Testo di – Giorgia Pizzighini Benelli

 

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Controverso. Che cosa è controverso? Quasi tutto nella società contemporanea. Non c’è niente di incontestabile, de gustibus domina, e la libertà di opinione è il diritto più importante della vita.  Controversa è anche la recente scelta del celeberrimo “Swimsuit Issue” di Sports Illustrated, nota rivista (teoricamente) sportiva, di eleggere a ragazza copertina….Barbie. La campagna dall’ambiguo titolo #Unapologetic domina le piazze americane, soprattutto quelle virtuali. E, da Forbes al LA Times, ognuno dice la sua al riguardo.

Effettivamente, molti tra esperti e non, nel corso degli anni hanno richiamato la Mattel per il fatto che Barbie, con le sue gambe chilometriche, la sua magrezza fisiologicamente irraggiungibile e la sua altezza vertiginosa, ha creato dei seri complessi psico-fisici a milioni di bambine, che la vedono come un modello, un obiettivo. La  body image che Barbie rappresenta è oggettivamente sovrumana: come provato da alcuni studi antropometrici, Barbie, se fosse una donna in carne e ossa, sarebbe incredibilmente squilibrata, molto più che anoressica! Ipotizzandola alta 1,70cm, le sue misure sarebbero state 81-43-71, misure estreme anche se comparate a quelle di una generica ma già eccessivamente scarna top-model da passerella, le utopiche 90-60-90.

A sommarsi all’attentato alla salute e all’immagine, le ultime dichiarazioni di alcuni responsabili di Sports Illustrated insinuano un pericolo culturale ugualmente profondo, ben più radicato: quello sull’idea di donna. Il fotografo responsabile dello scatto di copertina  Mr. Iooss, in una clip su YouTube, afferma: “Ho aspettato questo giorno con Barbie tutta la vita. Ho visto le migliori posare, ma lei è sexy. Barbie è sexy. Accetta le istruzioni in silenzio: ecco perchè è la miglior modella con cui io abbia mai lavorato”.  Le accetta in silenzio perchè è un oggetto, è una bambola. A questo si aggiunge l’occhiolino scherzoso del direttore creativo di Sports Illustrated “In un certo senso, Barbie è la modella perfetta. Non batte ciglio, non si muove, fa quello che le si dice” .

Anche se sono affermazioni ironiche, l’associazione celata dietro è ben chiara: attraverso l’oggettivazione della donna, c’è l’idea culturale che una donna debba solo stare in silenzio, essere bella e non causare problemi. E il fatto stesso che si sia passati da una modella in carne ed ossa ad una bambola fa riflettere sull’evoluzione dell’ideale di donna perfetta. Una bambola di plastica?

A questo molti potrebbero replicare che questa iniziativa è tutta un gioco, ma bisogna ammettere che il connubio con Sports Illustrated, le cui cover girl sono modelle non solo innegabilmente belle, ma anche notoriamente Photoshappate, è una bella sfida alla promozione della cosidetta healthy self-image, una figura bella perchè sana. In una nazione, gli Stati Uniti, dove 20 milioni di donne e 10 milioni di uomini soffrono di disturbi alimentari, la campagna sembra fuori luogo, e il suo titolo, #Unapologetic, ancora di più.

Eppure gli esempi positivi, soprattutto nel Web, non mancano: spopolano gli slogan, ormai divenuti tag collaudati, #strongisthenewskinny oppure #healthyisthenewskinny. Paradigmatico è il caso di una blogger/atleta svedese, Ellen Farnstrom, che a soli 17 anni, ha una pagina Instagram di 156000 followers, un contratto di sponsorship con la BMR Nutrition, il tutto dopo essersi faticosamente risollevata da una grave forma di anoressia nervosa (aggravata da ripetuti atti di autolesionismo) e ogni giorno risponde a innumerevoli email di aiuto. Proprio lei, che nei paesi scandinavi è quasi una star, dice “ I don’t wanna be Barbie, I wanna be stronger than Ken. Questo è l’urlo di un’atleta, di una bodybuilder, di una che non vede nello sport  un modo per bruciare famigerate calorie, ma per portare il proprio corpo al limite, di farlo tendere ad una bellezza più cinetica che statica. Un’atleta vede il corpo come un mezzo, non come un fine.

Un’interessante riflessione riguarda una particolare categoria di atlete: le ballerine di danza classica. Disciplinate, sorridenti, eteree, dritte, filiformi, quasi evanescenti e di più forse…quasi perfette. Poi in realtà si viene a sapere che da quando a sei anni sono entrate in una scuola di danza, molte di loro, soprattutto quelle che non sono state dotate di un metabolismo miracoloso, hanno subito forti pressioni a dimagrire, suggerimenti perfidi di “perdere qualche chilo”, e non dalle compagne, dalle maestre. Non bastano specchi dovunque, appassionate quanto estenuanti prove fino a tarda notte, l’esasperazione di ogni errore: tutto questo non basta. E allora ci si chiede se tutto quel trucco di scena, tutti quei rossetti, quelle gote rosse, quei tratti di kajal servano solo a nascondere le lacrime. E, nel silenzio della sala prove del set “Il cigno nero”, echeggia quel sussurro “Voglio solamente essere perfetta” della prima ballerina. A lei sembra rispondere Agassi, celebre tennista geniale quanto problematico, che dice sullo sport: “È uno specchio formidabile. Ma solo se non ti travesti. E mostri la tua vulnerabilità”.

Sports Illustrated, in quanto magazine sportivo, dovrebbe promuovere atlete, non figure perfette. Le atlete spesso hanno il viso segnato dalla fatica, le spalle larghe, in senso metaforico e non, i bicipiti scolpiti. E sono belle. Non perfette. Belle perchè forti e consapevoli. Come ha sottolineato infatti una giovane femminista, Adora Svitak, molte modelle di Sports Illustrated, da Alyssa Miller a Nina Agdal, vengono fotografate sdraiate, non in  una posizione di potere o, comunque, di effettivo esercizio fisico, ma piuttosto di vulnerabilità. Non sono mai in moto, non corrono, non nuotano, non giocano a beachvolleyball…si sdraiano. Questo compromette seriamente l’immagine di uno dei magazine per atleti più quotati negli Stati Uniti e così facendo, mette in discussione la stessa idea di atleta.

Ed è uno scittore, Friedrich Wilhelm Foerster, che dice mirabilmente quello che milioni di statunitensi pensano:

“Ciò che disgusta nella moderna attività sportiva è l’eccessiva importanza che si dà alle esteriorità e alle tensioni della pura emulazione fisica, assolutamente sproporzionata agli scopi di questa emulazione: non ci si vergogna di dedicare a cose spesso del tutto insulse la stessa grande serietà che in altri tempi si rivolgeva soltanto a scopi veramente eroici”.

 

 

 

 

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