Testo di – Francesca Bernaschi

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Vedere, guardare, scorgere, far caso, notare, osservare e scrutare.
 L’italiano è un’arma a doppio taglio: riesce a descrivere, in appena una parola, la profondità o la superficialità delle nostre azioni.

Ogni giorno incrociamo centinaia di sguardi, notiamo particolari che agli altri potrebbero essere sfuggiti e osserviamo ciò che ci sembra strano, fuori dal normale.

A volte basterebbe fermarsi un momento, rallentare il ritmo della nostra frenetica maratona quotidiana e guardare davvero ciò che ci circonda.

È stato così che quel mercoledì mattina l’ho notato.

Stava sdraiato nel portico di piazza XXIV maggio, avvolto in una logora coperta color rosso sbiadito, davanti a sé teneva un bicchiere di carta con poche monete ed in mano un libro.

Incurante dei businessmen che correvano nei loro uffici per controllare le ultime quotazioni in borsa, disinteressato alle badanti filippine che accompagnavano i bambini a scuola, lui continuava a leggere, quasi si 
trovasse in una biblioteca rumorosa e a cielo aperto. Qualche ora dopo sono passata una seconda volta e lui era lì di nuovo che leggeva, come se fosse trascorsa appena una manciata di minuti dal nostro primo incontro anziché ore.

Heidegger, filosofo del secolo scorso, scrisse “l’essere povero non è una mera qualità, bensì il modo e la maniera in cui l’uomo si pone e mantiene”.

Ci insegnano a mostrarci per quel che siamo e veniamo incitati a liberarci delle maschere che non ci appartengono ma dietro le quali ci nascondiamo.
Implicitamente siamo spinti ad essere poveri, a possedere solo ciò che possiamo permetterci e siamo in grado di offrire: noi stessi.

Continuavo a pensare a quell’uomo sdraiato su un materassino da campo e mi sentivo un po’ come Lou Bertignac, la tanto geniale quanto timida protagonista di “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan.
 Lui era il mio No, la senzatetto “salvata” dalla tredicenne del libro, ed io la sua Lou; io lo avrei aiutato come avrei potuto. 
Già, ma come?

Poi dentro di me è scattato qualcosa e mi sono ricordata della mia copia di “Il buio oltre la siepe”. Sapevo che a casa ne avevamo un’altra così ho infilato il libro nella borsa e mi sono fermata a comprare una brioches, per ricordargli la dolcezza dei gesti semplici.

Quando sono arrivata davanti alla banca dove solitamente stava ho trovato il suo giaciglio sfatto e vuoto.

In Italia vivono, secondo l’Istat, circa 40 mila clochard. 
Ho pensato al “mio” No e agli altri 39 999 fra uomini, donne e bambini come lui: li ho visti tutti in fila davanti a me per un pasto caldo.

L’ho aspettato mezz’ora, durante la quale ho cercato le parole giuste da dire ma, per la prima volta in vita mia, non trovavo la giusta combinazione. 
Non avevo sostantivi, verbi e congiunzioni: ero grammaticalmente e letteralmente povera.

Ho lasciato libro, brioches e un piccolo aiuto economico sulla sua coperta e sono andata via. 
Ad ogni passo l’ansia che qualcuno potesse portargli via i miei doni cresceva. 
Al mio ritorno ho trovato il sacchetto in cui era contenuta la brioches vuoto e accartocciato in un angolo della sua dimora pubblica, così ho sorriso per l’infondatezza dei miei dubbi e le paure sciocche.

Non sono una buona samaritana e neppure una moderna Madre Teresa di Calcutta, semplicemente credo nella ricchezza di donare per aiutare e fare del bene, senza nessun personale tornaconto karmico.

“Proisaítes” in greco antico significa letteralmente “che è povero, chiede alla porta”; il popolo degli invisibili bussa piano, per non disturbare, alle porte dell’animo e della considerazione dei più fortunati, per uno sguardo gentile.

Non negate mai un sorriso a qualcuno, specie a chi ha meno di voi. Siate meno scostanti e diffidenti: diamo una chance in più all’umanità. 
Guardatevi intorno, osservate e scorgerete anche voi il vostro o la vostra No che aspetta solo di essere salvato.

 

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