Testo di – CAMILLA MASTRANTUONO

 

L’interminabile epopea della storia di tante vite quotidiane scandita attraverso i prosastici versi di Pavese, un cappello di paglia, una limonata fresca e nulla più.

Ecco lo scenario che si prospetta oggi dinanzi ai nostri occhi, a mio avviso sinceramente promettente.

Pur essendo alle prime esperienze con questo autore, vi ho riconosciuto qualcosa di familiare, un qualcosa che si respira, o si avverte nell’istante in cui le dita sudate e la pagina impalpabile ed arrendevole entrano in contatto.

Una nota che a prima istanza potrebbe definirsi scordata dinanzi all’interminabile orizzonte della letteratura italiana degli anni trenta e che invece rivela in toto la sua intima appartenenza al “sentimento del tempo” e alla stessa vicenda dell’uomo, dai primordi ad oggi: questo e molto altro è “Lavorare stanca”.

Solidale alle scelte di alcuni contemporanei poeti americani, Pavese in quest’opera si distingue dai suoi colleghi compatrioti per la scelta di personaggi che esulano dall’ ”io-centrismo” novecentesco o che rifiutino di porsi come suo esplicito portavoce.                                                                      Opta piuttosto per un taciturno cannocchiale, attraverso la cui lente si propone come intimo conoscitore dei tipi umani, immortalati in modo magistralmente essenziale, quasi ermetico, eppure così profondo e rivelatorio della solitudine che ha attanagliato il cuore dell’uomo in ogni epoca.

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E di questo si fa specchio spesse volte il “paesaggio”, titolo, sfondo imprescindibile e latore di significati profondi di tante poesie. Una natura che accoglie le proprie creature compartecipando del loro limpido e consapevole dolore, quando stanche, alla sera, dopo un giorno di fatiche, sono certe che seppure non un tetto, ma un grembo materno sempre le accoglierà senza battere ciglio.

La campagna ed in particolare le Langhe, patria e cuore del poeta, proprio per il ripetersi affidabile, quasi stantio, dei suoi cicli sembra proporsi come garante di perpetua ed ignorante felicità. E lo sa bene “la ragazza”, che ogni mattina all’alba va a farsi inghiottire dalla città brulicante di vita mentre si sveglia, per poi doversela lasciare alle spalle proprio al culmine del suo scintillio, e mentre è di ritorno, scorgendo da lontano la madre che torna dai campi con il solito grembiule ricolmo di fiori, capisce che non guarderanno mai più il mondo con gli stessi occhi.

Spesso fa da cornice una finestrella illuminata da una flebile luce, filtro attraverso il quale la gente onesta che in casa si nasconde si sente in diritto di volgere uno sguardo velato di presunzione verso il basso, all’ubriaco o alla prostituta che solo a quell’ora possono guadagnarsi il loro pane quotidiano.

Anche “il vecchio” o “il vagabondo” possono però dormire sonni tranquilli, nessuno scampa dal fare i conti con il destino e con la propria anima, lo scotto da pagare al fine della vita è uguale per tutti.

Il giovane guarda all’anziano con compatimento misto a devozione fingendo di ignorare che giunto alla sua età una stessa sorte avrà accomunato entrambi.

Ognuno è solo.

Eppure quanta umanità e quanto desiderio si scorgono nelle ombre di questi stanchi lavoratori, prodotte dal riflesso di un sole generoso, che ogni giorno restituisce calore, ma che mentre è impegnato a scurire, amico, la pelle, ineluttabilmente ricorda che tutto quanto dona a tempo debito verrà sottratto.

Pavese riesce dunque a ritrarre la moltitudine del genere umano, frastagliato scomposto e disorientato; a comporre un mosaico di volti ingenui, saggi ed autentici, in mezzo ai quali si fa davvero fatica a non trovarne neppure uno che rispecchi una parte di noi stessi. Innumerevoli portavoce del disagio dell’umanità intera che dinanzi alla contemporaneità avverte quel senso di inadeguatezza che ha come conseguenza il languido abbandono, in realtà disperato abbraccio, ultima speranza di rimanere attaccati alla propria terra, al proprio io divorato da qualcosa di più grande e ad un eden meraviglioso ed arcaico la cui dissoluzione è alle porte.

Tuttavia, nonostante il radicato pessimismo, ciò che si configura saldamente nell’immaginario, lasciando l’ultimo dei tanti sapori variegati che ci percorrono le labbra durante la lettura di questa prima raccolta di Pavese, è ancora la straordinaria fortezza del genere umano, sempre in grado di rialzarsi con le proprie gambe, sempre in grado di rigenerarsi senza cancellare indelebilmente ciò che è stato, risorgendo dalle proprie ceneri.

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