Testo di — Federico Quasso

La parola wagahai, in giapponese, significa “Io”, ma è un termine estremamente formale e pomposo, che risulterebbe esagerato e fuori luogo in una conversazione normale; se poi ad usarlo, per designare se stesso, fosse addirittura un gatto, l’effetto satirico sarebbe lampante.

Wagahai wa neko de aru (“Io sono un gatto”) è stata l’opera prima di Natsume Sōseki, uno dei più importanti romanzieri giapponesi del novecento, se non di tutta la letteratura del Sol levante, uscita a puntate fra il 1905 e l’anno successivo. Il protagonista e narratore è appunto un gatto che passa la vita ad osservare il suo padrone, il professor Kushami, un insegnante di inglese, durante le sue quotidiane conversazioni con l’amico Meitei ed il filosofo Dokusen. Il felino ascolta attentamente con orecchio critico questa supposta intelligentia, e ne mette in luce l’inconsistenza, così come si diverte a smascherare il volgare arrivismo della nuova classe medio-alta venutasi a creare dopo la riforma Meiji di fine ottocento.

Con il procedere del libro, l’ironia quasi canzonatoria dell’inizio lascia spazio a riflessioni più amare, e benché il tono rimanga fondamentalmente lieve, gli attacchi satirici di Sōseki, la cui voce emerge man mano più forte dalle pagine, prendono di mira altri bersagli, come la classe dei burocrati, oppure coloro che vedevano nell’occidente un modello da seguire incondizionatamente; il professor Kushami stesso fa parte di questa categoria, e ad esso l’autore riserva un trattamento speciale in quanto ad ironia e sarcasmo.

Scritto con un registro lessicale semplice e comprensibile, tanto che in Giappone costituisce una delle letture imprescindibile per i bambini delle scuole elementari, Io sono un gatto ha la capacità di intrattenere il lettore, e di costituire un’opera fondamentale per conoscere e comprendere la cultura e la società giapponesi all’inizio del ventesimo secolo, scossa da forti contraddizioni interne e dalle due forze contrapposte pro e anti-occidentale, nonché invaso, secondo Sōseki, da una pletora di studiosi, o presunti tali, privi di carattere.

Sullo sfondo di questo scenario, il gatto, spettatore non pagante che tutto osserva e giudica, mantenendosi a distanza, quasi un Barone rampante ante litteram. Fin troppo facile sarebbe l’identificazione del narratore come alter ego dell’autore, che guarda la società del suo tempo e portandone alla luce del sole i difetti; eppure il genio letterario, e l’autoironia, di Natsume Sōseki spiazzano anche in questo il lettore: se infatti si devono ricercare punti in comune con qualcuno dei personaggi, questo è il professore. La vittima preferita del sarcasmo di Sōseki altri non è che se stesso.

Considerato uno dei capolavori del romanziere giapponese, il libro ha ottenuto fin dalla sua prima pubblicazione un enorme successo, confermato e aumentato poi negli anni anche al di fuori dell’isola. Un romanzo per certi versi facile, da qualcuno attaccato per la poca caratterizzazione dei personaggi, o per la mancanza di uno stile elevato; eppure proprio in questo sta la sua grandezza e il motivo per cui ancora oggi, nonostante i grandi cambiamenti cui è stato sottoposto il Giappone, è un punto fermo della letteratura nipponica: la capacità di creare un ritratto vivido della società dell’epoca senza però chiudersi nei confini nazionali, ma con il grande merito di farsi comprendere e di strappare un sorriso anche ai lettori di altre epoche e nazionalità

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