non sembra neanche un libro, assomiglia di più al libretto delle istruzioni di un mobile dell’Ikea. 
Lo apro per vedere se è tutto come dovrebbe essere, se le pagine sono tutte lì. Controllo che ci siano tutte.

Rimango basita: ha il testo originale a fronte. Sembra uno dei testi di Shakespeare che avevo alle medie.

“Papà, ho scelto. Prendo questo!” – mio padre inarca le sopracciglia, si rigira il libro fra le mani e mi chiede se sono sicura.
Sono sicura per forza, devo capire. Devo capire come da un libretto così minuscolo siano riusciti a tirare fuori una pellicola di quasi tre ore.

Lo capisco un paio di sere dopo, raggomitolata sotto il piumone e con le mani tra i capelli: se lo sono completamente re-inventato. E’ un miracolo che abbiano almeno lasciato i nomi invariati.

E più andavo avanti e più mi sembrava che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato. E più le parole si susseguivano e più desideravo risvegliare dal sonno eterno Fitzgerald per chiedergli cosa ne pensasse lui.
Più la storia del signor Benjamin Button andava avanti, totalmente diversa da come l’aveva interpretata Eric Roth, lo sceneggiatore del film, è più avrei voluto telefonargli e chiedergli sotto l’effetto di quali sostanze stupefacenti avesse scritto quel copione.

D’accordo, è stato candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, ma deturpare così uno dei racconti brevi del padre di Jay Gatsby mi sembra che meriti il premio Oscar al miglior film mentale.

Consiglio a tutti di andare in libreria per acquistarlo e leggerlo: decidete voi se amate più la versione originale o la sua rivisitazione cinematografica.
E per le signore: so che è difficile scegliere fra uno scrittore morto da più di 70 anni e Brad Pitt, ma cercate di essere obiettive!

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