Intervista di – Claudia Frangiamore e Stefano Di Fonzo

 

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Pablo Trincia è conosciuto grazie ai servizi televisivi curati per il noto programma Le Iene, ma la sua attività di giornalista non si limita a questo. Si tratta di un personaggio interessante, dotato di una grande professionalità: reportage impeccabili e competenze giornalistiche eccellenti gli hanno permesso di ottenere per ben due volte il premio italiano Ilaria Alpi, dedicato al giornalismo televisivo, e di collaborare anche con rinomate riviste, tra cui La Repubblica e L’Espresso.

Ma l’elemento caratterizzante e insolito della sua persona è la sua straordinaria proprietà di linguaggio, applicata non solo alla lingua italiana ma a numerose altre, anche molto differenti tra loro: dai suoi reportage emerge la sorprendente capacità di comunicare senza difficoltà con gli abitanti di una certa popolazione, grazie ad una conoscenza molto ampia delle lingue straniere, tra cui anche lo swahili, l’hindi e il wolof.

Per questo motivo, nonché per la sua personalità innegabilmente eclettica e interessante, abbiamo chiesto a Pablo Trincia di rilasciare per noi un’intervista, al fine di conoscere meglio il suo background e capire da dove nasce la sua inesauribile voglia di conoscenza e di arricchimento culturale.

Pablo, tu sei nato a Lipsia da padre italiano e madre persiana, e ti sei trasferito con la famiglia a Milano. Quanto ha influito questa varietà di culture sul tuo percorso? Cosa ti ha spinto a intraprendere il viaggio di conoscenza di questi idiomi?
Sicuramente ha influito sulle mie scelte universitarie, sul mio lavoro, sulla mia vita in generale. Credo sia una propensione naturale, anche se ovviamente ci vuole un certo humus; io ho avuto la fortuna di avere una famiglia multiculturale che mi ha dato diversi stimoli da questo punto di vista, per me ciò ha costituito un enorme vantaggio rispetto a chi non ha acquisito questo tipo di cultura.
Ricordo che da piccolo i miei genitori mi regalavano libri di favole: per esempio, avevo questa collana intitolata “Mitologie da tutto il mondo”; era un libro per bambini, ma all’interno trovavi davvero di tutto: c’era la mitologia cinese, quella africana, quella greca, quella giapponese e altre ancora.  Per me è stato quasi un istinto voler conoscere meglio questi mondi.
Come accade per una pianta, se si crea un terreno fertile, essa cresce in un certo modo e dà i suoi frutti. Ma non è una regola che vale per tutti: ci sono persone che vivono in ambienti privi d’ogni sorta di stimolo culturale.

 

Qual è il tuo rapporto con la tua ampia conoscenza linguistica? Lo correli in qualche modo ad una sorta di “bagaglio culturale”?

Conosco sette, otto lingue. Non lo dico per finta modestia, ma credo di possedere un talento innato per le lingue, più o meno come un musicista che ha un certo “orecchio” per la musica. Ma non mi ritengo culturalmente così pieno, anzi, ci sono veramente tante cose che non conosco. A mio parere l’atteggiamento migliore è non credere mai di sapere abbastanza, cadendo nello stesso errore dei giornalisti, che vogliono dimostrare di sapere già tutto: bisogna partire dal presupposto che siamo qui per imparare e ascoltare. Anche l’ultimo individuo della scala sociale ha qualcosa da insegnarti, magari basandosi su qualcosa che ha vissuto in prima persona; e, se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita lavorativa, è proprio l’essere capace di ascoltare.

 

Guardandoti alle spalle, riesci a trovare qualche esperienza significativa che ha particolarmente inciso la tua storia? Che tipo di esperienza reputi formante?

Tutte le esperienze ti insegnano qualcosa, ma un evento più significativo degli altri, in realtà, non c’è stato. Ho sicuramente goduto di un grande privilegio, la possibilità di girare il mondo,  e questa è una cosa che augurerei a chiunque.

Circa la mia esperienza in Africa, quella è stata solo una parte del percorso; se si immagina la vita come una scala, ogni esperienza è un gradino di quella scala. Tutti sono stati passi importanti per me, non riesco a dar loro un ordine di importanza.

 

C’è una lingua tra quelle che hai imparato che ti affascina maggiormente?

Partendo dal presupposto che ognuna ha avuto un ruolo molto importante nella mia vita, credo che lo swahili sia una lingua affascinante, bellissima, molto vivace, facile da imparare. Chiaramente è tutto soggettivo: quando studiavo Swahili ero in classe con persone che non ne erano in grado, è una lingua più facile da imparare per Noi, per il nostro background culturale, perché penso abbia una grammatica molto semplice, o almeno io l’ho trovata tale.

E’ una lingua contaminata?
Tutte le lingue del mondo presentano un certo grado di contaminazione. Lo swahili presenta una struttura bantu, così come quasi tutte le lingue dell’Africa Orientale, e una terminologia derivante dall’arabo, dal portoghese, dal persiano, dallo spagnolo, eccetera… proprio perché quella zona è stata per lungo tempo fulcro di colonizzazioni, scambi commerciali e così via. Per questo la trovo una lingua molto affascinante.

Sarebbe interessante scoprirne la logica. A tal proposito, esiste una sorta di legame o correlazione tra la complessità della lingua e la società di un paese o di una comunità?
Esiste una relazione molto stretta tra la complessità storica e quella linguistica. Certamente in quei Paesi la cui storia è stata caratterizzata da invasioni, conquiste, influenze esterne continue, troviamo lingue molto complesse; ad esempio, l’hindi (parlata nel subcontinente indiano) è stata influenzata dal sanscrito, per una questione geografica e storica. Ma esistono tante altre variabili che influiscono sul grado di complessità della lingua. Anche l’italiano, considerando la sua storia, può essere considerata una lingua complessa e diffusamente contaminata.

Come consideri attualmente l’Italia sotto il profilo dell’educazione e del sistema formativo? Come lo confronti, nella tua esperienza, con l’estero?

Se il discorso è legato all’istruzione, io ho studiato all’estero e posso fare una considerazione personale: ci sono approcci diversi, ci sono modi di studiare e di impostare lo studio diversi.

Posso dirti che in Italia c’è un metodo (o meglio c’era quando studiavo io, ma credo sia rimasto invariato) completamente sbagliato. All’estero è diverso perché invece di darti una mole di cose da imparare a memoria, ti obbligano a usare il tuo cervello per imparare a formulare dei  pensieri e dei concetti tuoi che elabori tu, che sviluppi tu, che scopri tu e a cui arrivi tu. e questa è una grande differenza.
Chiaramente non siamo neanche gli ultimi stronzi, abbiamo un background che fa invidia a mezzo mondo, da un altro punto di vista.

Come consideri invece il livello della cultura attuale italiana? Anche in riferimento all’annoso stereotipo dell’”italiano medio”?

Ci sono mille sfaccettature, non darei una risposta netta perché è impossibile saperlo. Ci sono talmente tante sfaccettature e tanti risvolti che rischi di buttare tutto dentro un calderone e fare confusione. Possiamo saperlo veramente? Magari c’è una parte della nostra cultura che sta marcendo e un’altra che sta fiorendo, ma noi non lo sappiamo.

L’italiano medio non è nient’altro che uno stereotipo, ma questo mestiere ti aiuta a smontare gli stereotipi e a non dare nulla per scontato. L’italiano medio esiste, per esempio, applicato all’alimentazione, consuma preferibilmente questo o quello, guarda preferibilmente questi canali, ma l’italiano medio non esiste, ci sono troppe esperienze diverse.
Il mondo è un caleidoscopio umano, culturale, linguistico, di vita vissuta, di cui è impossibile tracciare un profilo.

 

 

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