Testo di – LUIGI DI PIAZZA

 

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Tra le numerose attività e mostre promosse ne l’ “Autunno Americano”[nel caso ve lo siate persi, controllate l’articolo 2013 – Year of Italian Culture in the United States – America discovers Italy] è in corso al Palazzo delle Stelline a Milano la mostra “Josef Albers: Sublime Optics”.

Josef Albers è stato un docente e artista di origine tedesca naturalizzato statunitense, nato nel 1888 in una famiglia di artigiani di confessione cattolica, ha vissuto in Germania fino al 1933, collaborando con la Bauhaus come insegnante nel dipartimento di Design. Con l’affermazione definitiva della dittatura nazista, è scappato negli USA riuscendo a ottenere la cattedra di pittura prima a Black Mountain College, in North Carolina poi, nel 1950, a Yale, New Haven, Connecticut e vi rimarrà fino alla morte nel 1976.

L’intento della mostra è quello di esplorare la spiritualità nell’arte di Albers senza però ricondurla al suo essere cattolico, colonna della sua dimensione personale, bensì trovando il suo elemento fondante nel “culto dell’inesplicabile” e nel sublime in esso celato.
L’obiettivo dell’artista è quello di “rivelare ed evocare una visione”, tematica molto cara alla generazione cui egli apparteneva: con altre parole ma volendo veicolare lo stesso messaggio, Klee aveva affermato che: “L’arte non riproduce ciò che è visibile ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Quindi nel lavoro di Albers la determinazione di “aprire gli occhi” di chi guarda scaturisce dalla ferma convinzione di poter scorgere il miracoloso nel mondo fisico. E la sua arte ne è una manifestazione.

La mostra presenta opere provenienti da ogni periodo della produzione artistica di Albers e, per una scelta dettata più dalla ricerca di una continuità tematica interna che dalla volontà di individuare un’evoluzione cronologica, i quadri sono organizzati secondo tre linee guida principali: la linea, la forma e il colore.

La prima galleria racchiude in sé le illusioni che l’artista è riuscito a creare sviluppando il tema della linea. Sono esposte sia opere degli anni ’10 sia opere degli anni ’40 e ’50[Graphic Tectonics e Structural Constellations].  Comincia qui il percorso verso quel tentativo di visione autentica: i quadri, formalmente perfetti, nell’alternanza di superfici nere e linee bianche, prendono vita. La bidimensionalità apparente si scioglie, nasconde in sé il ritmo vitale verso cui l’artista ha indirizzato la propria anima. Le superfici emergono, sprofondano verso l’abisso, e l’occhio spettatore non può che assecondare questo movimento perpetuo e instabile. Vuoto e pienezza sono compresenti in una dualità che è sia avversa che concorde, si combattono senza distruggersi.

Proseguendo in questa galleria, l’uso di Albers di forme ingannevoli evoca una profonda considerazione di oggetti fisici e spazi. Con Equal and Unequal, due forme apparentemente semplici si rivelano allo stesso tempo simmetriche e asimmetriche. La ricerca sperimentata con la linea si estende anche alle forme, esse si demoliscono e si ricompongono, sono in primo piano e sullo sfondo, sono pura sostanza: icone del sublime.

Terminata la prima galleria, la mostra prosegue al piano superiore. Lungo la scala di collegamento tra i due livelli, sono esposte le foto che A. scattò nei suoi quattordici “pellegrinaggi” in Messico e nell’America Latina. Egli sceglie di definire i propri viaggi, “pellegrinaggi”, perché ritiene che “Il Messico è davvero la terra promessa dell’arte astratta. Qui è presente già da migliaia di anni”. Alla visione dei monumenti precolombiani, l’artista sperimenta una profonda reverenza di fronte al sublime che gli toglie il respiro: “Ancora una volta ero tutto intorpidito, come se il respiro fosse troppo corto. [..] Ho provato uno straordinario rispetto per gli spazi tra le piramidi[..]”. Foto di gradini riempiono le pareti e gli occhi, l’ascensione verso l’indicibile coinvolge integralmente.

Si giunge alla seconda e ultima galleria, dedicata integralmente al colore. La ricerca si concentra tra pure relazioni plastiche tra i colori, le forme sono fluttuanti, cangianti e amorfe. La disposizione, come nell’opera che è copertina della mostra [Variant Arancione, Rosa e 4 grigi], crea l’illusione di una superiorità di un’area di colore sull’altra, definendo gerarchie, ma a un’occhiata più attenta, si può scorgere l’infondatezza di questa supposizione, seppur voluta dall’artista, perché in realtà sono presenti colori differenti che in termini di superficie sono presenti nella stessa identica quantità.
All’interno della ricerca cromatica di questa sala, emerge il filone degli “Omaggi al quadrato”, di sapore suprematista con, tuttavia, una giocosità che è assente nell’assolutismo di Malevich; un’opera è intitolata “Omaggio al quadrato (tropicale)” per via della tonalità di giallo utilizzata. Una serie di quadri rappresentano quadrati “concentrici” di diversi colori e, così, egli ci dà la possibilità di scorgere quello che lui vede. Significativo è il frammento riportato di Nicholas Fox Weber: “Due mesi prima del suo ottantesimo compleanno, Josef inizia un Omaggio al quadrato con azzurri e verdi accuratamente selezionati. Considera il quadrato centrale come rappresentazione del cosmo, circondato dal mare e dalla terra. La scelta cromatica ha lo scopo di addolcire i confini del cosmo che, spiega, non avere spigoli vivi né angoli dipinti. Sceglie la forma dell’Omaggio con un grande quadrato centrale perché dicendo sentire che il cosmo gli si sta avvicinando. Questo è il suo ultimo dipinto”.

Josef Albers, una vita dedicata alla condivisione sincera e disinteressata della bellezza.

Informazioni generali:

JOSEF ALBERS. SUBLIME OPTICS

Milano, Fondazione Stelline (Corso Magenta 61)

26 settembre 2013 – 6 gennaio 2014

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