Testo di – Giuliana Gentile

 

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MILANO – La Scala è tra le prime immagini che ci viene in mente quando pensiamo a Milano, insieme al Duomo e alla sua Madonnina e ai grandi nomi dei negozi nelle vie del lusso; ma ne conosciamo davvero la storia, i personaggi che l’hanno animata e i segreti? Se la risposta è negativa, allora questo vuole essere un invito a visitarne l’adiacente museo, un piccolo gioiellino, anzi un forziere di gioielli, le cui porte sono aperte quasi tutti i giorni dell’anno per farvi fare un viaggio nel tempo e per portarvi alla scoperta di uno dei maggiori teatri d’Italia.

Il museo, infatti, nelle poche ma ricchissime sale tematiche di cui si compone, raccoglie oggetti di ogni genere, fattura e provenienza accomunati tutti dall’essere testimonianze dei tre secoli di vita della Scala e, primo tra questi, il quadro di Inganni “La facciata del Teatro alla Scala”. L’opera, realizzata nel 1852, è un documento delle trasformazioni architettoniche vissute dalla Scala e dalla città stessa. Ci fornisce infatti una visione di questo tempio lirico a cui non siamo abituati: un teatro che si affacciava con il suo portico sporgente non su quella che oggi è l’omonima piazza (come dal 1858 dopo la sistemazione urbanistica), ma su una via stretta, Corsia del Giardino, oggi via Manzoni.

Nella stessa stanza del dipinto, denominata Quadreria, sono presenti altre pitture, tutte legate al secolo Diciannovesimo. Un’intera parete è dedicata a Verdi, uno dei più grandi uomini di spicco della Scala, il quale è ritratto con sguardo severo e rivolto lontano per mano di Achille Scalese.

La figura di Verdi si ritrova presente sotto altre forme in numerose sale; in una vetrina vi è ad esempio conservato un suo ciuffo argenteo di capelli, la sua maschera funeraria e il calco della sua mano destra, per non parlare poi dei cimeli del Maestro come un mazzo di carte, penne e calamaio e altri oggetti trovati nella camera dell’Hotel et de Milan in cui si spense.

Impreziosiscono le sale i busti anche degli altri grandi personaggi che hanno contribuito alla grandezza della Scala, come quello del compositore Gioachino Rossini, del coreografo Salvatore Vigano, del violoncellista e tenore Nicola Tacchinardi (realizzato dal Canova), e ancora di Verdi che accoglie i visitatori nella prima sala insieme al ritratto di Giuseppe Piermarini, l’architetto della Scala.

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Anche le primedonne hanno ovviamente largo posto all’interno del Museo. I loro busti e i grandi ritratti le mostrano spesso nelle vesti dei loro personaggi, come Isabella Colbran con la lira nei panni di Saffo di Mayr, la giovanissima Giuditta Pasta, che per prima interpretò Norma nell’omonima opera del Bellini alla Scala, Maria Malibran vestita da Desdemona nell’Otello di Rossini, Adelina Patti e le più vicine temporalmente a noi Rosina Storchio, Claudia Muzio e Maria Callas.

Ma se fino ad ora si è parlato quasi solo di scultura e pittura, non si creda che le reliquie del museo si limitino a ciò: bacheche, teche e tavoli con lastre trasparenti infatti rivelano una collezione ricchissima di ceramiche legate alle tematiche della Commedia dell’Arte, porcellane di soggetto teatrale e musicale, gioielli e oggetti di scena (spesso appartenenti ai grandi nomi sopracitati), marionette e burattini della tradizione italiana e datate dal Settecento, medaglie di artisti e compositori, bozzetti, disegni e strumenti musicali, tra cui più che degni di menzione il pianoforte con cui Franz Liszt si esibì nel 1838 (e che tuttora in particolari occasioni è suonato) e una spinetta costruita dal napoletano Onofrio Guaracino nel Diciassettesimo secolo, la cui tastiera presenta una scritta in latino che ammonisce: “Mano inesperta non mi toccare”.

Tutti cimeli questi che rivelano l’evoluzione non solo storica e artistica ma anche sociale del teatro, che raccontano, ad esempio, di quando andare a teatro non significava andare a vedere l’opera o, almeno, non solo quello, ma recarsi in un luogo di incontro dove osservare gli altri e potere essere visti, colloquiare amabilmente con i propri pari o giocare con loro a carte, così come testimoniano le numerose carte conservate nei tavoli-vetrine del museo, ritrovate nei palchi.

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Ma come si è giunti a questa splendida collezione? Il merito va ad alcuni galantuomini della Milano di inizio XX secolo, tra cui il compositore e librettista Arrigo Boito e il Dottor Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca di Brera, che nel 1911 decisero di acquistare la raccolta di oggetti legati al mondo del teatro che Giulio Sambon, antiquario napoletano di origine francese e assiduo frequentatore della Scala, aveva messo all’asta a Parigi pochi mesi prima.

L’obiettivo era creare con essa il primo nucleo di un’importante collezione teatrale secondo il desiderio dell’intellighenzia milanese del tempo. Fu solo grazie al supporto economico del governo e di cinquanta cittadini, ciascuno dei quali sottoscrisse una quota di 5.000 Lire, che i milanesi riuscirono a sottrarre la collezione al milionario statunitense J.P Morgan, quasi sicuro acquirente, e ad esporla nel museo che fu ufficialmente inaugurato l’8 marzo 1913 nell’ex Casino Ricordi annesso al Teatro alla Scala.

Nel corso dei decenni la collezione si è ampliata notevolmente grazie ad acquisti e donazioni tra cui quella di 54000 libri e manoscritti che il critico del Corriere della Sera Renato Simoni fece nel 1952 in ricordo della madre Livia, di cui poi la biblioteca prese il nome, e quelle successive di Ruggero Ruggeri e di Arnaldo Fraccaroli che incrementarono ulteriormente il vasto patrimonio della biblioteca e dell’archivio del museo, che oggi contano più di 150.000 opere. La biblioteca si trova al secondo piano dell’edificio, nello stesso piano in cui è possibile ammirare album con disegni e bozzetti realizzati tra il Seicento e l’Ottocento, come le incisioni su disegni del Piermarini per la costruzione della Scala nel 1778 e il libretto originale dell’Europa riconosciuta di Salieri, opera che ha inaugurato la prima stagione della Scala.

Sempre il secondo piano ospita inoltre momentaneamente per due mesi e mezzo – dal primo novembre 2014 al quindici gennaio 2015 – la mostra temporanea “Cenerentola va alla Scala”: una quindicina di costumi delle varie edizioni della Cenerentola presentate in teatro dai primi decenni del secolo scorso. Gli abiti posti al centro delle varie sale, privi di alcuna vetrina, svelano l’evoluzione del gusto in ambito della moda e dei costumi di scena e rivelano, anche a chi osserva con occhio attento, come la statura degli attori fosse diversa (e in aumento) con il trascorrere dei decenni.

Sia che siate dei turisti alla scoperta di Milano, sia che siate residenti, la visita al Museo Teatrale alla Scala è dunque da non perdere in quanto tesoro di memorie della cultura degli ultimi secoli.

Dulcis in fundo, dopo il viaggio all’interno della storia del teatro milanese, il visitatore ha inoltre l’opportunità di vedere con i propri occhi ciò che il teatro è oggi diventato, di “dare una sbirciatina all’interno”. Salvo infatti prove di spettacolo in corso, è possibile per qualche minuto affacciarsi da uno dei palchetti sulla grande sala del teatro, gli stessi palchetti dai quali i fasti del teatro erano ammirati dal borghese dell’Ottocento, che magari era distratto facilmente dalle chiacchiere con il vicino o dalla partita che era intento a giocare con lui, e sono ammirati tuttora da spettatori (si spera) più attenti.

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