Scritto da – GIULIA BERTA

Una volta, nel tempo che fu
prima del Cielo/Terra,
Non vi era che l’Immagine invisibile;
aperture di abissi, mantello di tenebre;
steppa malinconia, silenzio desolato;
turbinio effervescente,
immensa compenetrazione,
chi potrebbe conoscere le tue porte!
(Huainanzi)

Alla corte dei Qing, nelle viscere gonfie d’incenso della Città Proibita, le veloci e sapienti mani degli artigiani cinesi tessono incredibili tappeti scintillanti d’oro e d’argento, ponti verso un mondo che va oltre le nostre limitate percezioni. L’atmosfera della Cina Imperiale approda al Museo dell’Arte Orientale di Torino con la mostra Il Drago e il Fiore d’Oro, visitabile fino al 28 marzo e comprendente 36 preziosi tappeti risalenti al diciottesimo e diciannovesimo secolo.

Una mostra che non è solo una mostra, ma un viaggio dentro ad una cultura austera e profonda, dove nessun oggetto è solo un oggetto: antichi miti, simbolismi e magia si intrecciano ai fili di seta e rame, creando motivi complessi e aprendo le porte ad un altrove che non è mai sembrato così tangibile.Export Wizard-2

D’altronde questi tappeti, destinati ad adornare le sale del Palazzo dell’Imperatore, erano considerati come veri e propri luoghi dell’anima, spazi delimitati che descrivevano universi infiniti. Grazie al loro aderire al suolo ma mostrare la loro faccia verso l’alto, fungevano da ponti tra Cielo e Terra e ricordavano all’Imperatore i suoi doveri verso gli spiriti che l’avevano incoronato. Nulla, nella loro realizzazione, poteva essere lasciato al caso o alla pura estetica: dai soggetti ai materiali, tutto aveva una strettissima connessione con la dimensione spirituale, che permeava ogni aspetto della vita tanto da rendere impossibile distinguere il sacro dal profano – o, in maniera ancora più forte, da rendere sacro anche il profano.

Immerso in una luce soffusa che fa risplendere i tappeti di luminosità propria e accompagnato da un suggestivo sottofondo musicale (“The Dragon and the Golden Flower”, partitura per quartetto d’archi ed elettronica scritta da Nina Danon appositamente per la mostra torinese), il visitatore viene trasportato in un altro tempo e in un altro luogo, alla scoperta dei simbolismi celati dietro allo sfarzo. L’allestimento elegante e solenne, l’uso azzeccato della musica e i pannelli esplicativi molto chiari e esaustivi salvano così una mostra che rischierebbe, visto il tema poco conosciuto e non di impatto immediato, di annoiare, e anzi la trasformano in un’esperienza di immersione in una spiritualità ormai scomparsa. Chiunque si interessi allo studio delle religioni non può che entusiasmarsi di fronte alla perizia con cui i saggi artigiani mescolavano nei loro tappeti elementi ribassati e rialzati, freddi e caldi, morbidi e duri, per simboleggiare lo Yin e lo Yang e per ottenere così quella fusione tra femminile e maschile, tra Terra e Cielo, quell’armonia pura tra Morte e Vita che dà origine al mondo.

I ricami e le immagini, a dir la verità abbastanza convenzionali dal punto di vista espressivo, si rivelano quindi essere sempre dei richiami di natura magica: gli stessi materiali usati, oro, rame, argento, rappresentano i doni che il discepolo faceva al maestro nel momento in cui veniva introdotto ai rituali alchemici di trasformazione del cinabro in oro, rituali che si credeva avessero il potere di donare l’immortalità al sovrano o a chiunque si abbeverasse da coppe d’oro ottenuto con questo metodo. Il Fiore d’Oro, elemento decorativo onnipresente insieme ai draghi (sempre in numero di cinque o nove, numeri significativi per la cosmologia cinese, portatori di piogge e buona sorte e simbolo degli imperatori della dinastia Qing), diventa così l’elisir stesso della vita e l’intera collezione assume un nuovo significato, quello metaforico della parabola dell’uomo giusto da semplice discepolo sulla terra al Paradiso taoista, passando attraverso i monti Kunlun, mitico Eden cinese e dimora degli Dèi, pilastro cosmico e unica via per accedere al Cielo.

L’indubbio fascino dei metalli preziosi e dell’altrettanto preziosa tradizione di un Cina ammaliante e ormai scomparsa, unito alla modernità del concetto di una mostra concepita più come una passeggiata polisensoriale che una semplice sequenza di sale, copre i punti deboli dell’esposizione, costituiti principalmente dalla convenzionalità di soggetti e dalla povertà di soluzioni espressive innovative, creando un’esperienza completa e complessa, che non può che arricchire il visitatore disposto ad aprirsi ad un mondo lontano, sconosciuto e nascosto, e proprio per questo così sensuale ed emozionante.

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