Intervista a cura di – GIUSEPPE ORIGO

D: Il tuo percorso artistico, in ognuno dei tanti rami che ti hanno visto coinvolto (dalla musica alla pittura, dal design alla videoart) è sempre stato caratterizzato da quella che sembra una ricerca costante della “novità”, di strade ma percorse. Iniziamo quindi da una domanda secondo me d’obbligo come punto di partenza: cosa sono oggi “innovazione” e “avanguardia artistica”?

R: L’innovazione a mio parere risiede oggi nella resistenza, resistenza tramite indipendenza, non dover ‘pendere da’ , cercare di sviluppare un proprio codice.

D: Quindi astrarsi dalla massa, un’astrazione o un’ indipendenza?

R: Indipendenza, poter continuare a fare il surf in questo nuovo mondo.

D: E’ possibile ancora fare innovazione?

R: A me capita di vedere innovazione nelle cose più, magari, banali o di massa e che puoi vedere in tv tante volte. Mi è capitato in uno spot pubblicitario di vedere qualcosa di profondamente innovativo e, dove invece ti aspetti innovazione, ho visto il raschiare il fondo del barile… Per cui sono termini complicati, che immediatamente ti portano il cervello ad avere l’input di 200 informazioni e non ne viene fuori comunque una abbastanza credibile. Innovazione/avanguardia, siamo oggi ben lontani dal concetto di avanguardismo.

D: Troppo oltre o troppo indietro?

R: Ci possono essere dei modelli interessanti per quanto riguarda le avanguardie ma, sinceramente faccio fatica in questa orda di saturazione completa di ogni tipo di spettro , studiato, approfondito, multimedializzato, a trovare qualcosa di avanguardististico, ci sono degli esempi credibili ma non so come mai , sarò vecchio dentro ma mi piace aprire il libro di De Micheli, andare a leggere le avanguardie artistiche del 900’ e trovare dei flussi dei singoli individui che pensavano a un profondo cambiamento secondo avanguardie…

D:Trarre spunto dalle innovazioni del passato da chi ha innovato prima di noi.

R: Sì, tendenzialmente sì, Lì trovo qualcosa di concreto, oggi stiamo vivendo un momento totale di “esplosione del raudo”, quindi è talmente confuso, io stesso parlo di una realtà indipendente appena rinata ma è come se avessi dormito, se mi fossi fermato per 10 anni e mi fossi svegliato in questo nuovo mondo, quindi la tua domanda è ancora impegnativa… gli hacker sono quei matematici che, forse unici, riescono a fare qualcosa di avanguardistico oggi, perchè istituire un codice differente, un modello di pensiero differente, tramite la sua conoscenza… è avanguardista, assolutamente.

D: La Grande Crisi in cui viviamo i tempi dell’ oggi ha anche una sua dimensione culturale oltre che quella prettamente economica?

R: Io sono uno di quelli che banalmente crede che si stia in uno stato di pseudo-guerra, nel senso che la crisi economica è la grande difficoltà che stanno vivendo tantissime persone.
Per cause economiche si ha un inizio di una guerra che serve comunque a spostare gli orientamenti e a rendere, banalmente, poche persone ricchissime e tantissime persone poverissime. In tutto questo però, nonostante i portafogli, penso che sia un periodo culturalmente attivissimo proprio perché la possibilità di autogestire la propria cultura, poter avere la propria esposizione, essere una piccola parte del mondo, vuoi del web o in qualsiasi contesto, il rendersi indipendente, propone una varietà di cose culturalmente assolutamente molto molto attive. Poi questo coincide con la morte del capitalismo, la fine del cd, del sistema discografico… Penso che culturalmente ci sia una proposta infinita, il problema è fare luce sull’enorme possibilità di cercare, il setaccio di quello che ti può interessare, di quello che puoi veramente andare a studiare…
La Cultura sta vivendo un periodo di massima attività, di massima energia secondo me.

D: Forse anche perché l’uomo laddove si è trovato in difficoltà ha sempre reagito rifugiandosi in quella panacea che forse era il suo stesso cosmo interiore, nell’esplosione di forme d’arte, nella creazione di qualcosa di diverso da quello che era il mero cosmo concreto che gli si presentava, creare qualcosa di nuovo e positivo, forse, in risposta a quello che era il decadimento esterno..

R: Creare innanzitutto è un codice di espressione per cui tramite centrature in se stessi tanti artisti sono riusciti ad esprimere qualcosa, lo puoi vedere dai Sex Pistols di quella Londra degli anni 70’ o dagli avanguardisti russi, dal Dada e dal Cabaret Voltaire.

D: Pensi che l’artista pop, inteso come di risonanza popolare, abbia una sorta di obbligo morale nei confronti del pubblico, di lasciare una scintilla, un’ idea, un effettivo “valore aggiunto” alla mera fruizione?

R: A mio parere non è una questione legata all’obbligo, l’unica questione etica che mi sembra di percepire e o almeno quello che vivo di giorno in giorno è l’integrità, cioè non stai cercando un ruolo ma cerchi all’interno di te stesso la capacità di fare il surf e vivere ogni giorno della tua esistenza secondo creatività e questo è l’unico flusso che mi accende al mattino… perché poi con l’età non fai più le nottatone e ti svegli il pomeriggio, ti svegli la mattina. Penso che l’unico flusso piacevolmente divulgabile sia la dedizione verso quello che ami fare, ma non credo più all’obbligo di dover lasciare qualcosa di contenutistico così elevato.
Soltanto cercando di emanare quanto amo fare quello che amo e vivere secondo creatività e ricerca penso di poter trasmettere qualcosa…

D: Cos’è Fluon?

R: Fluon è un flusso creativo, è un’intenzione creativa che si muove secondo musica secondo pittura secondo colore e che prende vita in uno spazio fisico che è un capannone industriale: un luogo fisico, un’enorme stanza dei giocattoli nella quale si provano le cose , ci si mette in gioco.
I Fluon sono un nuovo progetto musicale, usciremo a gennaio con il disco nuovo, era un trio ed è diventato un quartetto, ci fa parte l’ultimo arrivato Luca Urbani dei soerba, è un quartetto elettronico dove io canto, c’è un chitarrista che si chiama Fabio Mittino che ha studiato nella difficile e speciale scuola di Robert freeed dei guitar kraft con questo modo di prendere la chitarra da tutt’altra parte , faber è il mio socio di sempre con cui ho costruito tutta la realtà fluon e Urbani quattro individui completamente diversi tra loro che scrivono le cose con le macchine e lasciano che la musica, la tecnologia e la capacità di svolgere progetti anomali, è un libero flusso di un processo creativo, si chiamerà struttura e resistenza.

D: ricorda vagamente la Factory…Warholiano?

R: Non è paragonabile perché la factory warholiana è un’altra cosa: altri tempi, altre persone e altri contesti. In ogni paragone warholiano mi piace citare la grandissima Benedetta Parzini che mi diceva che quando lei è stata in factory in fine anni 60’ Warhol sembrava un gatto che guardava in una scatola giocare dei topolini, un gestore di un marchingegno celebrato dalla storia… Warhol è un emblema che in vita è stato considerato un deficiente mentre col passare del tempo è nata questa storicizzazione, celebrazione che di anno in anno si alimenta. Molti artisti hanno vissuto diverse fasi postume alla loro vita, magari essendo in vita, qualcosa di simile a dei poveracci derisi…

D: Qual’ è la tua dimensione artistica attuale?

R: E’ una sorta di eremitaggio, che non ha niente a che vedere con il Siddharta… non ci sono rifugi nella foresta in meditazione nonostante la medicina cinese o le pratiche orientali mi affascinano molto, però io sto vivendo anni di reclusione nel capannone, nel bene e nel male: quando il capannone pullula di idee nuove, di nuovi quadri fluorescenti, di musiche altisonanti… comprese quelle fasi dove stai immobile nel capannone a guardare l’angolo con le ragnatele non più abitate, abbandonate dai ragni a un destino di drappi, di decorazioni. E’ un’epoca di transizione ma un’epoca di eremitaggio dove sto a lavoro piuttosto che vivere la mondanità e la continua rincorsa dei contesti… Sono molto molto chiuso in questo posto.

D: Un eremita è solito cercare risposte o il proprio io: Cos’è che cerchi dal tuo essere eremita?

R: Cerco di mettere a fuoco quello che ho cercato negli anni: ho dato una serie di input a me stesso e in tanti contesti differenti, nella musica, nella pittura ho avuto modo di avere che fare con gallerie d’arte importanti o applicare i miei dipinti a un brand per una piastra per i capelli quindi il concetto di arte-promozione. Nella musica ho avuto modo di sviluppare tante idee all’interno dei Blu Vertigo per poi sonorizzare la danza contemporanea in diversi progetti. Adesso sto cercando di mettere a fuoco, guardami dentro e mettere a fuoco… Non posso dirti che cosa esattamente, ma col passare degli anni sto vivendo questo: non è un implosione perché comunque sviluppi novità continue messe in atto dalla tua creatività. Però sono proprio alla ricerca di una focalizzazione…

D: Concludiamo con la domanda farlocca, di circostanza ma, dopotutto, lecita: cosa ne è dei Bluvertigo?

R: Non l’ho capito neanche io, nel senso che, dopo il percorso svolto, ci siamo eclissati l’uno dall’altro per sette anni circa… Abbiamo cercato di riunirci nel 2008 ed è stato molto complicato perché il cantante era molto impegnato ed è stato un po’ difficile trovarsi tutti quanti, ma più che altro trovarsi mentalmente perché poi quando il flusso si accende sei sul palco.. su 15 date in 3 date è stato fantastico proprio perché tornava quella scintilla molto molto importante. Diciamo che è stato complicato trovarsi ognuno nel nuovo stile di vita dell’altro, e quindi al momento ci siamo ridispersi. Ho recuperato il saluto con Morgan quest’anno perché gliel’avevo tolto per 4 anni e mezzo e sono proprio contento di aver fatto defluire la rabbia e essere comunque in un buon rapporto e saper accettare i cambiamenti di ognuno, nel bene e nel male, e nei disastri che sono avvenuti in un gruppo che, comunque, aveva delle cose speciali da dire e da portare all’interno di un mercato discografico quando c’era da comunicare tante cose a persone con orecchie attente.

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