Testo di – Andrea Rizzo Pinna

 

Nel panorama delle produzioni cinematografiche italiane vi è una grande mancanza, ed è quella riguardante il genere fantasy. Il successo del cinema nostrano si è legato, per lungo tempo, ad un tipo di esperienza che trae la sua ispirazione dal Neorealismo del dopoguerra, affermatosi con un preciso compito sociale ed artistico, il che ha però fatto sì che il cinema di genere venisse relegato ad un destino aspro ed amaro.

L’annuncio de Il ragazzo invisibile, diretto da un pilastro indiscusso del cinema, Gabriele Salvatores, ha riacceso la speranza che un prodotto alternativo potesse diventare una realtà concreta in Italia. Prima di Salvatores, altri registi si erano cimentati nel genere del cinecomix con risultati talvolta brillanti (vedi il Diabolik di Mario Bava).

Ma, con un budget complessivo di otto milioni di euro ed un mercato cinematografico in pieno fervore, cosa poteva andare storto per Salvatores?

Protagonista del film è Michele, tredicenne dal carattere introverso, deriso e tormentato dai compagni di classe e totalmente ignorato da Stella, compagna per la quale ha preso una cotta; la madre Giovanna, interpretata da una discreta Valeria Golino, è una poliziotta troppo indaffarata per accorgersi dei problemi del figlio, il quale di contro è chiuso in se stesso e non si esprime riguardo al proprio stato d’animo.

La monotonia della loro vita viene spezzata quando Michele, in occasione della festa di Halloween, acquista in un negozio uno strano costume da supereroe cinese: il ragazzo scopre di possedere poteri incredibili che lo rendono capace di rendersi invisibile ogni volta che lo desidera. Ma dietro questa scoperta si nasconde una verità più grande, che travolgerà la sua vita e quelle delle persone a lui vicine.

Il film mostra i suoi difetti già a pochi minuti dall’inizio. Il problema principale risiede nella caratterizzazione piatta e banale dei personaggi, ma vi è anche la snervante impressione che tutto avvenga in modo assolutamente innaturale, perfino per un prodotto come il cinefumetto.

Inoltre, non venendo mai approfondite le vere ragioni che si celano dietro ogni azione o scelta operata dai protagonisti, lo script finisce per trascinarsi dietro mostruosi buchi di sceneggiatura, che si tenta di tappare legando il tutto per mezzo di eventi forzati e ingiustificati.

Abusi di cliché e schemi narrativi datati affossano il film per tutta la sua durata, senza portare mai ad una qualsivoglia evoluzione o ad un’idea originale (per fare un esempio, gli uomini dotati di poteri sovrannaturali vengono banalmente chiamati “Speciali”).

Perché affrontare un tema interessante, come il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e la conseguente integrazione in un gruppo sociale, in maniera così blanda e superficiale? Si tratta di una storia di “supereroi” mal concepita e sceneggiata peggio, senza contare le inutili citazioni cinefile che fungono da mero riempitivo più che da sincero omaggio al mondo del cinema.

Eppure, incredibilmente, Salvatores riesce a dare un tono autoriale alle inquadrature e ai movimenti di camera, perdendo suo malgrado di credibilità nel momento in cui i personaggi aprono bocca per parlare, momento in cui si palesa il vuoto creativo che sta alla base della sceneggiatura.

Non è neppure molto chiaro a quale pubblico sia rivolto un film di questo tipo, ben poco attraente per i bambini e fin troppo semplice per gli adulti. Il danno maggiore, quindi, sta tutto nella scrittura della storia, irrispettosa verso il genere cui dovrebbe aspirare, finendo inesorabilmente surclassata da esponenti più illustri del genere (Kick-Ass di Matthew Vaughn, ad esempio, supera grandemente il lavoro di Salvatores, pur non essendo una pietra miliare).

Di tutto questo, allora, cosa si salva? Buona la scelta musicale per la colonna sonora e, a prescindere dal deludente profilo psicologico dei personaggi, gli attori restano all’altezza del proprio ruolo (Fabrizio Bentivoglio su tutti); anche sul versante prettamente tecnico il film si difende bene, rivelando piccoli squarci di “qualcosa che poteva essere ma che purtroppo non è stato”.

Alla fine della visione, rimane l’amara consapevolezza di aver perso una grande occasione per introdurre in Italia un prodotto cinematografico importante come il cinecomix e sovvertire le regole di un genere che, in questo momento, appare dominato dai gusti patriottici ed auto celebrativi della cultura americana. Resta, dunque, a data da destinarsi il momento in cui il nostro cinema potrà contare su un tipo di intrattenimento distaccato e piacevole e perseguire un duplice obiettivo: battere cassa e abbracciare un genere troppo spesso boicottato.

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