Testo di — ANGELICA CARBONE

Da qualche tempo a questa parte stiamo assistendo all’emigrazione di numerosi marchi italiani d’eccellenza all’estero.

Nel 2013 Bvlgari e Loro Piana sono stati acquistati dal gruppo francese LVMH che, insieme a Kering, possiede innumerevoli brands di lusso nostrani. Per citarne alcuni: Fendi, Gucci, Bottega Veneta, Emilio Pucci e Acqua di Parma.

Insomma, i Francesi stanno facendo razzia dei nostri prestigiosi marchi Made In Italy proprio come, in tutt’altro periodo e epoca, hanno fatto razzia delle nostre opere d’arte (NDR che dire della Gioconda in bella mostra al Louvre di Parigi?).

Ora, però, non dobbiamo più guardarci le spalle soltanto dai nostri vicini europei: la minaccia arriva dall’Asia, dagli Stati Uniti e chissà cos’altro dobbiamo ancora aspettarci.

È di qualche giorno fa la notizia che Krizia si appresta a varcare i confini nazionali siglando, in aprile, il contratto che porrà il brand direttamente nella mani dell’azienda Shenzhen Marisfrolg Fashion, gruppo leader del pret-à-porter di fascia alta nel mercato asiatico.

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Sempre più lontano quindi il ricordo della Maison italiana fondata sessanta anni fa da Mariuccia Mandelli, la quale, probabilmente per mancanza di una reale propensione manageriale a portare avanti il marchio, ha deciso di abbandonare la barca.

«La moda deve sorprendere, ma per farlo non occorre sconvolgere, accecare, imporre. Le cose belle, fatte bene, funzionali che non rinunciano però a tocchi di frivolezza, avranno sempre successo» così Mariuccia, in arte Krizia, raccontava qualche anno fa la sua visione della moda italiana, di cui è stata ambasciatrice nel mondo per oltre mezzo secolo.

Sarà Zhu ChonYun, fondatore del gruppo cinese, a ricoprire la carica di nuovo presidente e direttore creativo del marchio, che nel 2013, dopo il picco degli anni ’90, ha ricavato meno di 10 milioni di euro. La prima collezione sarà in uscita nel febbraio 2015 e nei piani di sviluppo della Shenzhen Marisfrolg è prevista anche l’apertura di numerosi negozi monobrand sia su territorio cinese che su territorio europeo e americano.

Zhu ha inoltre dichiarato: “Voglio dare continuità allo stile di Krizia, con collezioni tutte made in Italy“. D’altra parte, è proprio quello che ci auguriamo un po’ tutti: spostare la produzione nonché la ricerca dei materiali in Asia creerebbe confusione nei consumatori e avrebbe effetti devastanti sull’immagine del brand. Un marchio contrassegnato per anni dall’eccellenza e dalla qualità del Made In Italy che si fonde con mano d’opera a basso costo e materiali qualitativamente scarsi non può, e non deve, vedersi mai.

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Non finisce qui l’epopea dei brands che l’Italia si sta lasciando sfuggire: neanche il tempo di riprendersi dalla perdita di Krizia che arriva la notizia dell’entrata di Blackstone in Versace. Il fondo di private equity statunitense ha infatti acquisito il 20% del capitale della griffe italiana. L’obiettivo sarebbe quello di far crescere la società per un futuro debutto in Borsa.

Per ora, il marchio rimane sotto il controllo della famiglia Versace ma, visti i recenti sviluppi, non si sa mai cosa potrà accadere in futuro. Sorge spontaneo chiedersi, ancora una volta, dove siano gli investitori italiani e perché siano sempre operatori esteri quelli in grado di riconoscere il valore e il capitale delle nostre imprese.

“E’ un grande piacere lavorare con una vera icona come Donatella Versace. Ha una posizione unica nella moda a livello mondiale e ha contribuito a rendere Versace uno dei pochi marchi globali del lusso. Siamo felici di partecipare a questo eccezionale business e ci impegneremo a supportare Versace nel realizzare il suo alto potenziale di sviluppo nel mondo. Non vediamo l’ora di lavorare con Donatella e il management per raggiungere i loro obiettivi”. A parlare è Stephen A. Schwarzman, CEO di Blackstone.

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Come dargli torto? La moda e l’artigianato italiani sono, insieme al patrimonio culturale e artistico, le più grandi risorse del nostro paese. L’eccellenza del Made In Italy è riconosciuta in tutto il mondo e di sicuro si aggiudica il primo posto a livello globale. Non a caso gli stessi francesi vengono a produrre nella nostra terra: un esempio lampante è costituito dalla prestigiosa Maison Chanel.

Eppure, per limiti politici, finanziari e probabilmente anche culturali, il nostro patrimonio se ne sta andando all’estero, dove le persone sono ancora in grado di apprezzarne il valore. Evitando di scadere in discorsi populisti fine se stessi, risulta comunque doveroso un semplice invito, rivolto a tutti, ad aprire gli occhi e ad investire sul nostro meraviglioso capitale.

2 Risposte

  1. stefano

    articolo molto interessante, permettetemi solo una precisazione: la Monna Lisa di Leonardo è, dall’epoca della sua creazione, proprietà dello stato francese.

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  2. Angelica

    Che Leonardo l’abbia portata in Francia dove é in parte vissuto e successivamente morto non significa che lui non fosse un talento italiano e che noi non dobbiamo rivendicarne la paternità, a parer mio. Rimane un’opera d’arte Italiana, nelle mani del popolo sbagliato.

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