Testo di – GIULIA BERTA

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È ottobre, l’estate è ufficialmente finita, è ora di mettere definitivamente via i pantaloncini e tornare al solito tran-tran quotidiano anche per i pochi fortunati che in settembre si sono potuto godere ancora qualche attimo di relax. Ricominciano le lezioni universitarie, le giornate iniziano ad accorciarsi, ritorna il freddo vento autunnale. E riparte anche la stagione teatrale dello Stabile di Torino, che per l’apertura ufficiale di stasera ha scelto un grosso nome in assoluta Prima Nazionale: Il Giardino dei Ciliegi di Anton Čechov, con la regia di Valter Malosti. Sembra un goal a porta vuota: l’autore russo è infatti un caposaldo della letteratura e del teatro di fine Ottocento e Malosti è un regista molto conosciuto e apprezzato in tutta Italia, presenza fissa delle stagioni teatrali torinesi (è infatti stato presente nella scorsa stagione con Il berretto a sonagli e comparirà anche nel 2017 ne La venere in pelliccia). E in un certo verso lo è, anche se questa scelta mostra alcune prevedibili insidie.

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Il giardino dei ciliegi è l’ultima opera di Čechov, scritta all’inizio del 1900, quando ormai il celebre autore è già vecchio e dilaniato dalla tubercolosi. Con occhio malinconico e profetico, Čechov dipinge il ritratto di una Russia sofferente e immobile, incapace di adattarsi ai profondi cambiamenti che la attraversano dal 1861, anno dell’abolizione del sistema feudale, e che culmineranno nella grande Rivoluzione d’Ottobre. In questo senso il dramma della nobildonna Ljuba Ranevskaja non è solo il dramma di una famiglia, ma di un Paese intero: dalla ricca proprietaria terriera ormai in bancarotta e le sue figlie, a Ermolaj Alekseevič Lopachin, nato in una famiglia di servi e ora ricco mercante, fino all’anziano Firs, un servo che non ha accettato la libertà e che vive ancora presso la casa di Ljuba, ognuno è in realtà metafora di una classe sociale. Letta in questa luce, l’intera vicenda, di per sé non particolarmente originale né accattivante, assume tutt’altro spessore e consistenza: nella tragedia di Ljuba Ranevskaja, costretta a vendere all’asta la sua casa con il meraviglioso giardino dei ciliegi, si consuma la tragedia dell’aristocrazia russa, trovatasi di colpo a non potersi più affidare alla manodopera gratuita della servitù e completamente incapace di riprendersi e reinventarsi, che continua a condurre una spensierata vita di dissolutezza fingendo di non accorgersi del vento rivoluzionario che pochi anni dopo la scrittura dell’opera soffierà sul Palazzo d’Inverno.

Non a caso, infatti, ciò che più emerge dal palcoscenico è una completa e totale immobilità: nonostante tutti si muovano in continuo su e giù per la scena, la vicenda si svolge nella più totale staticità. Non c’è segno di cambiamento in nessuno dei personaggi: immobile è la Ranevskaja, che continua a scialacquare denaro pur sapendo di non essere più nelle condizioni di poterselo permettere, immobile è Petr Sergeevič Trofimov, vecchio precettore del figlio della nobildonna, metafora di una classe di intellettuali completamente astratta e per nulla cosciente dei reali problemi della Russia, immobile è Firs, che non riesce ancora ad accettare e a comprendere una libertà concessagli ormai quarant’anni fa e che continua a considerare una disgrazia. L’unica scintilla di vitalità è rappresentata dal ricco Lopachin, immagine di una borghesia nascente che lotta con le unghie e con i denti per emergere e conquistare il tanto agognato benessere: nell’unico, violento atto di comprare il giardino e di abbattere tutti i ciliegi per far sorgere al loro posto delle villette per vacanzieri c’è tutta la freddezza di una classe di commercianti interessata solo al denaro e tutta la bruciante voglia di vendetta verso un’aristocrazia cieca e tiranna, che per secoli ha soggiogato e martirizzato e che ora si appresta a pagarne il conto. Lucida pianificazione e furia distruttiva si mescolano nel monologo di Lopachin ubriaco che confessa di aver comprato la proprietà, e il solo crollo dei ciliegi sembra più importante del successivo uso commerciale del terreno.

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La sapiente regia di Malosti prende il vaudeville di Čechov, inscenato come una tragedia dai maggiori registi teatrali del Novecento, e gli ridà i toni originali della commedia, lasciando un grande spazio agli elementi farseschi: il buffo e macchiettistico Boris Borisovič Simeonov-Piščik, proprietario terriero amico della Ranevskaja sempre alla ricerca di denaro per ripagare i suoi debiti, ma soprattutto il divertente triangolo tra la governante Duniaša, lo sfortunatissimo Semën Panteleevič Epichodov, “il Disgrazia”, improbabile pretendente della fanciulla, e l’affascinante Jaša, lacchè della Ranevskaja, che non corrisponde assolutamente i sentimenti che Duniaša nutre per lui. Gli sketch che coinvolgono questi vivacissimi personaggi – molto simpatica la scena, aggiunta interamente da Malosti, in cui Epichodov suona a Duniaša una stonatissima La collina dei ciliegi – ravvivano il palcoscenico e mantengono l’attenzione del pubblico, che, complice la durata non esattamente breve dell’opera, tende talvolta ad affievolirsi.

In definitiva, la stagione dello Stabile si apre con un gran pezzo di teatro tradizionale, senza particolari innovazioni, senza dubbio di alto livello praticamente sotto tutti gli aspetti – una particolare menzione va senza dubbio fatta alle scenografie del bravissimo Gregorio Zurla e alla magistrale gestione del suono di Gup Alcaro -, ma che non riesce a coinvolgere fino in fondo il pubblico. Si esce dal teatro con la consapevolezza di aver visto un ottimo spettacolo, ma con l’amara sensazione di non esserne rimasti colpiti quanto tutto lasciava presagire che sarebbe successo.

Il giardino dei Ciliegi va in scena al Teatro Carignano, dal 12 al 30 ottobre.

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