Testo di – Marco Ferrario

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“Forse l’assenza del favoloso dai fatti li farà apparire meno gradevoli all’ascolto, ma se quanti vorranno vedere la verità degli avvenimenti passati e di quelli che nel futuro si saranno rivelati, in conformità con la natura umana, tali o simili a questi, giudicheranno utile la mia narrazione, sarà sufficiente. È stata composta come un possesso per sempre piuttosto che come un pezzo di bravura da ascoltare sul momento”. -Tucidide I, 22,4-

 

Ecco come il modesto e quanto mai empatico storico ateniese riassume la propria posizione in apertura della sua narrazione “Della guerra degli Ateniesi e dei Peloponnesiaci“. A buon intenditor, come si dice, poche parole (e mai persona si attagliò meglio ad una simile perla di saggezza popolare, fatto salvo Tacito, dell’involuto, brachilogico, fulminante Tucidide). Il bersaglio di questa violenta critica è un contemporaneo del polemico ateniese, nativo di una località sita nella “meda” (vale a dire persiana) ionia, di nome Alicarnasso: Erodoto, il padre, secondo la vulgata, della storiografia greca. Il senso della sfuriata tucididea è comprensibile attraverso un secondo appellativo, anche questo non certo lusinghiero, con cui viene designato il nostro autore, “logografo“. Erodoto ci viene presentato come una sorta di conferenziere itinerante che avrebbe “raccolto insieme” (sono sempre parole di Tucidide) una gran messe di notizie, prive di qualsiasi fondamento ed impossibili da verificare, si intende, relative ai luoghi più remoti ed affascinanti del mondo allo scopo di sbarcare il lunario intrattenendo la plebaglia nella pubblica piazza.

Durante il suo soggiorno ateniese Erodoto ebbe modo di divenire amico di Pericle, e da questi venne inviato quale membro del consiglio “costituente” che fondò la colonia panellenica di Turi, dove lo storico morì. Il lunario, possiamo azzardare, era dunque abbondantemente sbarcato, e proprio grazie a quei “pezzi da parata“, che evidentemente tanto spregevoli non dovevano essere.

 

Ma a che pro tanto discorrere? Tucidide non lo dice, chiamatelo scemo, ma la sua prospettiva si sostanzia di un confronto e di una dialettica con il punto di vista erodoteo, e questo già basterebbe per acquisire contezza dello spessore del girovago di Alicarnasso, a cui deve molto. L’Ateniese è per esempio debitore al nostro del tema dell’opera, (una guerra) e del metodo, che potremmo definire “critico”, basato sull’autopsia, l’indagine personale (che Tucidide, manco a dirlo, ha condotto molto meglio e molto più approfonditamente di tutti gli altri). La differenza tra i due consiste nel fatto che uno è un “medico” (si legga in proposito il proemio tucidideo, o le pagine sulla peste di Atene in II, 50-53, o sulla guerra civile a Corcira in III, 82-83 per chiarimenti in merito) e l’altro è un antropologo, uno racconta una storia (anche se non la pensa affatto così, come mostra la citazione di apertura) e l’altro racconta sì una storia, ma la legge nell’alveo di altre, innumerevoli storie, che sono infondo le storie di Oriente ed Occidente, di Asia ed Europa. Leggasi pure “La Storia del mondo occidentale”. Erodoto scrive: “perché le imprese grandi e mirabili, compiute sia dai Greci sia dai Barbari, non cadano nell’oblio a causa del tempo“. La sua storia è storia di un epos, la guerra persiana è la nuova guerra di Troia e chi di questo conflitto scrive è l’erede del vate di Chio (o di Smirne o di almeno altre trenta città sparse tra Grecia ed Asia minore, fate voi), solo che nel V secolo l’epica è in prosa e non in versi.

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Il nostro ha viaggiato in lungo e in largo nel mediterraneo, ha fatto cose ed ha visto gente, per dirla con Nanni Moretti: il risultato sono nove libri di un’opera poliedrica, sfaccettata, affascinante, densissima. Dall’Egitto a Babilonia alle remote coste del Mar Nero fino in Persia, Erodoto ha raccolto notizie, dicerie, voci, tradizioni e ce le presenta come le ha ascoltate o come le ha viste, ligio al suo assunto metodologico, con una nota di commento. Egli non critica la tradizione, la preserva dall’erosione del tempo, le conferisce “gloria immortale” come vuole la più schietta tradizione dell’epica omerica. Etnografo, antropologo, storico, affabulatore, menestrello, sibilerebbe Tucidide, il viaggiatore di Alicarnasso è tutto questo e molto altro, come ci si può attendere da chi, novello Odisseo, ha solcato mari e calpestato arene in giro per il mondo, a conoscere uomini e cose.

 

Dietro a Tucidide in moltissimi gli hanno dato del bugiardo, dell’ingenuo e del disinformato, poi sono venuti i Viaggi: Marco Polo, Filippo Sassetti, Colombo, Magellano, Cook, fino a Lévi-Strauss, mutatis mutandis, e si è scoperto che non tutti i mirabilia che si trovano nel nostro scrittore erano immancabilmente assurdità, oppure che certe assurdità non erano così assurde, per il semplice fatto che erano vere. Erodoto resta per noi il primo professionista di storiografia orale, una storiografia non solo evenemenziale ma attenta anche al “capitale umano”, la cui importanza è una scoperta recente e il cui utilizzo per la comprensione del passato non smette di riservare sorprese, almeno dagli anni ’70. Storico dunque a tutti gli effetti, altro che compositore di “pezzi da parata”, ma anche narratore inimitabile, appassionante, fascinoso. Tra una pagina e l’altra valichiamo l’Eufrate, ci inoltriamo tra gli Egizi “che hanno adottato in tutto costumi diversi da tutti gli altri uomini” (II,35), percorriamo le sconfinate pianure scitiche o veniamo a tu per tu con gli altissimi, selvaggi traci dagli occhi cerulei per giungere in Ionia, nel 499 a. C. quando una piccola “polis” si ribellò al dominio del Gran Re e chiese aiuto in patria. A Sparta si celebravano le Carnee, Atene ed Egina inviarono una flotta. “Quelle navi furono l’inizio della rovina per Greci e Barbari“, così troviamo scritto, e così fu.

 

Aveva davvero ragione Schopenhauer quando ebbe a scrivere che “chi ha letto Erodoto non ha bisogno di altre storie“.

 

erodoto

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