Testo di DANIELE CAPUZZI

Una serata su cui ho posto molte, forse anche troppe aspettative, principalmente per la presenza nel programma del Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, uno dei miei pezzi preferiti, nonché una delle più celebri e apprezzate composizioni del repertorio romantico. Le attese non sono state tradite Al pianoforte sedeva l’elegante Simone Pedroni, incorniciato nel suo frac, indossato come vuole la tradizione con pettorina e farfallino bianchi, su un paio di scarpe di vernice del medesimo scarlatto della spilla puntata al reverse della giacca. Lo accompagna nell’entrata in sala Giancarlo Andretta, che dirigerà l’Orchestra I Pomeriggi Musicali.

Ancora una volta mi trovo ad affrontare l’affascinante e complessa musica del genio di Čajkovskij, di cui avevo già scritto in “Una Verdi in difficoltà, un Čajkovskij emozionante” e che certamente non è mai assente da Milano: a settembre la celeberrima Martha Argerich aveva eseguito il medesimo concerto presso il Conservatorio di Milano in occasione del festival MITO.

 

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L’apertura dell’Allegro non troppo e maestoso è affidata ai corni, ai quali dopo poche battute si accompagna con accordi l’intera orchestra, prontamente sostituita pianoforte mentre questa inizia a intonare un tema dolcissimo e appassionato, struggente da quanto è emozionante. Questo viene ripreso, un poco rivisitato, dal solista supportato dalle corde pizzicate degli strumenti ad arco. Si aggregano anche i fiati, quindi tutti lasciano lo spazio alla tastiera per il primo assolo, finché non è ripreso con vigore, ma senza irruenza, il commovente tema iniziale dagli orchestrali. Un breve ponte che termina su delle lunghe note degli ottoni introduce all’Allegro con spirito, un tempo più spigliato e meno solenne che, oltre a portarci il secondo tema, sprona a un virtuosismo evidente il solista, che concerta spesso con flauti clarinetti e oboi. Nello sviluppo sono alternati lunghi spazi dedicati al solista ad altri momenti in cui ogni componente dell’ensemble è chiamato a concertare, in particolare nell’energica chiusura del brano. Il pianista era così immerso nella sua arte che non riusciva a trattenere l’espressività del viso e del corpo, anche negli importanti silenzi del suo strumento.

Segue il secondo tempo, un Andantino semplice che è introdotto dal flauto supportato da violini, viole, violoncelli e contrabbassi pizzicati. Il pianoforte riprende successivamente il motivo, seguito dalla variazione che ne fanno oboi e clarinetti. Nuovamente il solista, cui si sovrappongono scaglie del tema suonate da corni, oboi e fagotti. Riappare l’elemento tematico cullato questa volta da un violoncello. La voce dell’oboe ci guida un’ultima volta verso la seconda parte del pezzo: l’Allegro vivace assai. Il tocco sapiente di Pedroni rende affascinanti le note avviluppate nella pagina del pianoforte, più volte legate a una melodia popolare francese che Čajkovskij affida dapprima a viole e contrabbassi, cui si accompagnato in successione flauti e oboi e a frammenti clarinetti e fagotti. Il solista modula attraverso degli arpeggi, spezzati da un accordo in fortissimo dell’orchestra, verso la coda del brano che torna in tempo andante. La musica sublima in arpeggi, trilli e accordi arpeggiati dalle mani del pianista che volteggiano sulla tastiera in un pianissimo che accentua l’impatto virtuosistico delle ultime battute in cui la melodia è contesa fra archi, legni e pianoforte.

L’ultimo movimento, l’Allegro con fuoco, è un rondò che si caratterizza subito grazie a ritmi di danza russa. È un continuo alternarsi di discorsi tra pianoforte e orchestra, alcuni più dolci e altri dotati di maggior vigore, in cui Čajkovskij usa i timbri, il colore, degli strumenti come avesse in mano una tavolozza sulla quale non può avanzare tempera. Il turbine di note dell’intero ensemble dal quale il solista non sembra ormai più isolato, se non in qualche punto nevralgico, scorre veloce fino all’impetuosa, magnifica coda finale.

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Dopo l’intervallo per consentire lo spostamento dello Steinway a coda, la musica torna regina. È la volta della Sinfonia n.1 in si bemolle maggiore op. 38 di Robert Schumann, anche conosciuta come “Primavera”. Questa sinfonia lega a sé un altro importante nome della musica; fu infatti Mendelssohn a dirigere per primo questo capolavoro nel 1841. Egli, pur godendo di un solo anno di differenza rispetto al compositore, era già ben conosciuto ed apprezzato dal pubblico europeo; basti ricordare che da quindicenne pubblicò la sua prima sinfonia e a soli ventun anni scrisse la magnifica Ouverture “Le Ebridi” di cui potete leggere nell’articolo “Lonquich – Un concerto da pianista e direttore” Schumann invece debuttò nel repertorio sinfonico a trentacinque anni, senza nulla togliere alla bellezza delle pagine da lui scritte. La Frühlingssinfonie (sinfonia di primavera) è annunciata da una solenne fanfara di corni e trombe, ripresa subito dall’orchestra. I temi, lo sviluppo e i giochi musicali tra le famiglie dell’orchestra sono briosi, festosi. Una particolare brillantezza è donata dall’abbondante utilizzo dello squillante suono degli ottoni. Si potrebbe ascoltare ripetutamente il primo movimento, l’Allegro molto vivace, senza stancarsi mai. Desideravo quasi che il maestro Andretta ci concedesse la ripetizione di questo brano come bis. Il Larghetto seguente ci presenta un tema assai delicato affidato ai violini, sottolineato più tardi da oboe e corno soli. I tromboni verso la conclusione ci accompagnano al terzo tempo, lo Scherzo molto vivace, che riprende una melodia del brano appena concluso. L’Allegro animato e grazioso conclude la serata con ritmi danzanti, che a tratti riportano alla mente le gioiose feste primaverili.

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