Testo di – Giulia Maino

TORINO – Il “Sogno Americano”, croce e delizia degli autori contemporanei e non, ha popolato il nostro immaginario di storie e personalità con caratteristiche precise: il disilluso, chi ce l’ha fatta, chi è rimasto vittima del sistema, chi ha deciso di andare sempre e comunque contro corrente. La categoria degli “sconfitti” ha da sempre attirato di più i creatori di storie, dalla letteratura al cinema, per la sua intrinseca capacità di raccontare le idiosincrasie e le contraddizioni di un’epoca, alle prese con sogni infranti ed ispirazioni tradite. Paul Thomas Anderson, cineasta che ha fatto degli outsider la sua cifra autoriale, non fa eccezione. L’umanità varia e perduta che popola le sue storie, attingendo a piene mani dalla storia del cinema d’autore, ha raccontato l’America di oggi con struggente malinconia e analitico cinismo. Due anni dopo il folgorante “The Master”, Anderson torna al cinema con l’adattamento per il grande schermo del romanzo “Inherent Vice” di Thomas Pynchon, un noir psichedelico, che strizza l’occhio ai grandi classici con disarmante ironia e un pizzico di nostalgico romanticismo.

Los Angeles, 1970. Doc Sportello, investigatore privato perennemente sotto l’effetto di stupefacenti, riceve i suoi clienti sotto copertura in uno studio medico. Riceve la visita della sua ex, Shasta Fay, che gli confida di trovarsi nei guai. La ragazza è infatti coinvolta in un complesso gioco di potere fra il suo amante, il magnate del mercato immobiliare Mickey Wolfmann, sua moglie e l’amante di lei. Shasta infatti teme che questi ultimi vogliano rinchiudere Wolfmann in un manicomio, per poter così rilevare la sua fortuna. Il detective accetta di aiutarla, ritrovandosi invischiato in situazioni assurde e circondato da personaggi ancora più improbabili.

Il regista americano cita e omaggia continuamente in questo nuovo e mirabolante film; gli stilemi del noir classico vengono qui delineati e completamente stravolti per adattarli alla linea narrativa. Il detective Bogartiano, virile e tutto d’un pezzo, viene trasformato in un fattone stralunato e geniale, capace di atti di sconsiderato coraggio e d’inventiva, che nasconde nelle pieghe degli sguardi una struggente malinconia (gli occhi di Phoenix, da sempre protagonisti delle sue perfomance, brillano di disillusione e di placida ironia, macchiata di romanticismo d’antan quando Doc guarda la sua amata Shasta). Il poliziotto, insieme amico e antagonista del detective, qui perde la rigidità professionale e l’integrità morale incorruttibile, acquistando una patetica nevrosi dovuta al dolore e alla disillusione verso il proprio mestiere. Bigfoot infatti agisce per vendetta, convertendo l’odio che prova verso il mondo che cambia e cresce senza di lui in violenza disperata e spesso ridicola. La femme fatale è una donna\bambina, dalla grazia interrotta dalla corruzione del corpo e dello spirito. La classe di Lauren Bacall è sostituita dal fascino acerbo e asciutto di Katherine Waterston, che incanta e stordisce lo spettatore, ottenendo l’aiuto che chiede con la stessa facilità della sua celebre antesignana. La decostruzione dei dogma del noir permette ad Anderson di intrufolarsi nella complessa e intricata storia di Pynchon per delineare il tipo di umanità che predilige; confusa, dolente, alla deriva, che affronta la vita incomprensibile con disarmante sarcasmo. L’indagine hard boiled che coinvolge i protagonisti è caotica, intricata; lo spettatore è costretto alla massima attenzione per non perdersi nessun dettaglio. Un’ ottovolante di persone, situazioni, rivelazioni che trascinano lo spettatore in un vortice allucinato in pieno stile anni ’70, raccontando un’America alle prese con la criminalità organizzata sempre più invasiva, il consumo di droghe per sfuggire ad una realtà scomoda e dolorosa, la guerra che opprime il presente e l’immediato futuro, l’anomia dilagante che spiazza e divora le coscienze. Pynchon e Anderson, di fronte ad un paesaggio umano controverso e apparentemente senza speranza, rispondono con uno stile dissacrante e nemico dell’austerità, colorando il cielo di Los Angeles con droghe psichedeliche, notti d’amore vissute d’un fiato, e atti di solidarietà sinceri e privi di malizia.

Grazie a un cast stellare e a una storia accattivante, per quanto confusionaria, Anderson riesce a catapultarci negli anni ’70 e nella vita rocambolesca dei protagonisti del libro di Pynchon, ardua impresa dalla quale solo un regista abile e attento come P.T.A poteva uscirne vincitore. Tra un tiro di canna, una maldestra sparatoria e un (ignorabile) buco nella trama, Inherent Vice è un divertente e piacevole viaggio allucinogeno che intriga gli appassionati di cinema e gli spettatori più curiosi e attenti, lasciando un’ombra amara nel sorriso come negli sguardi di Shasta e Doc, che sul finale si allontanano in macchina come la versione seventies e hippie di Humphrey Bogart e Lauren Bacall, pensando al futuro incerto e potenzialmente rivelatore.

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