Saggio di – Davide Parlato

 

►VIDEO LINK:  “Davanti alla legge”, da “Il processo” di Orson Welles (1962)

 

 

 

L’universo letterario di Kafka è un qualcosa di immenso e di difficile lettura, soprattutto in uno spazio breve e circoscritto quale può essere un saggio. Forse è proprio per questo che lui scelse il racconto per esprimere la sua infinita spiritualità, senza ombra di dubbio la più elevata spiritualità del nostro secolo (anche se forse si comincia già a delineare sempre più la necessità di definirlo “secolo scorso”). È infatti nel racconto che Kafka ha trovato la via per espandere orizzontalmente la sua dialettica asistematica e per espandere verticalmente il suo spirito, non in un’apoteosi ascendente ma in un’immersione discendente verso le radici della sua essenza animale, annullando la propria persona e il proprio nome: diventando una K..

“Il processo” è una strana raccolta di Kafka, una storia senza linee di continuità o percorsi lineari che lo stesso Kafka aveva scritto in una maniera ben poco lineare: prima i capitoli iniziale e finale, poi il resto. E questo restante corpo centrale finì per essere disprezzato dallo stesso Kafka, che avrebbe bruciato l’intera composizione se non fosse stato per l’amico Max Brod, il quale ha permesso che l’opera intera fosse edita (ancora con abbreviazioni e mancanze da prima stesura) dopo la morte dell’autore.

È una strana raccolta perché non è né una raccolta né un romanzo, ma un ibrido, un animale in grado di espandere le proprie osservazioni sul reale con tiro così divergente da riuscire in qualche modo ad arrivare all’universale, o meglio allo spirituale, sempre nella bassezza di una condizione che è il pensare il pensiero nel contesto della macchina statale. Operazione che in Kafka finisce per essere un de-pensare se stessi, annullare le barriere della Storia alla ricerca della cruda iperrealtà dietro le cose del mondo. Che è ben diverso dal pianto edipico attribuito al povero K. dalla critica: la triste sorte di chi nella letteratura ha provato a distaccarsi in una cultura dell’attaccamento. Occorrerà l’archeologia critica post-Nietzscheana degli strutturalisti, unica filosofia occidentale del distacco, per poter comprendere la grandezza di un’intellettuale che fu in grado come pochi di fare della sképsis la propria identità e configurare il proprio sé in un limbo: tra ciò che necessariamente è e ciò che non sarà mai.

Asceta moderno, primo e forse unico grande moderno, K. non fu uno stilita idealista: piuttosto un digiunatore incapace di trovare quell’”alimento sconosciuto e desiderato” in grado di abbassare la sua troppo grande anima ad una trasfigurazione nella carne.

Ma è tempo di tornare al tema centrale di questa riflessione, e per farlo parlerò di tutt’altro.

LA PRIMA METAMORFOSI: LO SCARAFAGGIO

Allo scopo di comprendere l’ottica kafkiana alla base della stesura de “Il processo”, è necessario indagare nel profondo l’idea alla base del racconto dell’autore praghese sicuramente più famoso, ossia “La metamorfosi”. È inutile scandagliare filologicamente un’opera di cui anche fin troppo s’è detto e cui troppo è stato accostato, ma anche solo dall’idea stessa da cui origina il racconto si può evincere un importantissimo aspetto di K. e della sua metacritica dell’esistenza, aspetto che non può che avvicinarlo all’altro grande incompreso della letteratura europea contemporanea: Giacomo Leopardi.

Trova le differenze: sono due piagnoni. In sostanza la critica maggiore di questi due autori ha puntato l’indice quasi esclusivamente su questo aspetto, sulla fragilità interiore dovuta nell’uno da un’infaustissima crisi edipica e nell’altro dalla solitudine della sua condizione di diverso. Che questi due aspetti in qualche modo abbiamo avuto un effetto importante sulla produzione del K. e del Leopardi è inequivocabile, ma in questa critica esiste un fondamentale errore di attribuzione: lo scambio della conseguenza per la causa. La fragilità d’animo dei due non è l’origine della loro speculazione “pessimistica” sul Reale, bensì tutt’altro: è proprio il teatro di un conflitto fra la comprensione dell’immutabilità delle cose  e della assoluta grandezza del proprio desiderio di vita. In faccia alla critica ufficiale e scolastica, mai si videro nella storia della letteratura occidentale due spiriti con una così grande fame e amore per la vita. Come si può credere pessimista un poeta in grado di cantare la grandezza del sogno di un domani oltre l’umanità (in senso assolutamente non religioso ma profondamente spirituale), del sogno del superamento della piccola umanità per arrivare a qualcosa di più grande, oltre la vita e oltre la morte? (vedi “La ginestra” da “Canti” di G. Leopardi) Come si può considerare pessimista uno scrittore con una sensibilità così alta da poter vedere nella metamorfosi più grande, ossia quella nello scrittore per l’appunto, una scia luminosa in grado di condurci fuori dalla realtà necessaria della vita?

L’errore di attribuzione è quello di vedere nello sguardo distaccato un disinteresse per le cose mondane e un disprezzo verso ciò che è la vita: ma il distaccamento è senza dubbio la più grande sublimazione dell’amore che la cultura occidentale possa concepire. Se in una cultura come quella orientale il distacco è la base del rapporto tra l’uomo e il cosmo, nella nostra cultura il distacco è l’apice di un percorso scettico di continui allontanamenti ed avvicinamenti vacillanti alle cose del mondo che è sussunto, nella nostra filosofia, nel nome di NICHILISMO (e sto parlando di Nietzsche, non di Schopenhauer, per l’appunto). Ma anche senza andare troppo vicino ( e quindi troppo lontano) da noi, tutta la letteratura europea, dal medioevo al secolo XIX, è pervasa dal tema dell’amore, dell’amore per una donna il più delle volte (ma di una donna che è incarnazione di una totalità spirituale, di un femminile sacro) che si sublima nella sua più elevata forma nella contemplazione dalla distanza: è la distanza ad essere spia dell’amore più viscerale e puro, non il contatto orfico e dionisiaco. Distanza.

Leopardi e Kafka interpongono tra il proprio occhio critico e l’oggetto della loro critica, ovvero la realtà, un ampio iato: osservando la realtà dal punto di vista della morte. È un processo di distacco nel modo più assoluto possibile, che non ha nulla a che vedere con il pessimismo o con l’ascetismo schopenhaueriano per l’appunto, se non nella sua matrice spirituale. È un qualcosa di contemplativo e al tempo stesso di erotico, un contatto dialettico con le cose reali nel tentativo di andare oltre alla trama della Storia per conoscere la loro vera impalcatura. E cosa trovano? Nonostante lo scarto temporale che intercorre fra i due (che qualifica Leopardi come il primo poeta della morte del XIX secolo e Kafka come l’ultimo moderno), il loro oggetto d’osservazione è simile: nel recanatese (cattolico) è la vanità (contestualizzazione filosofica di quella parola di Qoelet fin troppo dimenticata), nel praghese (ebreo) la necessità (la firma in calce nella pergamena di JHWH). È ovviamente una visione sconfortante, ma non per questo pessimista: si tratta di una visione iperrealista a seguito di una trasposizione del proprio sé in una decontestualizzazione assoluta, nello spazio e nel tempo, uno sguardo scettico (nella più pura etimologia del termine) verso quell’architettura “arcana” (vedi “Diaologo di Federico Ruysch e le mummie” da le “Operette morali”) che è la vita.

Distanza. Morte. Negazione del sé nell’abbassamento del proprio spirito “insaziabile” alla ricerca della propria più profonda interiorità. E da li parlare della vita, dalla morte, doppia negazione dell’IO e proprio “SI’” alla vita.

Questo è lo scarafaggio-Samsa de “La metamorfosi”: l’uomo che ascolta il proprio animo immenso, troppo grande e si trasforma nella sua essenza, senza però, in modo fallimentare, abbandonare il proprio amore per la vita, i propri doveri, i propri sensi di colpa. E lo scarafaggio muore. Di consunzione. Solo un puro, enorme amore per la vita può condurre a questa fine l’uomo che se ne distanzia.

LA SECONDA METAMORFOSI: L’UOMO, JOSEPH K.

Questa introduzione era necessaria per comprendere lo sguardo critico alla base della visione del Reale esposta da K. ne “Il processo”. Ma in fondo non ho intenzione di parlare troppo diffusamente de “Il processo”, ma di riflettere proprio sul racconto “Davanti alla legge” che è in qualche modo la chiusura e la summa dell’intero romanzo.

Joseph K. è sotto arresto: la sua colpa è ignota, nessuno la sa, neanche i funzionari. Kafka si metamorfosa questa volta nell’uomo, Joseph K., in una lettera: K.. E’ l’uomo sobbarcato di una colpa che nessuno conosce e che lui stesso non si riconosce. È lo spirito abulico, atonico, cinico e sufficientemente irridente che si ritrova in una realtà che non può cambiare ma che vorrebbe non fosse tale, nella stretta mortale di due sentimenti contrastanti: da una parte la rassegnazione, che lo porta anche a cambiare l’immagine che ha di se stesso, dall’altra il tentativo, peraltro neanche troppo affiatato, di mobilitarsi e cambiare la propria situazione. Ma tentativo che non conduce da nessuna parte, perché troppo contrastato da un senso di colpa non suo, ma attribuito dal suo Tempo: come Samsa, vorrebbe trasformarsi in se stesso, ma non può sfuggire al suo attaccamento al dovere, alla colpa, alla vita.

È ovvio il legame fra l’idea di Kafka del mondo e il paradigma offerto dalla religione d’appartenenza culturale: ovvero l’ebraismo. Il senso di colpa è un sentimento pervasivo: non si può sfuggire alla sentenza della macchina statale, e lo stesso K. alla fine finisce per convincersi della sua fondatezza: vorrebbe essere un martire, ma finisce per diventare il Cristo ebraico, un falso profeta eliminato dalla burocrazia. L’uomo, K.: è proprio l’umanità che soccombe di fronte all’ineluttabilità degli eventi, e alla Necessità, che è proprio l’ordo universalis del mondo Kafkiano.

Il racconto dell’uomo di fronte alla legge suggerisce quest’idea scavata nella pietra del Tempo: non si sfugge alla Macchina, non si sfugge alla Necessità, non si può conoscere il senso per la natura stessa del necessario: non ha giustificazione se non in se stesso, e se stesso è la giustificazione del tutto. È una spirale vorticosa di sovrapposizioni, una realtà labirintica che non ha un ingresso e un’uscita: ma solo corridoi dall’architettura che ha la sua logica nella sua stessa funzione: quella di contenere, di stringere, di pervadere asfitticamente i destini dell’umanità, o meglio, dell’individualità umana. L’uomo così, facendosi K., diviene per un momento in grado di sfuggire a questa logica dell’immanenza e di osservare la realtà da un trascendenza distaccata: e ciò che vede è il caos, quell’orribile, confusionario, necessario eppur così importante che è la Vita.

L’uomo alla porta della legge è definito dal custode “insaziabile”, quando, in fin di vita, chiede un’ultima cosa allo stesso: l’insaziabilità dell’uomo è la sua grandezza di spirito, inappagata ma anche inappagabile, che non può sfuggire, entro i confini delle vita alla logica necessaria permeante le cose. Non saprà mai cos’è la Legge perché la Legge di cui parla Kafka non è solo la legge forense, la burocrazia e la giurisprudenza nella sua cavillosità e interiore vuotezza: ma è proprio la Legge di Abramo, il principio elementare che governa le cose. Così come la legge giudiziaria è vista come polvere, fiato di trombe, nullità nel suo rigirarsi sul niente, così la Legge divina è muta perché acentrica, incomprensibile perché labirintica, e inspiegabile in quanto vana: vana perché necessaria, e il senso delle cose non è altro che la manualità che l’uomo può avere sulle stesse. La realtà è senza senso perche il senso non lo si può trovare nella condizione di umanità: è così e basta. È la parola di JHWH, lapidaria e immortale.

Il racconto dell’uomo alla porta della legge è narrato nel romanzo da un cappellano del tribunale a K. dal pulpito del duomo della sua città. Al termine di una lunga esegesi di ogni passaggio della storia (che ironicamente conferma la vanità insediata in grembo al tutto), il cappellano sentenzia:

“Non bisogna credere che tutto sia vero, bisogna credere solo che sia necessario.

“Triste opinione.” risponde K. “Della menzogna si fa ordine universale.”

La necessità e pervasiva e avvolgente. La necessità, vera in se stessa, diventa l’ordo universalis della realtà, principio ordinatore, immutabile, intoccabile, inintelleggibile.

LA TERZA METAMORFOSI: IL DIGIUNATORE

K., l’uomo, vittima del Tempo (cronos) della Storia si rende conto dell’impossibilità condotta dal necessario. Il mondo, come dominio della necessità, la vita, non sono fatti per gli spiriti liberi ed insaziabili. Ma non la rinnegano, non la disprezzano. Kafka si trasforma in ultimo atto in un digiunatore, un uomo che fa dell’impossibilità sua arte e suo vessillo morale, alla ricerca di un senso per se stesso del tutto estemporaneo al suo tempo, alla sua società e alla sua cultura. Se non riesco a trovare quell’alimento spirituale adatto a me, allora posso evitare di mangiare. La sua debolezza diventa la sua forza, la sua impotenza di fronte alle cose del mondo il suo scopo ultimo, nel tentativo di abbassarsi e comprendere, nello sguardo ironico ed irriverente di uno artista della sképsis, l’incomprensibilità.

Un nuovo Abramo che nessun dio chiama a sacrificare suo figlio, ma che risponde come se sentisse il dovere di farlo, la tensione interiore.

La tensione fra l’essere e l’avere.

“«Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore. «E noi infatti se siamo ammirati» disse condiscendente il custode. «E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore. «E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?». «Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore. «Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?». «Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato, non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri. » Furono le sue ultime parole,  nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non più superba convinzione di continuare a digiunare.” (da “Un digiunatore” di F. Kafka)

 

A Franz Kafka, a 130 anni dalla nascita, il più morto, il più moderno.

 

 

Bibliografia

F. Kafka, “La metamorfosi e altri racconti”, Mondadori, 2011

F. Kafka, “Il processo”, Feltrinelli, 2012

O. Welles, “Il processo”, 1962

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