Testo di – MARCO FERRARIO

 

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Se vi ponessi la seguente domanda: “chi ha scritto l’Odissea?” avrei ottime probabilità di esser preso per un provocatore irrispettoso, tuttavia ve lo chiedo lo stesso e vi dico subito che ci sono ottime probabilità che la risposta non sia “Omero”. Qualcuno probabilmente si aspettava questo colpo di teatro un po’ dozzinale e risponderà tenendosi sul generico (tattica sempre vincente) press’a poco così: “l’Odissea è stata scritta dal poeta che ha composto l’Iliade, comunque esso si chiami”. Anche in questo caso temo che la risposta sia sbagliata. In molti risponderanno citando l’annosa questione omerica partendo la maggioranza dalla “Scienza nuova” di Vico, qualcuno forse addirittura dall’Anonimo del “Sublime”, il quale tentava una soluzione dell’aporia che ai moderni potrebbe parere puerile ma che tuttavia non è priva di ingegno per cui Omero avrebbe composto il primo dei due poemi in gioventù ed il secondo in vecchiaia. L’espediente del nostro retore tentava di dar conto di un numero non indifferente di problematiche linguistiche, concettuali, “etiche”, legate cioè alla visione del mondo che trapelava dai due testi ancestrali, addirittura teologiche che mal si accordavano con la figura di un solo autore, ammesso che non si volesse ammettere una clamorosa palinodia di Omero a riguardo delle proprie convinzioni più intime quali erano arguibili da una lettura del poema iliadico. La “questione omerica” nacque quasi con i poemi stessi, attraversò il V ed il IV secolo, l’epoca dei filologi alessandrini, la tarda antichità e si perse nelle nebbie del tempo per venir riesumata da Vico nel 1725 ed irrompere prepotentemente sulla scena della cultura europea; non sembra inutile ricordare che “I dolori del giovane Werther” avrebbe visto la luce quarantanove anni dopo, spalancando le finestre del vecchio continente al nuovo clima “romantico” con quel che ne consegue. Fior di filologi si dedicarono alla questione circa Omero e vennero rapidamente formandosi le due più autorevoli correnti critiche in merito al dilemma, che riassumiamo sotto le etichette di “analitici” ed “unitari”: cercando di sintetizzare gli analitici a partire da Hermann sostenevano l’esistenza di un nucleo originario per i due poemi, l’ira di Achille ed il ritorno di Odisseo, attorno al quale si sarebbero aggregati come per gravitazione gli altri canti; in alternativa (Lachmann) ipotizzavano una rapsodia (si potrebbe dire “cucitura” ma volete mettere un termine plebeo come quello a confronto con un bello sfoggio gratuito di erudizione pedantesca?) di canti originariamente autonomi effettuata da uno o più poeti anonimi. Al nome ed alla figura di Omero era però difficile rinunciare e così nel 1916 un mostro sacro come Wilamowitz nel suo “Die Ilias und Homer” dette come si suol dire “un colpo al cerchio ed uno alla botte’’ accettando la teoria degli analitici ma affermando al contempo che, attorno al secolo VIII in ambiente ionico un poeta, forse di nome Omero, attingendo alla tradizione della sua terra avrebbe fuso i nuclei primitivi in un colossale poema epico. A questo lavoro si sarebbero aggiunti poi nuovi canti.

 

Tra il 1933 ed il 1935 Milman Parry rivoluzionò gli orizzonti della diatriba attraverso i suoi studi sulla cosiddetta “oral poetry”. In questo frangente più che prendere posizione mi interesserebbe proporre alla vostra attenzione il punto di vista di Alfred Heubeck, uno studioso di impronta unitaria, a quel che capisco, consapevole del significato del lavoro di Parry e Lord ma non per questo disposto a cedere del tutto le armi. Esistono importanti differenze tra Iliade ed Odissea, su questo non può esserci che accordo, eppure non mancano nemmeno le somiglianze, le quali, però, e qui si trova uno dei primi punti interessanti delle tesi esposte da Heubeck, non sono “imitationes”, ma “aemulationes”, ci sono cioè dei rimandi, delle allusioni, ma sapientemente modulate e radicalmente interpretate come è forse possibile evincere posando lo sguardo sull’eroe del secondo poema.

 

Ma chi è Odisseo? Domanda banale, risposta scontata: Odisseo è l’eroe inquieto mai pago delle proprie esperienze, saggio astuto e a suo modo valoroso che dopo aver espugnato Troia con l’intelletto, dimostrandosi in questo più duttile, poliedrico, accorto ed avveduto di tutti gli altri greci, riprende ed innova il tema dell’eroismo iliadico. Non soddisfatto dei suoi successi e trionfi, spinto da inestinguibile curiosità si lancia bramoso di conoscenza “sulla schiena vasta del mare” e giunge ai confini del mondo ed oltre ancora. Errata corrige: la domanda non era banale, per quanto lo potesse sembrare, e la risposta è meno scontata del previsto. Quello di cui sopra non è Odisseo, è un Odisseo molto preciso, e precisamente quello di Inferno, XXVI, dunque un’interpretazione, grandiosa, certo, ma un’interpretazione e come tale parziale, oserei dire tendenziosa. Nella cultura del Medioevo e nell’ottica del “poema sacro” a maggior ragione la curiositas che anima Odisseo è chiaro simbolo di hybris, un termine questo noto quanto frainteso, che sarebbe errato rendere con “tracotanza” perché traduzione semanticamente povera rispetto alla profondità dell’analogo greco. La hybris nella cultura greca arcaico-classica indica l’eccesso, il travalicare i confini di quella che Orazio avrebbe chiamato “aurea mediocritas”, indica la pretesa dell’uomo, ma non solo, dei giganti, di ninfe, eroi e persino dei, di occupare un posto che non spetta loro di diritto, indica un comportamento che sovverte l’ordine vigente e con esso l’intero cosmo. Non è un caso che nel cuore pulsante della religiosità ellenica, a Pito delfica, nel frontone del santuario fossero incisi due soli motti, lapidari nella loro semplicità: “Conosci te stesso” e “Nulla di troppo”. Complici e vittime di hybris nella storia letteraria greca sono i giganti che sfidano Zeus, Agamennone, Creso di Lidia, Serse, ma il crimine di cui questi personaggi si macchiano non è quello per il quale è punito Capaneo in Inferno XIV, non è quello degli indovini di Inferno XX è non è nemmeno quello per il quale espia la sua colpa Lucifero in Dante, in Milton e nella tradizione dalla quale questi due poeti dipendono, mutatis mutandis. Di certo l’Odisseo omerico è altra cosa dalla fiamma che arde nel fuoco di Malebolge.

 

Vorrei richiamare l’attenzione all’eroe epico, al simbolo dell’aristocrazia, proiezione letteraria della civiltà greca che si realizza nell’agone, riflettete con me sul kalós kaí agathos. L’eroe dell’Iliade è bello perché è valoroso ed in quanto valoroso è bello. E’ dovizioso, nobile, forte ed impavido, vive del gesto che compie ed è, excepta mortalitate, in tutto uguale agli dei. Il suo orizzonte è la guerra perché nella guerra si ottiene la gloria, che il poeta definisce “immortale”, la bella impresa scolpisce il nome del valoroso nel marmo dei secoli e colui che sarà stato “sempre il primo” come dice Diomede e “non avrà disonorato la stirpe dei padri” porta a definitivo compimento il proprio destino nella morte che lo eleva all’Olimpo nel momento in cui lo strappa alla terra. Con una forzatura, forse non con un errore grossolano, potremmo vedere in nuce una connessione tra eroe e santo che diverrà fondamentale secoli dopo: basti pensare alla Canzone di Orlando.

 

Quando Odisseo approda, sarebbe meglio dire naufraga, presso l’isola dei Feaci è un uomo a pezzi, invecchiato, spaventato, logorato dal tempo e dalla sorte e dalle avversità, che prova vergogna della propria nudità davanti ad una fanciulla, e poco importa che egli recuperi l’avvenenza in tutto il suo fulgore a seguito di un bagno ristoratore e dell’intervento di Atena. Odisseo è stato vent’anni lontano dalla patria, ha combattuto e vinto, ha conquistato la sua gloria sul campo di battaglia, ma tutto questo sembra non importare più. Egli ha scontato ed in parte sconta l’ira di Poseidone, è stato in balia del mare rischiando più volte la vita, ha visto i propri compagni morire per mano di mostri o della loro stoltezza, è stato ospite presso una ninfa, eppure ora lo troviamo ricoperto di salsedine su una spiaggia, in cerca della via di casa. Calipso gli ha offerto ricchezza, se stessa, scusate se è poco, e l’immortalità, eppure l’uomo “multiforme” è ripartito. È ripartito alla volta di una casa che non vede da vent’anni, dove lo attende, se lo attende ancora, una moglie cui il tempo non ha risparmiato il proprio scorrere. Lei lo attende, noi lo sappiamo, lui no, in una casa che ha patito la ingombrante presenza di altri uomini, in cui l’ordine è stato sovvertito, ad essere concisi lo attendono ancora lotte e fatiche, ma egli è tornato. Mi preme insistere sulla tenacia con cui l’eroe brama il ritorno in patria. Perché? Perché non restare ad Ogigia e perdersi tra le braccia di un’immortale, ottenendo tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare? Forse perché questo non è tutto quello che un uomo può desiderare, o almeno non più.

 

Il poeta dell’Odissea sembra tener bene a mente i tópoi ed il clima culturale di cui è intrisa l’Iliade, e lo mette in discussione, lo critica, lo riprende ma se ne distacca. Odisseo è stanco di viaggiare, le avventure lo hanno spossato ed invecchiato, egli brama solo il ritorno presso la sua casa, il che vuol dire tornare al focolare, alla propria moglie ed alla pace domestica, lontano dal sangue di Troia, dalle vendette che colpiscono Agamennone o Aiace, dalle peregrinazioni di Menelao, dal destino di Achille. Odisseo nel dipanarsi del poema diviene eroe suo malgrado, è costretto a viaggiare contro la propria volontà ed una volta approdato presso Alcinoo è un uomo che ha visto molte cose, patite altrettante ed imparato ancor di più, egli è divenuto saggio, ma la sua è una saggezza appresa attraverso il dolore, e cadono a proposito le parole di Quohelet: “più sai e più soffrirai”. Dalla complessa caratterizzazione di un eroe che prima di tutto è un uomo possiamo forse cogliere la complessa gestazione del poema, che ci trasmette un senso meno monolitico degli uomini e della vita, del destino e delle passioni, delle ambizioni e delle sconfitte, e poco importa lo sterminio finale dei Proci ed il ristabilimento dell’ordine, niente potrà cancellare quanto Odisseo ha patito in terre lontane e sul mare, o quello che ha visto ed appreso agli inferi.

 

Nel secondo poema giunge a compimento il viaggio dell’Eroe ed inizia l’incedere dell’uomo lungo una nuova, più incerta ma affascinante e multiforme strada, che porta, possiamo ipotizzare, verso un sentire diverso, a noi più vicino. E’ certo maggiore la distanza che separa l’Iliade dall’Odissea di quella che separa quest’ultima dal Tragico, e con lui dalla nostra coscienza.

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