Testo di – CAMILLA MASTRANTUONO

Tanta voglia di perdersi e sonnecchiare placidamente durante questa stagione che chiude gli occhi ma schiude i cuori.

Provate solo per un istante a figurarvelo nella testa:

Il ticchettio di una vecchia fontana che perde; il frusciare delle foglie che cullano i boccioli nuovi nati; la placidità che solo il primo caldo, ancora timido ed inesperto ha la facoltà di farci assaporare ed una mosca impertinente che ronza nell’orecchio e ci sorprende leggendo “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri.

Sogno o son desto?

Assolutamente indifferente.

L’universo risvegliato dinanzi ai nostri occhi, che osa imporsi soave ed indisponente alla vista, quasi preponderante su quello che rimane delle nostre facoltà immaginative, seppure fittizio, non potrebbe apparirci più reale. Neanche si trattasse di una nuova Avalon reincarnata, così magica ma concreta al naso e al tatto.

Poetessa ormai affermata e fondatrice insieme con Cesare Ronconi della compagnia Teatro Valdoca, all’interno di questa raccolta di poesie ci getta addosso, come un torrente in piena, un flusso di emozioni e pensieri davvero difficili da arginare. Scorrono talmente possenti ed impetuosi da risultare assai complesso comprendere ad una prima lettura la loro totale interezza come pure il significato profondo. Eppure qualcosa resta, proprio come i sassolini che si depositano sul fondo del ruscello. Sfiorando tutte le corde del liuto dell’anima, la Gualtieri riesce a comunicarci nel suo stato di profonda osmosi con la natura tutto quanto da essa provenga, quello che tante volte l’uomo deliberatamente opta di ignorare, rinnegando la sotterranea relazione filiale che ad essa lo unisce.

Un canto di gioia, un grido di liberazione.

Finalmente si sprigionano le segrete potenze che albergano nel sottosuolo, in quel taciturno angolo del cervello che vorremo spegnere ma proprio non vuole saperne di venire zittito. Una voce impertinente e quanto mai sincera scandaglia con l’affilata precisione di una lama e l’effimera dolcezza di un petalo sgualcito e depositato al suolo i sentimenti che accomunano tutto il genere umano.

Basta solo volerlo, porsi in ascolto.

Abbandonarsi al discendente dispiegarsi di qualcosa che ingloba e possiede e che solo attraverso un puro e sacrale rito di iniziazione può condurre al vero dominio di sé.

L’incanto del contemplare l’universo nell’altezza del cielo, al quale siamo ormai totalmente estranei con i grigi grattacieli che ci appesantiscono gli occhi:

Ciò che non muta

io canto

la nuvola la cima il gambo

l’offerta il dono la rovina

apparente d’acqua che tracima

di tempesta e di onde

A concederci l’ardire di bussare per entrare in questo labirinto fatto di foglie e di cassetti del cuore della stessa poetessa è una sintassi completamente amorfa, libera da vincoli, che accalca termini delle più diverse fattezze liberi di convivere l’uno accanto all’altro senza sgomitare, armonizzandosi in un tutto unico, rendendo addirittura futile l’ausilio della punteggiatura.

Flusso di coscienza che non si spezza, che quasi viene vomitato per l’urgenza che si ha di comunicarlo, di diffondere il germe disperato della solitudine, le insaziabili e velenose radici della morte e il novello ramo, totalizzante ed universale dell’amore:

Tu sei il mio tu più esteso

deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è

un’altra forma del mondo

che si appoggi al mio cuore

con quel tocco, con quell’orma.

… tu sei il mio essere a casa

Sei casa, letto dove

Questo mio corpo inquieto riposa

Ho sempre ritenuto che esistano determinati momenti nella vita, chiamateli pure fatali o destinati, che rendono pieno il senso di possedere un determinato libro tra le mani: il fatto che anche forse solo un mese dopo non sarebbero in grado di solleticare così tanto l’ego, le sensibilità e i dolori che avevamo dimenticato di trascinare ancora dietro.

Vi sfido a trovare cosa la sottile e tremendamente veritiera voce di queste poesie abbia da suscitare in voi.

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