Testo di – CARLOTTA BELVISO

 

L’aeroporto è un luogo strano, sospeso, come direbbe Welles, tra la noia e il terrore. Eppure, in fondo, c’è anche un qualcosa di magico e sfuggente, in questo luogo “altro”, a metà tra la terra e le nuvole. È l’attesa, il brivido dell’ignoto, l’improvvisa consapevolezza dell’istante prima del viaggio in cui tutto appare possibile, anche tornare indietro, anche cambiare meta.   Così, guardando scorrere il tabellone delle destinazioni, ci chiediamo: è davvero lì che vogliamo andare? Ci sono così tante strade al mondo, così tanti luoghi che avremmo voluto visitare, altre storie che avremmo potuto vivere, ma, per il nostro viaggio, abbiamo già comprato il biglietto. È una sensazione che non dura più di un attimo e l’abbiamo provata tutti, magari senza saperlo. Eppure da oggi, quest’emozione, ha un nome: Onismo, la consapevolezza di quanto poco del mondo si possa conoscere.

Ad averla ideata è il graphic designer John Koenig, autore del Dictionary of Obscure Sorrow, uno dei più interessanti progetti web degli ultimi anni.  Si tratta di un dizionario online che, unendo definizioni e raffinati video, esplora la lingua alla ricerca di un nome perduto per quegli oscuri moti dell’animo che tutti conosciamo ma nessuno sa definire. Non ci sono parole per descrivere il desiderio di scomparire o l’improvvisa consapevolezza che la vita di ogni passante è vera e complessa quanto la nostra, e, da questi vuoti nella lingua nasce il Dictionary of Obscure Sorrow. Se il compito della letteratura è custodire, preservare e svelare il potere delle parole, delle infinite sfumature di segni e suoni in grado di racchiudere il segreto dell’universo, allora il Dictionary of Obscure Sorrow è senza dubbio il più interessante esempio di letteratura web degli ultimi anni, nonché l’unico a esser stato in grado di coniugare il vecchio mondo al nuovo 2.0. Infatti, da un lato, il progetto condivide parte dello stesso fascino che anima nel profondo ogni enciclopedia e dizionario: l’utopico, folle desiderio di nominare, classificare e conoscere, e dunque di poter controllare, l’intera realtà. Così, almeno in parte, la possibilità di dar nome alle più sfuggevoli sensazioni umane le rende in un certo senso meno spaventose, più consuete, ma anche, d’altra parte, più reali: grazie al dizionario, anche le emozioni, fragili, imbarazzanti, ma essenziali protagoniste del nostro mondo, acquistano un’autorità e una rilevanza nuova. E, nella società 2.0, perché questa autorità sia riconosciuta, non si può far a meno di rivolgersi anche alle immagini.

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Oggi sembra d’esser così immersi nelle immagini da non esser più in grado di distinguerle, eppure, guardando i brevi video del Dictionary of Obscure Sorrow, viene da pensare che, come c’insegna Cartier-Bresson, esistono davvero immagini eterne, in grado di parlare a tutti. Calvino scriveva che il segreto della narrazione è nell’operare sulla continuità e discontinuità del tempo, è un segreto di ritmo, “una cattura del tempo per tener vivo il desiderio di ascoltar il seguito” e, nella loro brevità, i video di Koenig sono tra i migliori dei racconti con noi, esseri umani, come protagonisti. Non è un caso se il videomaker sta coinvolgendo tutto il popolo del web nella sua ricerca, in modo che ognuno possa proporre la sua emozione e trovarle un nome: la lingua e le parole da sole non vogliono dir nulla, significano qualcosa solo se ascoltate, se condivise. Allora Koenig con il suo Dictionary of Obscure Sorrow ci ricorda qualcosa: che anche il linguaggio, all’apparenza tema così serio, non è che un esperimento, un gioco di suoni e immaginazione, per svelare qualcosa di noi agli altri. E nulla è più importante delle emozioni per raccontare chi siamo, In fondo, come diceva il Piccolo Principe “non si ascolta bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.

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