Testo di – DAVIDE PARLATO e FEDERICO QUASSO

.

In occasione del lancio del tour estivo del Management del Dolore Post-Operatorio e in seguito all’uscita del nuovo album Un incubo stupendo, abbiamo avuto il piacere di parlare con il cantante del gruppo Luca Romagnoli di alcuni dei temi che animano l’ultimo disco e che permeano l’intera produzione della band.

.

L’ossimoro Un incubo stupendo, titolo dell’album e di un singolo, a cosa si riferisce?

A furia di cercare di spiegare questi titoli, queste idee, uno si dimentica anche un po’ il motivo scatenante, e più cerca di spiegartelo e più se ne dimentica. Ad un certo punto è un po’ come se dentro di noi sapessimo perfettamente cosa significa questo sentimento, che viaggia attraverso tutte le canzoni, e allo stesso tempo non riuscirei più a spiegarlo. Ognuno di noi, a seconda della propria vita e delle proprie esperienze, saprà cosa può rappresentare un incubo stupendo. Il titolo e il disco stesso diventano un po’ di tutti, di chi ama le sue canzoni, quindi non mi sento più in grado neanche io di poterlo spiegare, vorrei lasciare al pubblico l’interpretazione.

Nel disco si percepisce più maturità e meno istintività dei lavori precedenti. Dal vivo però vi siete sempre contraddistinti per performance vicine al punk. Come fate convivere queste due anime?

Il palco è un posto adatto a scatenare determinate energie, diciamo che abbiamo sempre un lato istintuale e istintivo anche quando ragioniamo di più, anche quando, come con questo disco, abbiamo voluto raccontare un certo tipo di emozioni che fanno parte della nostra vita, anche se sembrano lontane dal nostro modo di vivere la musica. In realtà ci sono sempre state, nascoste sotto certi testi, sotto certe canzoni anche del passato. Questa volta abbiamo voluto un po’ forzare questi sentimenti, che comunque non smettono di rimandare ad una certa disperazione che è insita in noi e che in un certo senso poi sul palco esplode. Il live diventa come una specie di esorcismo di questi sentimenti. Le nostre canzoni, anche le più rotonde, non sono mai prettamente romantiche o sentimentali, c’è sempre una profonda forza di disperazione che ha in se un sentimento di lotta. Un sentimento che esce fuori sul palco anche nelle canzoni che sembrerebbero più calme, sputato dal corpo con questa energia che può comprendere sia chi sale sul palco ma anche chi è sotto.

La libertà è sempre stata uno dei temi centrali della vostra produzione e avete voluto riaffermarlo con questo nuovo disco. Che cos’è per voi la libertà e come la si può vivere davvero al giorno d’oggi?

A mio dire è  la voglia di cercare in ogni attimo la felicità, quel qualcosa che ti fa stare bene. È inutile aggiungere che questo non deve fare del male agli altri, altrimenti è stupidità e non libertà. Quindi nel limite di ciò che può far piacere a sè e agli altri, la libertà è una ricerca ossessiva di ciò che può farci stare bene. Scegliere il proprio bene all’infuori di tutte le variabili come la vendita o il successo o la carriera permette di essere liberi e capire chi si è veramente. Anche se forse non lo capiremo mai perché sin da quando nasciamo siamo completamente sommersi da informazioni, pubblicità e mode che ci rendono difficile questo percorso. Libertà, in questo senso, è esprimere ciò che si è senza mediazioni. Questo spesso può anche dar fastidio e quindi “provocare”. Ma questa è una forma intelligente di libertà. Esser liberi comporta di per sé un certo fastidio, è un qualcosa che genera attriti all’interno della società. Attriti che però sono positivi, a differenza delle forme di violenza. È una ricerca non un dato di fatto, non è mai definita, non è un semplice fare il cazzo che ti pare. È una forma di intelligenza nel suo scardinare costantemente ciò che i diversi contesti ti impongono, e in questo senso non è mai uguale a se stessa.

Nel brano Il mio corpo fate specificatamente riferimento al tema della libertà. In che modo la libertà passa dal corpo?

A partire da un pensiero e una ricerca artistica che percorrono tutta la seconda parte del Novecento, mi viene da pensare che attraverso il corpo, il nostro modo di usarlo e di rivendicarlo ci sia l’unica realtà rivoluzionaria di cui possiamo ancora parlare.  Anche dal punto di vista sessuale, per quanto noi adesso ci riteniamo liberi, ci sono ancora molte limitazioni mentali, soprattutto in Italia… C’è ancora da sdoganare nel tema della sessualità, del colore della pelle, la libertà di essere se stessi dentro al proprio corpo. Attraverso la franchezza e la semplicità con cui il corpo rivendica la propria esistenza, possiamo realmente comprendere la giustizia di esistere semplicemente perché siamo vivi. A nessuno può essere detto “tu sei ingiusto, tu non devi vivere per i tuoi gusti sessuali, sei sbagliato per il colore della tua pelle o dei tuoi capelli”. Per questo è così importante rivendicare il nostro corpo con assoluta felicità e libertà, intelligenza, simpatia e ironia. Parlare della propria sessualità e del proprio modo di vivere il proprio corpo invece dà ancora molto fastidio e genera anche un po’ di disgusto, che è una cosa ridicola. Il corpo è la controproposta a tutte queste chiacchere, all’ultradialogo senza contenuti cui siamo fin troppo abituati. È la realtà e su questo dobbiamo basarci per la nostra libertà e il nostro pensiero: meno discorsi, molto più corpo.

Scegliere il nome Marco per il protagonista della traccia Marco il pazzo ha una valenza in qualche modo autobiografica? Vi sentite “bambini rivoluzionari”?

È stata un po’ una dedica a noi e a Marco, con il quale condivido l’iperattività , il sogno. Ci conosciamo dalle elementari, abbiamo fatto tanto insieme, è un po’ una dichiarazione d’amore. Non c’è dell’autobiografico, è un’invenzione favolistica per parlare della libertà, di noi e del nostro modo di vedere le cose. Mettere come protagonisti dei bambini mi sembrava appropriato, perché è con quel tipo di innocenza, con quella voglia di fare la rivoluzione anche per gioco che poi si può lottare veramente. Altrimenti tutte le cose sono compromessi, con la politica, con la realtà, con la carriera, con i soldi, con tutte le rotture di cazzo che rendono la vita un po’ noiosetta.

Per la prima volta la produzione artistica è stata fatta interamente da voi. A cosa è dovuta questa scelta?

Ci siamo presi un anno di pausa e ci sentivamo di avere il tempo di ragionare, di prenderci la briga anche di sbagliare con le nostre mani. Ci sentivamo pronti per prenderci la totale responsabilità.

Vi siete sempre definiti giullari e avete sempre avuto la passione per la provocazione. Non avete paura di rimanere intrappolati nell’etichetta di band provocatoria?

Tutti i nostri dischi sono molto diversi l’uno dall’altro. Quest’ultimo  è un piccolo discoro che parte da questa domanda. Vogliamo permettere al pubblico di mostrarci come persone, non aspettandosi mai nulla da noi, non aspettandosi sempre le stesse cose , le stesse provocazioni,  lo stesso atteggiamento. Abbiamo ragionato molto con i nostri fan e qualcuno ci ha chiesto “ma come ma dove sono finite quelle canzoni lì?”. Ma semplicemente, in linea con quanto detto sulla libertà, non vogliamo sentirci obbligati a fare un certo tipo di scelte. Le persone non sono sempre uguali, alcuni dischi si scrivono in un certo periodo della propria vita in cui si vuole parlare d’altro. Se dovessimo ragionare solo in termini di vendite saremmo schiavi del numero di dischi da vendere, del numero di visualizzazioni, del numero di fan che vengono ai concerti. Per quanto sia necessario parlarne e pensarci, in realtà questo toglie molta libertà nella fase di scrittura. Non a caso noi, da quando con Auff ci definivamo “giullari” e indossavamo pure i pantaloni bicolore come i giullari medievali, anche con un velo di tristezza abbiamo deciso di cambiarci d’abito fin dal secondo disco, con molto dispiacere di taluni fan. Ad un certo punto quei pantaloni rappresentavano una divisa, e le divise di qualsiasi tipo, ci fanno un po’ schifo. Già ci immaginavamo di essere costretti ad indossare quel tipo di pantaloni tutta la vita perché senza di quelli non avremmo potuto più essere noi. E invece no: ci sono tantissime sfaccettature dell’umano e quindi con o senza pantaloni, con o senza provocazioni noi vogliamo descriverci a 360 gradi, senza essere obbligati a fare nulla.

 

Non perdetevi le date del tour estivo del MaDe DoPo:

  Jun 02 CANAPA FESTIVAL Villafranca Di Forlì, Italy        
  Jun 03 FANSOUT Nizza Monferrato, Italy        
  Jun 16 Eremo Club Giovinazzo, Italy        
  Jun 22 GULLIVER ROCK Ancona, Italy        
  Jun 23 AREZZO WAVE Milan, Italy        
  Jun 24 Covo Summer Bologna, Italy        
  Jun 29 LA TEMPESTA GIRA Rome, Italy        
  Jul 01 ROCK 4 ALL Vittorio Veneto, Italy        
  Jul 06 MOLECOLE FESTIVAL Pavia, Italy        
  Jul 07 SWAP FESTIVAL Sommacampagna, Italy        
  Jul 08 BASSE FREQUENZE Cuneo, Italy        
  Jul 13 PEPITO BEACH Pescara, Italy        
  Jul 14 LA CASSERATA Montalto Delle Marche, Italy        
  Jul 15 BAR DELLA RABBIA Monte Campano, Italy        
  Jul 21 GIOVIVENDO Abatemarco, Italy        
  Jul 22 IO RESISTO Empoli, Italy        
  Jul 27 RESTA IN FESTA Palazzolo Sull’oglio, Italy        
  Jul 28 LUNATICO FESTIVAL Trieste, Italy        
  Jul 29 PERAROCK Arcugnano Vi, Italy

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata