Testo di – GIULIA CUCARI

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Prendete l’immagine pura e innocente dei bambini e imprimetevela bene in testa, perché leggendo questo romanzo potreste cominciare a dubitarne.

Yuko Moriguchi insegna scienze alla scuola media S in una cittadina del Giappone, ed è madre di una bambina di quattro anni, Manami, che cresce da sola. L’ultimo giorno di scuola prima dello spring-break, durante la sua ora di lezione, Yuko non tiene alcuna spiegazione, comincia bensì un lunghissimo monologo riguardante la sua decisione di lasciare l’insegnamento, a causa di un evento che ha sconvolto la sua vita e di cui i suoi alunni sono al corrente: la morte della figlia, avvenuta poco tempo prima nella piscina della scuola dove era stata ritrovata. Vi è però un elemento chiave nel suo discorso, che si rivelerà fondamentale: la Moriguchi afferma che non solo Manami sia morta in modo tutt’altro che casuale, ma che addirittura sa di chi è la colpa. Gli assassini, infatti, si trovano nella classe in cui sta parlando. Riferendosi a loro come “A” e “B”, ma facendo capire chiaramente di chi si tratti, Yuko annuncia di non voler denunciare i due assassini alla polizia dal momento che non è prevista alcuna pena per i minori di 13 anni; nonostante ciò, afferma di essersi già fatta giustizia da sola: approfittando della razione di latte distribuita giornalmente alla classe durante l’anno, la Moriguchi ha iniettato del sangue infetto da HIV nei cartoni dei due studenti, proveniente dal suo compagno sieropositivo. Con queste parole, l’insegnante scatenerà un effetto domino di previste e freddamente calcolate conseguenze, cominciando la sua opera di vendetta che avanzerà gradualmente e con una lentezza logorante. La sua intenzione è quella di rovinare fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, i colpevoli, in modo da distruggere la loro vita tanto quanto loro hanno devastato la sua.

In seguito all’omicidio, i due prenderanno strade diverse e avranno reazioni diametralmente opposte; le cause e gli effetti del loro crimine riaffiorano pian piano, esposti da quattro diversi punti di vista attraverso vari strumenti: una lettera, un diario, le memorie di un ragazzo e un tema

Passo dopo passo conosciamo non solo la storia di Shūya e Nao (A e B), ma anche di chi li circonda e subisce, suo malgrado, la deviazione mentale di entrambi: Shūya non ha mai superato la separazione dalla madre, sua eroina personale, e non potendo rimanere in contatto con lei nel momento in cui ha cambiato città dopo il divorzio, tenta disperatamente di attirare la sua attenzione in quello che reputa il più sicuro dei modi: finire sui giornali grazie al suo genio, ereditato ovviamente da lei. Almeno, questa è la sua intenzione iniziale.

Nao, al contrario, non è una mente brillante. A dirla tutta, è abbastanza scarso sia nello studio che nello sport, e lui stesso si considera fondamentalmente inutile agli occhi di tutti, tranne quelli della madre. Ciò lo porta a sviluppare un forte senso di inferiorità, che svanirà nell’esatto istante in cui Shūya gli tenderà la mano e gli proporrà di diventare suo amico.

Lentamente, e letalmente, la fitta trama di eventi pre e post omicidio denuda i personaggi coinvolti delle loro maschere, svelando le loro debolezze e macchinazioni distruttive e facendoci procedere verso il termine del libro, che colpisce come un getto d’acqua gelida in pieno volto.

Un elemento fondamentale del romanzo è la figura della madre, che qui ci viene proposta in tre chiavi diverse: la Moriguchi, madre single e di conseguenza oggetto di critiche, che però non si lascia intimidire dai sussurri altrui; la mamma di Nao, emblema della genitrice iperprotettiva che mai e poi mai sarebbe disposta a mettere in discussione suo figlio e il suo comportamento, tanto da chiuderlo in una campana di vetro da cui, anche se nel più inaspettato dei modi, egli riuscirà a uscire solo dopo immani sofferenze; infine, la madre di Shūya, che pur non avendo un vero e proprio ruolo attivo rende la sua presenza costantemente aleggiante e la cui assenza fisica sortisce gli effetti più devastanti che si possano immaginare.

Confessione, pubblicato nel 2008, è un ritratto della generazione in cui il dialogo fra genitori e figli è totalmente assente, in cui la pressione persistente del giudizio della società soffoca sempre di più chi è troppo debole per tenerle testa, ma è anche una denuncia alla condizione degli adolescenti giapponesi, fra il bullismo e il nichilismo che li caratterizzano. Nonostante ciò, il libro non permette al lettore di riconoscersi nei personaggi o di provare a immedesimarsi in qualcuno di loro, poiché qualsiasi tipo di empatia è sedato sul nascere: vi è un forte senso di disagio e irrequietezza nell’addentrarsi sempre di più nelle loro storie e nelle loro visioni dei fatti.

Questo thriller, in perfetto stile nipponico per quanto riguarda la creazione di atmosfere raggelanti, soprattutto non lascia immaginare un possibile lieto fine, ma trascina capitolo dopo capitolo in una spirale di suspense che difficilmente rende possibile l’interruzione della lettura.

L’autrice  utilizza un linguaggio diretto, tagliente, che non lascia nulla all’immaginazione e non fa sperare nemmeno per un attimo che le cose possano andare diversamente (non a caso è stata premiata nel 2012 col “Mistery Writers of Japan Award”). Confessione, come anche i pochi altri romanzi che ha scritto, è un thriller di ottima fattura, che va a scavare nelle profondità più aberranti dell’animo umano, anche quelle di due semplici e apparentemente innocui studenti delle medie.

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conf

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