Testo di – GIULIA BOCCHIO

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“Il mio talento è tale che nessuna impresa, per quanto vasta di dimensioni, mai supererà il mio coraggio”. Così si auto recensiva in un carteggio di lunghe e pindariche lettere agli amici più prossimi, e più o meno influenti, il pittore fiammingo Pieter Paul Rubens (Siegen 1577- Anversa 1640).

In effetti la comunione di Rubens con la tela e il tocco materico del colore definirà quella pittura del tumulto e della grandiosità classica dei miti di un tempo andato che diverrà poi quello stile definito “Barocco” in Europa.

Il 1600 è certamente un anno cruciale per l’artista poiché nel maggio di suddetto anno partirà per l’Italia e vi rimarrà per i successivi otto anni. A Venezia, saranno i lavori di Tiziano, Veronese e Tintoretto a infiammare in Rubens quello spirito certo evocativo, ma ancora acerbo rispetto alla tradizione esperita sino ad allora. Nel 1601, a Roma, la copia e lo studio della coeva produzione di Michelangelo, Raffaello, Annibale Carracci e in special modo il Caravaggio suggeriranno al pittore fiammingo quella forza vitale necessaria all’immagine per sovrapporsi addirittura alla superficie della tela, affrettando quel processo quasi tattile della raffigurazione stessa. Degli antichi maestri, dunque, Rubens acquisirà il globale esempio, riservandosi tuttavia di fronte ad essi una libertà di rielaborazione inedita e sorprendentemente innovativa: archetipo per eccellenza della corrente barocca e influente esempio per i giovani artisti italiani protagonisti della corrente, come Bernini e Luca Giordano .

 La pittura di Rubens è una pittura di pieni, è la pittura del tumulto, della maestosità della sensualità carnale, dell’intensità espressiva di occhi e mani, della grandezza delle forme, dei santi raffigurati come idoli, delle vergini quasi fossero matrone romane: è la pittura delle “estreme conseguenze” della tradizione del passato. Una tradizione di cui abbraccia gli stessi temi e soggetti ma questa volta l’effetto complessivo di ogni scena che Rubens dipinge è vivo, pulsante, è una risposta imperiosa e tumultuosa al rigoroso realismo del Caravaggio.

La mostra di Palazzo Reale a Milano curata da Anna Lo Bianco e da un comitato scientifico internazionale (composto da nomi quali David Jaffé, Cecilia Paolini, Alejandro Vergara) intende partire proprio da questo punto. La selezione delle opere più importanti e significative della carriera artistica di Rubens, spesso considerato più vicino alla tradizione italiana che a quella fiamminga, ripercorre non solo il soggiorno italiano ma anche il suo rapporto immaginifico con l’arte antica e la statuaria classica reinterpretata nel suo più spettacolare trionfo. Trionfo di forme e colori che rendono le carni vigorose e l’espressività sempre eloquente e altissimamente partecipativa.

Dagli occhi penetranti del Ritratto della figlia Clara Serena al San Sebastiano curato dagli angeli, il percorso pittorico della mostra è una spirale di intensità crescente e di atmosfere che raccontano storie di cui il visitatore si sente partecipe nel solo atto dell’osservare, sino a percepire il peso di Ganimede rapito dall’Aquila e avvertire le minacce sibilanti e ingiuriose dei Vecchioni a Susanna. E persino nella tragicità assoluta del Massacro degli innocenti la scena è così dinamica, maestosa, in cui la morbidezza delle stoffe rima col candore dei corpi nudi di bambini che rassomigliano a putti, che ciò che razionalmente parrebbe la manifestazione del nefasto e della crudeltà più ignobile suscita all’occhio dello spettatore un magnetismo che si fonde agli sguardi urlanti di ogni protagonista della scena, una scena tipicamente barocca, abbondante e apoteosi di un esagerato che non eccede.

E se l’opera di Rubens è eterna, la mostra a Palazzo Reale ha invece un tempo limitato: il corpus delle 70 opere esposte sarà visitabile sino al 26 febbraio 2017.

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