Testo di – EDOARDO RIGHINI

Traviata

La stagione lirica milanese 2013/2014 si apre con una delle opere probabilmente più famose del nostro bagaglio musicale. La Traviata, assieme al Rigoletto e Il Trovatore forma la trilogia cosiddetta “popolare” o anche “romantica”, seppur impropriamente, sia per la (apparente) facilità della trama e accessibilità dello stile musicale, sia perché proprio in questa trilogia si può scorgere lo sguardo, spesso critico e talvolta analitico, dell’autore Giuseppe Verdi.

La Traviata è l’opera del “Libiamo nei lieti calici”, tanto per intendersi.

Una storia d’amore innanzitutto.

Del resto c’è modo migliore per appassionare un pubblico e assicurarsi il successo al botteghino? E come ogni storia d’amore che abbia la pretesa di fare un po’ di strada, è un amore travagliato, quasi impossibile. Violetta ama Alfredo (“Amami Alfredo”) e Alfredo Violetta.

Il problema è che Violetta per vivere fa la mantenuta, la escort dei giorni nostri.

Alfredo se n’è perdutamente innamorato e la adora a distanza da più di un anno.

Finalmente, durante una festa, ha la possibilità di conoscerla e dichiararle il suo amore.

Lei inizialmente, abituata com’è a considerare l’amore a prezzo di mercato, rifiuta Alfredo, ma inevitabilmente finisce per innamorarsene.

Finisse così la storia ci si troverebbe nel migliore dei mondi possibili.

A mettersi però in mezzo e a colpire a morte la felicità dei due amanti sono, nell’ordine, le convenzioni sociali e la tisi.

Il padre di lui, Giorgio Germont, infatti, accusa Violetta di stare con suo figlio solo per interesse e quando lei gli mostra di essersi indebitata per lui, le chiede, in  nome dell’amore che dichiara, di lasciare il figliolo per sempre, evitando così di mandare all’aria il matrimonio che Giorgio sta organizzando per la sorella di Alfredo.

Lei accetta.

Alfredo è furibondo.

Violetta per dissuaderlo e allontanarlo millanta di amare il Barone (suo “protettore”) e lui, orgoglioso e idiota come solo gli uomini sanno essere, si infuria e davanti a tutti paga Violetta, come una puttana qualunque. L’umiliazione e la tisi, che è il dolce male romantico per eccellenza, non lasciano scampo all’eroina e le accordano giusto il tempo di riconciliarsi col suo amato e di farsi giurare amore eterno, testimoniato da un medaglione che questa gli lascia in dono.

La Traviata è una di quelle storie d’amore inossidabili, che riescono a esprimere paradigmaticamente l’intreccio penoso che lega amore, dolore e morte, che è elemento comune a tutte le opere di questo tipo.

La si può quasi considerare una sorta di Romeo e Giulietta 2.0 o, non  me ne vogliano gli appassionati, la nonna del Moulin Rouge (sempre la tisi, il mal sottile, letteraria per eccellenza) e, persino, del  lacrimevole colossal TITANIC (dove le discriminazioni e le distanze sociali sono evidenti come le classi della nave).

Ma bisogna guardarsi bene da ogni valutazione superficiale.

La Traviata, oltre ad essere un miracoloso blockbuster, è un’opera complessa e polemica, che colpisce e morde a fondo la società borghese dell’epoca. La meschina materialità del padre di Alfredo, incapace di comprendere ciò che va oltre il calcolo e la personale convenienza, le vuote cerimonie senza più significato, la simulata gioia delle feste in villa, che nascondono in realtà una certa decadenza di costumi, il fasto di facciata sotto cui c’è miseria e debiti, rendono la terza opera della trilogia la più attuale e trasversale che mai.

Proprio per queste sue caratteristiche, la Traviata fu considerata socialmente controversa e sottoposta ad una feroce censura che ne modificò intere parti del racconto ( basti pensare che Verdi l’aveva ambientata nel XIX secolo e fu costretto ad inscenarla nel XVIII).

Da notare poi la grande capacità di introspezione nell’animo della protagonista, supportato magistralmente da un fraseggio musicale che sa dare colore alle sfumature più dolorose e contraddittorie della sofferenza disillusa di Violetta.

La Scala apre la propria stagione teatrale con un pezzo ormai considerato pietra miliare della lirica italiana romantica, che farà sentire la sua influenza a tanti compositori, primo tra tutti Puccini. L’arduo compito è affidato a Daniele Gatti, in una sorta di ritorno alle origini che, per chi ama la cabala, ha un che di mistico. Il direttore d’orchestra milanese si è infatti diplomato al conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano e ha debuttato proprio alla Scala a ventisette anni. Gatti è uno dei grandi nomi italiani nel mondo sia per gli svariati riconoscimenti, che per le collaborazioni con alcune tra le più grandi orchestre del mondo (per dirne una la Royal Philharmonic Orchestra).

Altro dato interessante l’età: “solo” 51 anni, che per lo standard italiano equivale ad aver appena superato la pubertà.

Sipario.

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Dal 7 Dicembre 2013 al 3 Gennaio 2014;

durata spettacolo: 2 ore e 40 minuti incluso intervallo.

Per info e costi visitate il sito internet de La Scala: http://www.teatroallascala.org/it/index.html

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