Testo di – GIULIA BERTA

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26 febbraio 1991, Kuwait: siamo agli sgoccioli di una guerra tanto rapida quanto tremenda. L’operazione Desert Storm ha infallibilmente portato la coalizione guidata dagli Stati Uniti alla vittoria sull’Iraq; quarantotto ore dopo la Prima Guerra del Golfo sarà ufficialmente terminata. Ai soldati iracheni sconfitti resta solo la fuga. Dietro di loro si lasceranno una lunga strada di pozzi di petrolio distrutti e dati alle fiamme, in quello che è stato definito il più grave disastro ambientale mai avvenuto.

26 anni dopo, Amazzonia: il fotografo brasiliano Sebastião Salgado, all’epoca inviato in Kuwait, si trova nella foresta, già protagonista del lavoro Genesi e suo grande amore fotografico. La rottura del ginocchio lo obbliga a ritornare a Parigi dove, costretto all’immobilità, recupera i suoi vecchi scatti e riesamina alcuni inediti.

È proprio così che nasce la mostra “Kuwait: un deserto in fiamme”, visibile fino al 28 gennaio 2018 presso la galleria Forma Meravigli di Milano, uno spaventoso e al contempo poetico viaggio dentro uno dei più sconcertanti inferni dell’epoca moderna. Un inferno di fiamme non paragonabile a nessun’altra catastrofe ambientale, un inferno che lo stesso Salgado non esita a definire “un disastro innaturale enorme”, il peggiore mai visto.

E sì che di brutture Salgado, economista mancato e oggi uno dei fotografi più prolifici e rappresentativi del nostro tempo, ne ha viste veramente tante: dalla tragedia dei lavoratori senza più lavoro di La mano dell’uomo, alla mattanza dei tonni in Sicilia, al tremendo viaggio dei profughi e dei migranti dei Balcani della Iugoslavia appena caduta e  delle sterminate megalopoli del Brasile in In cammino, lavoro quest’ultimo che gli costa un crollo nervoso, la sua macchina fotografica si spinge sempre laddove nessuno vuole andare, a immortalare quello che nessuno vuole vedere. E lo fa sempre nel suo caratteristico modo, rigorosamente in bianco e nero, con una simmetria e un equilibrio compositivo che non si perde mai, nemmeno nei momenti più concitati.

La serie di fotografie esposte alla Galleria Meravigli non fanno eccezione: Salgado, artista prima che reporter, ritrae la rombante desolazione di un deserto ferito, di una Natura violentata tre volte, prima dalla costruzione dei pozzi, poi dai bombardamenti e infine dalle fiamme, con una tale precisione e definizione dei particolari da far sembrare impossibile che tutto ciò possa essere accaduto davvero. Ci sembra di guardare dei fotogrammi di un qualche film di guerra pieno di effetti speciali, tanto è sapiente il punto di vista, tanto è perfetto il rapporto tra le figure umane e quelle artificiali.

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Grazie ad una fotografia pienamente volumetrica e un interessante gioco di chiaroscuri, le figure degli operai e dei pompieri coperti di petrolio, che si accingono a spegnere le fiamme o si riposano stremati accanto alle colonne di fuoco acquistano un rilievo del tutto loro e si separano plasticamente dallo sfondo.

L’essere umano, l’uomo di fatica, il rappresentante della classe lavoratrice, diventa così l’eroe della classicità, un moderno Atlante che su di sé si prende il peso del mondo, nella titanica sfida contro qualcosa di molto più grande e più forte di lui. Ci vorranno duecento giorni di lotta incessante per spegnere gli incendi e altri due anni per completare del tutto il lavoro, duecento giorni tra l’arancione delle fiamme e il nero lucido del petrolio che ricopriva il deserto.

Ma l’obiettivo di Salgado non si limita a mostrare il coraggio e la forza di questi ignoti uomini straordinari: tra uccelli ricoperti di petrolio e desolati cavalli senza cavaliere, il fotografo brasiliano ci restituisce le dimensioni della tragedia, una tragedia tanto più terribile quanto più pensiamo che è stata interamente frutto della mano dell’uomo. In questo senso gli operai che spengono le fiamme sono la perfetta chiusura del cerchio: l’eco del disastro voluto dall’uomo non può essere spenta da altri che dall’uomo.

In questo sta la gigantesca portata sociale dell’opera di Salgado, come sottolineato da Elena Vasco, segretario generale della Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, che ha collaborato alla realizzazione della mostra: le immagini dei pozzi in fiamme assumono il valore di un simbolo della nostra epoca e di un conflitto terribile, che ha spazzato via gli ultimi rimasugli della speranza di pace del Dopoguerra.

La Prima Guerra del Golfo ha segnato l’inizio della crisi del Medio Oriente e queste foto segnano la necessità che l’uomo si interroghi profondamente sulla portata che nell’epoca moderna le sue azioni hanno assunto, una portata talmente enorme da sfuggire al controllo dell’uomo stesso: nella sua illustrazione cruda e disincantata – e nel monito che la accompagna – sta il valore sociale della fotografia, che, come un fedele specchio dei nostri tempi, è chiamata a metterci davanti alle responsabilità di quello che facciamo e di quello che vogliamo fare diventare la nostra Terra.

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