Testo di – DIANA SALA

 

Il Mudec di Milano ospiterà fino all’11 settembre 2016 una mostra retrospettiva intitolata “Joan Mirò. La forza della materia” che raccoglie un’ampia selezione di opere – più di cento – realizzate tra il 1931 e il 1981 provenienti dalla collezione della Fundació Joan Miró di Barcellona e da quella della sua famiglia. Osservando lo sviluppo delle tecniche espressive dell’artista è possibile individuare l’influenza che la Guerra Civile spagnola (1936) e la seconda Guerra Mondiale hanno avuto sulla sua personalità.

L’artista catalano Joan Mirò i Ferrà (Barcellona, 20 aprile 1893 – Palma di Maiorca, 25 dicembre 1983) è considerato tra le più illustri personalità dell’arte moderna che ha aderito alla corrente del surrealismo; oltre ad essere stato pittore è stato anche scultore e ceramista.

Visitando questa mostra, che presenta le opere in ordine cronologico e divise in tre differenti sezioni (disegni e dipinti, sculture e incisioni), è possibile comprendere quanto per l’artista fosse fondamentale il ruolo della materia, base dell’arte poiché strumento di espressione e di sperimentazione. Il pittore catalano era solito dichiarare che la pittura convenzionale “andrebbe stuprata, uccisa e assassinata”, motivo per cui riteneva che per tornare alle origini di una comunicazione immediata e ad una nuova cultura espressiva dell’arte fosse necessario il richiamo ad un linguaggio inconscio; si avvalse per questo di materiali grezzi come il cartone, la carta catramata, la ceramica, la carta vetro o ancora la china, la grafite e l’acquaforte, che gli permetteranno sul finire della sua carriera di approdare al collage.

Le prime opere presentate all’interno della mostra temporanea sono un esempio della semplificazione dei tratti, tipica della pittura di Mirò; in esse si possono individuare temi ricorrenti – come le donne, la notte e gli uccelli – che accompagneranno l’intero percorso dell’artista. Raymond Queneaulo ha definito un “poète préhistorique” per il suo simbolismo basilare ed essenziale nel quale compaiono linee spesse e campiture di colori primari accostati al nero o al bianco. A proposito della sperimentazione di nuovi colori e tecniche, è possibile inoltre individuare numerosi parallelismi tra l’arte onirica e surrealista di Mirò e le rappresentazioni e stampe giapponesi; un esempio è Dipinto del 1962. Mirò è da sempre stato affascinato dall’arte orientale; l’artista dichiarò di essere sempre stato colpito dal modo di reagire dei giapponesi davanti agli oggetti della natura che sembrano non avere importanza, come un sasso o una goccia d’acqua. Dipinto rimanda ai kakemono, le calligrafie che vengono appese nelle stanze dove si svolge la cerimonia del tè, grazie anche alla sua forma allungata e all’utilizzo dell’olio di lino su quasi tutta la superficie.

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06_Miro_dipinto

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L’esposizione dei dipinti è affiancata da installazioni video che spiegano come l’artista eseguisse le sue opere e le motivazioni di alcune scelte artistiche che miravano alla demolizione dell’arte tradizionale. Oltre a questo supporto il visitatore può utilizzare il Visore Gear, per poter osservare attraverso la realtà virtuale lo studio dell’artista.

Dal 1956 infatti Mirò si stabilì nella residenza a Son Abrines, vicino a Palma di Maiorca, dove fece costruire dall’architetto Josep Lluìs Sert un enorme studio, che gli permetteva di lavorare contemporaneamente a numerose opere e sculture. Nel suo nuovo studio egli collocava i numerosi pezzi che avrebbero composto le sue sculture, andando a creare dei cerchi che potessero suggerirgli le numerose possibilità espressive. In questi anni la pittura si fa ancora più astratta, ma permangono piccole tracce del reale, come un occhio, una mano, la luna. La maggior parte dei quadri di quest’epoca si ispira alla natura poiché il contatto con la terra “il rumore dei cavalli nella campagna, le ruote di legno di carri […] il suono dei passi” alimentano la pittura dell’artista.

Particolari, e probabilmente meno note, sono le ceramiche e le sculture alle quali l’artista si dedica dopo la Seconda Guerra Mondiale. Con la ceramica crea principalmente piatti e vasi, ma anche enormi opere decorative o studi preparatori per esse; egli stesso dichiarò che queste sue opere dovessero rimanere negli spazi aperti, per stupire maggiormente gli osservatori. Le ceramiche risultano la traduzione tridimensionale di tutti quei simboli e segni del mondo naturale presenti nei suoi dipinti.

Anche nell’ambito delle sculture – meglio definibili come “assemblaggi” – Mirò si contraddistingue per la sua originalità; esse si basano su un amalgama di elementi casuali che unificati creano forme precise, assumendo un nuovo significato. “Utilizzo cose trovate per un caso divino, pezzi di ferro, sassi, ecc., così come mi servo di un segno schematico disegnato per caso sulla carta, o di un accidente sopravvenuto anch’esso per caso: è solo questo, questa magica scintilla, che conta nell’arte.” La scelta dell’artista risulta quindi puramente soggettiva, poiché unisce attraverso il bronzo gli elementi trovati in natura, o persi o abbandonati da altri, spesso eterogenei o addirittura inconciliabili all’apparenza.

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Miro_donna e uccello

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Dal 1967 Mirò introdurrà il colore nella sfera della scultura; questo è evidente nell’opera presente al Mudec Donna e uccello: in questa scultura ogni elemento è contraddistinto grazie ad una colorazione differente e non come singolo oggetto di uso quotidiano.

Mirò era solito dichiarare che per vendere le sue opere sarebbero dovuti trascorrere almeno trentacinque anni; questo si addice particolarmente alle sue incisioni; esse sono formate da piastre di rame, chiodi modificati spesso con acidi. Un esempio tra tutte le incisioni esposte può essere Il Soldato in Licenza, dove una figura nera avanza tra le frecce e su uno sfondo sul quale si stagliano delle stelle. Per rimandare alla primordialità Mirò ha inserito l’impronta della sua mano, gesto tipico degli ominidi.

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Mirò_soldato in licenza

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Mirò è stato un artista poliedrico e forse non sempre apprezzato dai critici per alcune performance considerate come estreme o eccessive (come alcune nelle quali per indicare la breve durata dell’arte e delle correnti artistiche della sua epoca creò e immediatamente dopo distrusse alcune opere); tuttavia la sua personalità si è sempre basata su ciò che è naturale e semplice, soleva infatti ripetere che “Sono le cose più semplici a darmi delle idee. Un piatto in cui il contadino mangia la sua minestra, l’amo molto più dei piatti ridicolmente preziosi dei ricchi”.

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