Testo di – FRANCESCA BERNASCHI

 

Il problema delle formule matematiche sta tutto nei dettagli: basta invertire un segno, scordare una parentesi ed è tutto da rifare, tutto sbagliato.
La magia delle parole sta tutta nei dettagli: se si cambia una vocale, una consonante, si divide il vocabolo stesso a metà si ottiene, il più delle volte, semplicemente qualcosa di diverso.
Diverso. Diverso che non è sbagliato, ma solo differente.

Le parole sono abili trasformiste: bisogna far attenzione al modo in cui mutano, prestare attenzione a quello che si scrive; il rischio è quello di attenere un finale indesiderato, un significato distante da quello ricercato.

Prendiamo, per esempio, gli inglesi and ed end: così simili eppure così opposti.
E e fine.
Come sa essere beffarda, a volte, la morfologia.
Gli and sono di chi cade novantanove volte ma è pronto a rialzarsi cento; gli end sono per coloro  che sanno già che se dovessero inciampare non si rialzeranno.
Anche le parole sanno essere tenaci e forti, neppure loro sono esenti da debolezze.

Solo perché le scrivi su un foglio o le digiti attraverso una tastiera, non significa che le parole se ne stiano buone lì, ferme ed immobili come statue; e se si spostano, ad esempio, le consonanti allora cambiano anche il significato.
Invertendole in male si ottiene lame: di solito è chi ha il coltello dalla parte del manico ad essere più forte, o almeno al sicuro, ma se hai una lama puntata contro e non fai attenzione rischi di farti male.

Quindi è vero quel che si dice: attenti alle parole che scegliete, possono far male.

Qualche volta, invece, basta spostarsi  qualche meridiano più a sinistra per dare allo stesso significante un significato diverso.
Alone ne è la prova.
In inglese è un aggettivo che significa “solo”; in italiano è semplicemente il residuo di qualcosa, una macchia che svanisce lavaggio dopo lavaggio ma che, dispettosamente, non vuole scomparire definitivamente.
Allora tra la variante inglese e quella italiana dell’aggettivo-sostantivo c’è più di una connessione formale: di solito chi è solo sente la mancanza di qualcuno che prima era lì accanto e adesso non c’è più.

Così, come spesso accade, un amore o un’amicizia svanisce lasciandosi alle spalle solo un ricordo sbiadito, l’alone di ciò che era.

Accade anche che basta troncare, separare le sillabe di una parola perché il significato si modifichi, un po’ come in sentimento.
Sono dieci lettere, dividetele a metà. Cinque a sinistra e cinque a destra.
A sinistra “senti”, a destra “mento”.
Ascolta, sto dicendo una bugia.
Anche le parole, come le persone, quando vengono separate hanno un perché, un significato e un’ essenza diversa. Non sono più quelle di prima e d’altronde non si può pretendere che lo siano.

Giulia Carcasi in “Io sono di legno” ha scritto “ […] c’illudiamo che tutto dipenda da noi, che bastava spostare una virgola per cambiare il destino.” e in effetti è così, per certi versi.
Come sempre, basta un semplice dettaglio per fare la differenza, perché sono le piccole cose, alla fine, a rimanere impresse.

Per le parole è la stessa cosa: è tremendamente difficile riuscire a scegliere quelle giuste, metterle in fila in modo che il testo sia fluido e il contenuto reso alla perfezione, in modo da essere capiti e affinché sia all’altezza di come noi stessi lo intendiamo.

Non basta sapere cosa scrivere, bisogna anche saperlo fare. Attenti a quando scrivete, a quello che scrivete. Rileggete sempre, curatevi di esservi fatti capire perché non c’è niente di più frustrante dell’incomprensione di qualcosa che ci appare così chiaro.

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