Testo di—GIUSEPPE ORIGO

 

 

Philippe Daverio

 

 Il Franco Parenti è una bestia stranissima: alcuni, i più, pensano sia “solo” un teatro, ma sbagliano.

È un focolare per la sua comunità, una sorta di agorà postmodena, isola di concretezza e tangibilità sociale, oltre che teatrale, nella rarefatta virtualità dell’ oggi.

Sono le 18:30 e la Sala Grande è piena.

Sul palco di legno grezzo, seduto su una sedia a gambe incrociate, Philippe Daverio spicca inconfondibile nella divisa d’ordinanza: giacca, pantalone e panciotto verde bottiglia, calza, scarpa, pochette e cravattino violentemente rossi. Perché il personaggio Philippe Daverio non è solo il critico d’arte in carne ed ossa, no.
Il Personaggio è il pacchetto completo simbolo di quella cultura didattica, un po’ pop e un po’ indie, meno mediatica della sgarbiana collega, più chiassosa e, forse, dal peso specifico ben inferiore.

Dalle prime parole, sullo schermo alle sue spalle, esplode la violenza cromatica del XIX secolo pittorico, quadri diritti e rovesciati perché “è così che forse meglio riesce a scaturire il colore”.

Non si può fare a meno del Sole, nelle sue varie versioni ed interpretazioni”, che sia un punto bianco o un riflesso più o meno confuso su di una tela impressionista o che si tratti di un cravattino rosso stretto sul daveriano collo. Il professore è un defender accanito del pigmento luminoso, un affezionato della luce declinata su tela che, nell’ ora di presentazione, va da prima delimitando e poi declinando come lume del divenire e dell’ avvenire attraverso l’analisi del XIX sec pittorico, secolo dove la fattispecie luminosa va incarnandosi nella produzione e nel lavoro come fonti di globale emancipazione e progredire socio-economico, di trampolino verso il futuro dell’ attuale. Il professore si destreggia agile fra impressionismo e Belle Époque, fra lavoro nei campi ed elegantissime signore alla nicotina “pronte a tutto e a tutti”, costrette in sfarzosi bustini e vesti a campana e fiere rappresentanti inconsapevoli, ma forse no, dell’ epoca incubatrice dei miti dell’ oggi.

È “un formidabile cinema” in cui lo sfarzo di feste e teatri convivono sinergicamente in un’ esplosione viva e vera: “Non sono gli stili a unire la gente, ma i circhi”. “Siamo abituati ad attaccarci a una serie di parametri quando pensiamo al XIX sec, focalizzandolo come il secolo dell’ impressionismo”, scopo, palese e  palesato, di Daverio e invece il riportarci alla complessità del secolo nella sua totalità artistico-sociale, all’ estetica del vapore e alla virtuosa frenesia della rivoluzione, alla fiamma luminosissima del cambiamento.

La pittura non invecchia, come il sentimento, fotografa personaggi fisici e, testimone, ce li presenta immutati nel tempo nell’ essere e nell’ Io, è innanzitutto documento vivido della testimonianza, una macchina del tempo, è reale contatto fisico trascendente il tempo, immediata connessione.

Il XIX sec è radice dell’oggi, semenza a vapore dell’ odierno frutto telematico e ormai assuefatto al bieco format. Ma quanto tutto ciò è distante o vicino? Quanto di questo ieri sopravvive nell’ oggi dell’ attuale? La Storia è documento autoreferenziale del suo stesso costante divenire, sia dell’ oggi che del domani e ripassare la Belle Époque è studiare le istruzioni del nostro tempo guardandolo, anzi, osservandolo attraverso l’opportuno filtro per poterne forse concepire la rinascita dell’ arte: il 900 è un secolo segnato dall’ ansia e dalla stagnazione della dimensione artistica, forse anche umana, della società, che all’ uomo odierno è stato solo capace di lasciare una scia desolante di cadaveri e paure. La società è vittima di una crisi che la rende miope persino verso il suo dovere di testimoniarsi, che trascina l’ uomo verso l’inconsapevolezza della sua stessa essenza.

Nonostante la complessa natura dei molti tempi trattati ad ogni modo la trattazione del Professore e critico prosegue fra scherzi e risate, lineare, diretta e comprensibile, addolcita da una faccia mite e costantemente sorridente, forse monito volto a ricordarci che è proprio così che dovrebbe tornare ad essere l’arte: una testimone genuina che si lasci alle spalle la sciocca austerità dell’ élite, ritornando all’ essere il sole e la luce di un farfallino rosso su un completo verde bottiglia.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata