Testo di – Giulia Cucari 

Scrittrice simbolo della letteratura giapponese del Novecento, Fumiko Enchi pubblica “Maschere di Donna” nel 1958 in pieno periodo Shōwa, durante il quale il paese vede lo scoppio di entrambe le guerre mondiali e il boom economico dagli anni ’50 in poi.

L’autrice ci propone un riuscitissimo connubio fra moderno e classico, che si fondono creando un continuo andirivieni di flashback e flash-forward, che pur risultando confusionari agli occhi lettore riescono perfettamente nell’intento di inebriarlo e trascinarlo lentamente in atmosfere a dir poco mistiche: difatti, l’autrice riesce a rendere affascinanti persino temi come l’occultismo e la vendetta.

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Il libro non è facile da interpretare, poiché più di tutto gioca un ruolo fondamentale il non detto: spesso eventi, dialoghi e parole sono appena accennati nonostante siano la chiave della comprensione universale della storia.

A ognuna delle tre sezioni in cui si divide il romanzo corrisponde una maschera del teatro Nō, primo elemento fondamentale della storia: Ryō no onna (“La donna spirito”, simboleggia la donna tormentata dalla gelosia e da un amore non corrisposto, anche dopo la morte), Masugami (“Capelli sciolti”, è l’immagine della donna non più sana di mente) e Fukai (“Pozzo profondo”, si lega alla figura della donna di mezza età). Insieme al teatro, il secondo punto cardine delle vicende è il Genji monogatari, capolavoro d’eccellenza della letteratura giapponese realizzato nel XI secolo (periodo Heian) che narra le vicissitudini amorose di Hikaru Genji, “lo splendente”, secondogenito dell’Imperatore.

Nonostante il romanzo si apra con una conversazione fra due amici (Ibuki Tsuneo e Mikame Toyoki), il ruolo maschile è assolutamente marginale nella storia, poiché semplice mezzo tramite il quale raggiungere un determinato fine. È infatti il legame tra le donne, passante da epoca a epoca, ad essere il terzo filo conduttore della storia, anche se come molte altre cose non è esplicitato.

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Mieko è una poetessa di mezza età, appassionata di teatro e occultismo; da quando suo figlio, Akio, è morto in seguito a un’escursione sul monte Fuji quattro anni fa, vive insieme alla nuora e una figlia mentalmente instabile, Harume. Le due condividono in particolar modo l’interesse per le possessioni demoniache, su cui Yasuko sta scrivendo un saggio; entrambe conoscono Ibuki e Mikame, amici di vecchia data innamorati di quest’ultima ma col sospetto che la relazione fra lei e la suocera vada ben oltre il semplice legame di parentela, visto il fortissimo ascendente di Mieko. Una sera i quattro si recano a casa della famiglia Yakushiji, offertasi di mostrare a Mieko una collezione di maschere utilizzate nel teatro Nō; una di queste, Zō no onna, turba profondamente Yasuko, che non riesce a fare a meno di ricollegarla alla suocera: come la maschera, Mieko ha un’espressione perennemente tranquilla, malinconicamente calma, che cela i più tumultuosi sentimenti. La ragazza confessa il suo timore a Ibuki durante un viaggio in treno, aggiungendo anche di star considerando l’idea di andarsene da casa della suocera; fra i due nasce una confidenza sempre maggiore, che li porterà a diventare amanti nonostante lui sia sposato e padre di una bambina. Pochi giorni dopo, Mikame rinviene un saggio composto da Mieko in età giovanile riguardo le “possessioni diaboliche viventi” collegate a uno dei protagonisti del Genji monogatari: si tratta di Dama Rokujō, una delle concubine di Genji, figura che Mieko voleva riportare in auge e nobilitare, la cui gelosia accecante fa in modo che di notte ella tormenti sua moglie e i suoi amori futuri sotto forma di spirito demoniaco.

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Mieko, infatti, vive nel costante rancore nei confronti degli uomini a causa della sua orrenda esperienza matrimoniale: il marito aveva mantenuto una relazione con la cameriera, rimasta incinta ben due volte ma costretta ad abortire in vista del di lui matrimonio. E anche lei, a causa dell’odio di quest’ultima, ha dovuto sopportare il dolore di un aborto, oltre alla separazione imposta dei gemelli nati da un’altra relazione, anche a causa dell’antica superstizione giapponese secondo cui i parti gemellari erano considerati bestiali.

Le sue azioni sono sempre, irrimediabilmente previste e calcolate: Yasuko, Ibuki, Mikame e perfino la figlia Harume sono dei semplici tasselli che compongono un mosaico ben più ampio e complesso di quel che sembra, un mosaico che pur comprendendo delle conseguenze atroci non scoraggia la donna nel suo intento di vendicarsi dei torti subiti, guidata dal contatto con le forze occulte.

L’imperturbabilità di Mieko non viene scalfita nemmeno per un secondo durante la storia, salvo mostrarsi alla fine quando riceve in regalo una maschera dalla famiglia Yakushiji, la Fukai, che dà anche il nome al capitolo finale del libro, la maschera che rappresenta la donna afflitta dalla perdita di un figlio.

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“Maschere di donna” sfida le classiche letture proponendo un’opera tutt’altro che semplice da interpretare e comprendere, ma che non può fare a meno di catturare coloro che scelgono di addentrarvisi. Inoltre, Enchi ci fornisce una quantità non indifferente di materiale sulla cultura teatrale e letteraria giapponese, che per gli appassionati risulterà sicuramente graditissima. Insomma, vale la pena concentrarsi su un libro che oltre a raccontare una storia diversa dalle solite può lasciarci qualcosa anche a livello didattico.

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