Testo di – Beatrice Luzzi

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MILANO – Nel 1973 usciva uno dei film che più segnò la generazione anni ‘70: una generazione piena di speranze e energia, ma anche di spiritualità e ispirazione. E’ proprio la fusione di questi quattro elementi che dette vita al film Jesus Christ Superstar diretto da Norman Jewison, che traspose sul grande schermo il musical di Tim Rice e Andrew Lloyd-Webber. Dopo 40 anni dal grande successo, i protagonisti originali sono sul palco del Teatro degli Arcimboldi per il musical riallestito da Massimo Piparo: Ted Neeley (Gesù), Yvonne Elliman (Maddalena) e Barry Dennen (Pilato). Un’edizione incredibile, che ha contato 50 mila spettatori in due mesi e lunghissime standing ovation da parte di un pubblico eterogeneo, dimostrando il fascino di questa storia eternamente attuale, intrisa di musiche trascinanti. Ciò che conferisce drammaticità e che detta il significato profondo della storia è il toccante e decisivo rapporto tra Gesù, arrivato agli ultimi giorni di vita, ispirato ma stanco, che mostra sensibilità e sentimenti del tutto umani, e Giuda, il traditore per antonomasia, dalla personalità profonda e travagliata, pedina di un disegno più grande di lui.

Un tema cardine della storia è infatti la leadership – la parabola della vita di un uomo in grado di toccare gli animi delle persone con la forza della sua personalità e la capacità di comunicazione, che col tempo diventa però vittima del fanatismo sfrenato: questo è ciò che inevitabilmente accade quando si diventa personaggi importanti e rinomati. Quest’eccitazione vuota e frivola è ciò che infastidisce Giuda, che un tempo credeva nei valori e nella missione di Gesù. Ma anche quest’ultimo è in preda a momenti di debolezza, ai dubbi che assalgono chi un tempo era sicuro e ora si sente stanco e impaurito. La parabola finisce quando l’uomo che sta diventando troppo importante infastidisce i poteri forti, rappresentati in questo caso dai Farisei, alleati dei Romani: Gesù deve essere fermato.

Il Gesù di questo amato musical non è un personaggio evanescente e lontano, ma al contrario ci è vicino. E’ proprio “l’agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo”: una figura tanto impregnata di umanità e sentimenti che, sentendosi chiamata per una missione, divinamente si fa carico dei peccati di quel popolo meschino e beffardo che lo condanna a morte.

Viene da chiedersi come possa un tema così importante e sentito essere trattato con tanta umanità e delicatezza. Nessun messaggio univoco, nessuna verità incontestabile viene fornita ed è per questo che tanto spazio viene lasciato agli spettatori: lo spazio di essere gli artefici della propria interpretazione, lo spazio di partecipare attivamente a ciò che guardano e ascoltano, lo spazio di lasciarsi prendere completamente da questo evento. Sì, perché nel momento in cui ci si siede e si alza il sipario, un altro sipario cala sulla nostra mente, e si può finalmente smettere di vivere la vita con la frenesia che i nostri ritmi ossessivi ci dettano ogni giorno, e dedicarci a noi stessi. Il tempo si dilata e ci si abbandona a uno spettacolo appassionante; forse perché ben fatto, forse perché riguardante temi per noi ancora caldi, ancora vivi, sebbene sia passato tanto tempo. E, trascinati dalle note incalzanti delle musiche, dagli avvolgenti movimenti dei ballerini, e dalle solenni frasi degli attori, ascoltando una narrazione che non pretende di fornire risposte ma di stimolarci domande, possiamo finalmente riflettere. Quando mai abbiamo il tempo di farlo al giorno d’oggi? Quando mai, fermi nella convinzione capitalistica che il tempo sia denaro, riteniamo che valga la pena dedicare qualche ora a una riflessione su noi stessi, sulla nostra storia, sui nostri valori e sulle incognite che sempre hanno aleggiato sopra l’umanità?

E’ in questi casi che lampante viene fuori la grande potenza della cultura: l’evento culturale riuscito fa sì che la sua lunghezza non si concluda con la fine della sua rappresentazione, ma che la sua influenza permanga ancora. All’uscita del teatro, come avessero loro stesse vissuto un’esperienza umana e spirituale importante, le persone continuavano a parlare di Jesus Christ Superstar, continuavano a discutere sulle varie interpretazioni che una tematica tanto complessa lascia liberi di avere, difendevano con passione le proprie opinioni al riguardo e lasciavano perfino sconosciuti inserirsi nel discorso. Ecco che la cultura grazie a uno spettacolo tanto eccezionale rende l’uomo di oggi, freddo e troppo stanco per dedicarsi a se stesso come dovrebbe, un vero “animale sociale”.

A Ted Neeley con i suoi strazianti acuti e la sua immagine così evocativa, a Yvonne Elliman con la sua voce melodica appassionata e la dolcezza della sua interpretazione, al giovane Feysal Bonciani con la maestria con la quale interpreta il tormentato Giuda e a tutto il gruppo dobbiamo un’enorme riconoscenza: di averci concesso, almeno per un po’, la libertà di spirito e di pensiero che spesso ci manca. E questa riconoscenza era evidente negli occhi delle persone che, a performance esaurita, hanno aspettato gli attori nel foyer per stringere loro la mano, abbracciarli, dir loro qualche parola commossa.

Insomma, uno spettacolo da non perdere: musiche appassionanti e storiche, bellissime coreografie di Roberto Croce, effetti speciali scenici da mandare in estasi il pubblico, prove di recitazione sensazionali, e attori ormai idoli amati da gente di tutte le età, rendono questo spettacolo un evento imperdibile e un’opera che farà commuovere chi tanto ha amato il film e “illuminerà” chi ancora non lo conosceva.

 

 

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