Testo di – CHIARA PIVA

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Tra una sedia rovesciata e un arredo spoglio viene messo in scena “Il marito di Lolo”, uno spettacolo che non può non commuovere.

 

 

Ancor prima di entrare capisci che comincerà qualcosa di magico, e infatti ecco che le maschere ti accompagnano in uno spazio riservato: la sala treno blu.

Muri squarciati, mobilia scarna e in dissesto. Una rosa rossa un po’ appassita, una banana e un portafoglio, forse vuoto. Tapparelle a metà e un termosifone rovesciato.

Questa è la scenografia di “Il marito di Lolo”, dal testo di Antoine Jaccoud e tradotto da Colette Shammah.

Il marito di Lolo_ph _ Fabio Artese (4)

Così comincia la storia di Andrè, ex panettiere, tipico uomo qualunque, umile e che vive nella solitudine e nel silenzio del mondo che pensa alla banalità dell’esteriorità.

 

Ed è qui, che tra una masturbazione e uno sguardo alle riviste porno specializzate scopre Lolo Ferrari, pornostar con il secondo seno più grande del mondo.

E nasce qualcosa dentro di lui, comincia a scriver lettere d’amore all’attrice in cui rimarca il suo desiderio di prendersi cura di lei.

Tra un tic ed un altro, tra un passo avanti ed uno indietro un introspettivo Pietro Ricci, interpreta in mutande e canotta a costine i dubbi e le ansie di un uomo che teme, se stesso, la vita e la voglia di amare.

 

Che poi, amare cos’è se non prendersi cura di una persona, apprezzare ogni suo piccolo gesto, ogni sua paura e condividerne gioie e dolori?
Nello spettacolo il verbo “amare” non esce mai dalle sue parole, eppure si capisce dalla dolcezza del monologo, dagli sguardi dedicati alla foto di Lolo sulla parete, che il suo era ed è amore.

 

Andrè è così l’unico uomo che poteva amare una persona fragile e al contempo di plastica, vista come mero strumento sessuale per elargire eiaculazioni giornaliere di successo al panorama maschile degno del peggior mondo di frustrati.

Il marito di Lolo_ph _ Fabio Artese

A ritmi di un piano che evoca immagini tristi, si sviluppa un monologo in cui la tristezza di un tempo si converte in eterna riconoscenza, un miracolo infinito realizzato per un uomo che conosceva solo le cose piccole ma che “amava quelle grandi”.

Due solitudini si avvicinano e riconoscono il profumo di una sincerità che si svilupperà in affetto, amore e vita coniugale. Una fiducia che non conoscerà la parola fine.

 

Uno spettacolo coinvolgente, in cui incontri lo sguardo dell’attore e ti senti trafitto dalle stesse domande di Andrè.
Noi, poveri uomini colpiti dal male di amare e dalla solitudine tipica di un tempo in cui l’elevazione di una bellezza plastica ci ha resi fragili, come bambini.

 

Un’ora di domande, e risposte.

Consigliatissimo, al teatro Franco Parenti, fino al 29 maggio.

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