Testo di – LORENZO VERCESI

 

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Cosa mi sussurra all’orecchio la vita? Cosa mi dice mentre qui, chiuso in questa stanza vuota, tento disperatamente di non impazzire? Non la sento, non riesco ad afferrare le sue parole. Forse è una questione di acustica, la stanza in cui mi trovo rimbomba troppo. O forse la velocità con cui parla è troppo elevata e le parole si disperdono come piccole molecole di polvere in un velo d’acqua. Non credo che il problema sia io. Le mie orecchie funzionano bene, o almeno l’hanno sempre fatto. Può essere che questa stanza mi impedisca di sentire. È come insonorizzata, insonorizzata dal suono della vita che mi parla. Non è che io non senta niente, alle mie orecchie arrivano solo strascichi di suoni, frammenti di onde sonore in rapida successione. La frequenza non pare troppo alta perchè io possa sentirla e se sento qualcosa vuol dire che sicuramente non è così. Appoggio l’orecchio alla parete che ho di fronte e faccio tacere i miei pensieri, proteso tutto all’ascolto. I suoni arrivano, sembra che abbiano la regolarità di tono e frequenza di un discorso compiuto, ma non riesco a decifrarli. È un fatto davvero singolare: è come se avvertissi soltanto il significante di una parola, ma in nessun modo riesca a carpirne il significato. È frustrante. Ma quello che più mi lascia interdetto è che so che quelle che mi arrivano sotto forma di suoni incomprensibili sono proprio parole rivolte a me. Lo sento, lo avverto come una certezza indissolubile. Eppure, c’è sempre qualcosa che mi sfugge. La stanza quadrata mi circonda con l’irriverenza del suo bianco immacolato. Tendo l’orecchio, questa volta cambio parete, sembra che il suono arrivi da più in là, la fonte non è lontana, anzi, dev’essere molto vicina. Di nuovo solo suoni. Maledetti, indecifrabili, nudi e beffardi suoni. Mi viene da pensare che là fuori il mondo si sia messo a gridare, all’unisono, frasi incomprensibili e versi prodotti da gole e palati. Ma là fuori non sta parlando nessuno se non la vita. Io lo so, solo lei potrebbe parlarmi in questo momento. Solamente a lei è rimasto ancora qualcosa da dire. Tutto il resto è immerso in un mutismo consapevole. Dunque la vita mi sta parlando, ma io non riesco a capire cosa mi stia dicendo. Provo a spostarmi sulla terza parete, provo anche a cambiare orecchio. La stessa identica pastura di suoni, se possibile stavolta ancora più confusa e disordinata. Provo a retrocedere verso la seconda parete, se il suono spostandosi a sinistra è peggiorato, allora è solo tornando indietro che posso tornare ad avvertilo in una qualità migliore. Il suono giunge ovattato, vicino ad un brusio formicolante e fastidioso, sussurrato appena. D’improvviso mi viene un’intuizione, decido senza ragionarci troppo di seguirla, di assecondarla. Mi fido del mio istinto, mi fido del mio udito, quindi mi muovo veloce verso la quarta parete della stanza, le mani che sfiorano i muri quasi volessero accarezzarli, quasi volessero cogliere le vibrazioni ondulate del suono indistinguibile che mi arriva alle orecchie. Chiudo gli occhi mentre ancora sto camminando, piano, cercando di togliere peso ai miei passi. Il contatto con la quarta parete mi attraversa come un gelido avvertimento. Il muro è più freddo al tatto. Senza riaprire gli occhi lentamente appoggio l’orecchio sul muro e cerco di far tacere ogni suono in me. Rimane il battito del mio cuore a scandire gli istanti, è fastidioso, copre tutto, si divora ogni silenzio, irruente. Cerco di adeguare il mio respiro allo stato di calma che sto ricercando, così che il cuore segua lo stesso percorso. Al mio orecchio il suono ora arriva molto più nitido, ma con una definizione così imprecisa da essere inudibile. È come se la frequenza fosse aumentata di colpo, ma a grosse manciate di intensità che è cresciuta ad andamento irregolare. Tendo l’orecchio e accenno un mezzo sorriso perchè è proprio quello che mi aspettavo. Cerco di immagazzinare in me la frequenza e l’intensità, di renderle parte pulsante del mio corpo. Appoggio anche entrambe le mani al muro, che mi sputa subito addosso il suo freddo trasparente. Ora avverto anche la vibrazione del suono, il suo effetto secondario che si spande sotto forma di stimolo tattile. Comprendo che è necessario cercare di ascoltare anche quello; è come dover bere percependo solamente il contatto dell’acqua lungo la gola, ignorando però la sensazione di bagnato. Mi sforzo di tendermi tutto a quella sensazione, per farlo mi appoggio integralmente al muro, voltando di lato la faccia e i piedi. Poi, in un attimo, mi stacco e cerco di correre, di correre indietro e di raggiungere la prima parete. I pochi secondi che mi separano da questa potrebbero essermi fatali. Provo a riappoggiare l’orecchio al muro della prima parete, quella da cui sono partito e disperatamente tento di isolare dal mio campo sonoro il rumore regolare del mio cuore, che tambureggia l’improvviso scatto di movimento. Il suono ora è meno confuso, sembra quasi addolcito, limato. La frequenza si è fissata fra due estremi meno lontani e sembra quasi di poter udire qualche parola. Ho la sensazione che i muri si infrangano e che al loro posto si creino barriere di suono, lo stesso suono che sto inseguendo ormai da diversi minuti. Il suono ora è regolare e nitido, ma la mia mente frastornata ha un piccolo cedimento. Un punto acuto di intensità uniforme mi trapana entrambe le orecchie. La pressione si è abbassata. Il suono è basso e acuto, ma seppur brevissimo è troppo costante per poterlo ignorare. Mi concentro su quello e non bado più al suono che sto cercando e quando me ne accorgo è troppo tardi. Di nuovo lo stesso desolante miscuglio di suoni, di nuovo quell’incomprensibile mistura di onde sonore che paiono avere tutte una direzione propria, ma procedere contemporaneamente, come stringhe legate ad una sola estremità. Sconsolato sprofondo verso il pavimento, abbandonandomi in posizione seduta. Il pavimento non è freddo, me ne stupisco per un istante, poi riapro gli occhi e il bianco della stanza mi piove nelle pupille, procurandomi un dolore come di taglio netto, di improvviso bruciore. Ancora una volta la vita non mi arriva. C’è, è lì con me, ma non è in me, non è per me, non si rivolge a me in una lingua a me nota. Eppure continuo a percepire la sua presenza, il fatto che stia parlando ininterrottamente e che continui a farlo nonostante io non possa sentirla. È paradossale: so che parla a me, ma non posso sentirla. È esattamente come se qualcuno leggesse un testo e io riuscissi soltanto ad intenderne i suoni, ma non i significati delle parole, pur riuscendo ad associare ad un suono un significato. È frustrante, mi fa sentire matto, afasico, fuori tempo. Forse è questo che significa essere poeti, riesco a chiedermi triste: intuire la vita, sentirla pulsare e saperla tradurre in suoni comprensibili agli altri, ma non a noi stessi. Non a noi stessi.

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