Testo di – FRANCESCO BIANCHI

A volte c’è un’unica immagine la cui struttura compositiva ha un tale vigore e una tale ricchezza e il cui contenuto irradia a tal punto al di fuori di essa che questa singola immagine è in sé un’intera narrazione.

Henri Cartier Bresson

 

Per Yukio Mishima la bellezza è una creatura delle tenebre, leggerlo mi ha rivelato una verità spaventosa: la sofferenza ha la possibilità di raggiungere una profondità inedita, regala una maggiore risonanza alla nostra voce, acuisce la capacità di avere visioni.

Questo ovviamente a condizione di sopravvivere.

Le fotografie di Marcello le ho conosciute quasi per caso e da circa un anno ho seguito il loro evolversi. Seguire traguardi e speranze di un autore lo rende simile a un amico, in senso lato li si rende propri. Gli autori che mi hanno attratto ritraggono quel particolare tipo di bellezza che appartiene agli esseri caduchi: ammirarli comporta turbamento, perché si è consapevoli che non appartengono al mondo terreno.
Marcello ha accettato di dedicarmi un pomeriggio per parlarmi della sua fotografia.

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Ciao Marcello, potresti iniziare raccontandomi com’è iniziata

Com’è inizata? Allora vediamo, ho iniziato a fotografare nel momento in cui ho abbandonato la danza. Dopo 10 anni di balletto mi sono ritrovato a fermarmi per problemi di salute. Per un periodo ho attraversato una fase di rifiuto per tutto quello che riguardava l’arte. Ho iniziato a ballare a dieci anni e ho smesso smesso a venti, d’arte non volevo più viverci tra virgolette.
In seguito ho analizzato la situazione più razionalmente, mi sono detto che qualcosa avrei dovuto pur fare. Sai, non mi sono mai visto a fare un lavoro qualsiasi, non volevo buttarmi in qualcosa che non fa per me. Mi sono ritrovato in mano la macchina fotografica, mi sono sempre piaciute le immagini in qualche modo.

Sì. Ho notato che hai un’estetica che richiama la pittura classica, a partire dalla composizione.

Vero, ho frequentato il liceo artistico e soprattutto dopo è venuto il teatro: mi sono trovato già in mano delle conoscenze e alcune erano rimaste latenti. All’inizio ho fotografato still life di cibo, studiavo come cadevano le luci e affini. Mi serviva come terapia dal periodo appena trascorso. La moda mi è sempre piaciuta ma non sono partito dall’idea di fotografarla.

La fotografia si fa mezzo di altri messaggi.

Esattamente, si trattava di guardare negli occhi delle persone. Non volevo sentirmi solo dopo il periodo che avevo passato. La moda, le riviste sono arrivati dopo. Più che altro sono cose che ho considerato dopo, all’inizio si trattava quasi di ricerca antropologica.

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Antropologica?

Sì, rivolgevo lo sguardo verso gli altri per sentirmi meno solo. Sono sempre stato da solo, nel corpo di ballo si è soli. Nei miei primi ritratti emerge quanto fossi esasperato. Non cercavo un soggetto malato, non rappresentavo l’anoressia, ma traspariva.

In qualche modo mi sono ritrovato nei miei primi ritratti. Utilizzavo luci drammatiche. Non cercavo soggetti malati o tendenti all’anoressia, era una questione di linee. Provenendo dal balletto cercavo delle linee, sono la base in questo campo.

Quindi cercavi fisionomie che fossero più lineari che volumetriche

Si. Non volevo rappresentare sessi, non volevo rappresentare l’uomo o la donna. Volevo che ci fosse spazio per i miei piccoli putti (ride).

L’estetica tradizionale occidentale di solito ha una forte sessualizzazione. Abbiamo una cultura cattolica, che è sessuofoba ma per questo necessariamente sessuomane. I tuoi soggetti non sono sessualizzati, non è una fotografia pruriginosa.

No no assolutamente. Non rincorro una fotografia che rappresenta l’uomo troppo l’uomo e la donna troppo donna. Più che altro porto la mia visione, ogni individuo ha una parte femminile e maschile.

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Ricalca l’deale del bishonen, l’uomo talmente bello da sembrare una donna.

Esatto, ma non si tratta solo di ideali. Metto molto me stesso, sono autore delle mie foto. Non sono solo esecutore, o almeno lo vorrei. Ci sono casi e casi. Sono diviso in due parti. Quando si scopre di soffrire di anoressia si scopre che mente e corpo sono divisi in due parti. Bisogna cercare di far emergere la parte sana che si slega da quella malata. Ho scoperto che in me esiste anche una parte femminile, derivata da mia madre fondamentalmente, e dal background che lei mi ha dato.

Il background?

Si, il comportamento, lo stile e l’eleganza, l’aplomb delle famiglie bene. Poi c’è la parte maschile, nel mio caso non così maschile (ride), anche qui verte verso l’eleganza. L’eleganza per me è importante. Tuttavia oltre questo ci sono degli elementi che possono anche essere non letti.

Quindi esprimi una mascolinità smussata.

Ho un gran rapporto con mia madre, quello con mio padre l’ho riscoperto durante la malattia. Prima meno, ero legato molto più a mia madre. C’è sempre stata, forse a partire dall’imprinting infantile. Sono andato fuori casa da giovane per lavorare, e ho avuto sempre con me l’immagine di mia madre. Lei è il tipo di donna che porta in casa la collana di perle. Ha una personalità molto forte. Ci accomuna l’esperienza della morte, l’abbiamo conosciuta entrambi. Io con l’anoressia l’ho sfiorata, mia madre ha subito dei lutti dolorosi.

La tua fotografia è come un rifugio in tempi più felici, allora.

È la prima volta che qualcuno me lo dice, devo essere sincero. Nostalgica, sicuramente.

La mia ricerca per creare un’immagine non è basata solo su quello, comprende altri spunti. Ovvio che il mio vissuto venga fuori. Per creare un editoriale serve una ricerca molto più ampia. A un cliente devi presentare un moodboard, anche a un editor devi presentare a un moodboard. Sono tanti i fattori che influiscono in una fotografia. Normale dunque che la mia ricerca sia influenzata dalla danza, dal teatro, dieci anni di vita non si cancellano in due anni. Non mi reputo neanche un fotografo, preferisco creatore di un’immagine. La mia priorità non era la moda.

La fotografia di moda che proponi non è solo illustrativa per il prodotto.

Ti devo raccontare un aspetto importante. Non credo che la mia fotografia sia per tutti. È particolare, non è facile da comprendere. Credo che sia bella quanto vera.

 

Questo mi porta a dire: un’estetica particolare che pubblico attira? Dimmi chi si rivolge a te.

Credo che le nuove generazioni siano più attratte da qualcuno giovane, che possa proporre qualcosa di vicino al loro mondo. Si incontrano difficoltà a entrare nel mondo della fotografia o a trovare lavori importanti per una questione di anzianità. È una cosa molto italiana.

Vero, l’anzianità qui viene tenuta in gran conto.

Si, non vorrei chiamarlo nonnismo ma c’è una gerarchia. Tornando al pubblico, attraggo una cerchia molto giovane o molto anziana perché ho un’impostazione classica, propongo rimandi cinematografici, teatrali…

Dicono che sia stato già fatto tutto, che sia inevitabile vivere di citazioni.

Ovviamente, sono il primo a dirlo. Tutto è stato visto, fatto,e quel che è peggio è che ogni mezzo conosciuto è stato usato.

Non resta che distinguersi per cosa scegli di citare.

L’unica cosa che ti definisce è il concetto e il modo in cui lo esprimi. Il fotografo deve essere qualcuno che ha qualcosa da raccontare, a priori. Al di là del prodotto che va a fare. Bisogna essere veri, il pubblico se ne accorge. Ho smesso di ballare perchè non ero più vero, avrei dovuto fingere. Perchè non ero più uomo. Una grande ballerina, Alessandra Ferri, diceva che una grande ballerina è necessariamente donna nella vita, perchè ha una donna da raccontare. Stessa cosa nella fotografia, se rappresenti un uomo, una vita, la gente lo percepisce.

Quindi nella fotografia prendiamo Steven Meisel, è il fotografo cangiante per definizione, sa riprodurre ogni stile. È senza dubbio un citazionista ma non ha uno stile definito. Un approccio simile è un difetto?

No. Miesel è un mostro sacro, non si deve toccare. Per me è innanzitutto un grande tecnico. Dunque, sicuramente fa molte citazioni, è poliedrico. Però non so come sia iniziato il suo portfolio, può darsi che prima di Vogue, prima di iniziare a lavorare per dei clienti, il suo stile fosse più personale. Sa perfettamente cosa vuole, è fresco, è divertente. Anche quando è malinconico non è pesante.

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Perchè è una messa in scena.

Esatto, se lui rappresenta Irving Penn, ne imita luci e scena, non avrà la stessa drammaticità. Ha un modo suo di fare.

Si rivolgono a un pubblico diverso.

Assolutamente, ma è anche il nome a influire a un certo punto della carriera

E tu cerchi di affermare il tuo. Sei appena approdato a New York

Ci provo (ride).

Che tipo di reazioni raccolgono le tue foto?

Diverse, la cosa mi diverte molto. All’inizio ne ho raccolte di negative, neanche un complimento: troppo minimale, troppo concettuale e così via. Dopo ho visto dei fotografi nuovi che riproducono i miei primi scatti, fanno le stesse cose che ho fatto io. Mi diverte anche questo

Non ti lusinga?

Mi fa ridere,perché un’immagine riprodotta riesci a venderla più facilmente. Si toglie dal filo conduttore che aveva in origine, perde di pesantezza e diventa più commerciale.

E tengono il buono, il dinamismo eccetera.

Si, tengono il buono ma si perde l’allure che parte dal mio passato. Si riesce a vendere più facilmente un’immagine leggera.

Si sono alleggeriti anche i supporti, non è più necessaria una galleria per esporre. Ci sono le testate online che possono dare eco a nuove voci. Tu sei un nostalgico, credi in queste nuove risorse?

Dipende chi c’è alla fonte, l’editoria online se fatta bene porta “un’immagine bella” al fotografo e al suo lavoro. Se lavori online con la stessa qualità che riserveresti al cartaceo non è cambiato nulla, cambia la diffusione. Se fatta bene non influisce, se fatta male è un disastro. Ci sono molti esempi, può pubblicare chiunque, anche chi non ha mai fotografato in vita sua. Il cartaceo garantiva una cernita, ma anche i canali online più importanti seguono questo metodo di lavoro. Anche io pubblico online, tuttavia sono molto selettivo, come bisognerebbe essere sempre nella vita e il lavoro non è da meno. L’online è un ottimo potenziale primo lancio.

In questo calderone allora come si rompe il paradigma?

Fotografi ce ne sono tanti, pure troppi. Molti non parlano di loro stessi, riprendono quello che hanno visto in giro. Bisogna essere sinceri, se hai un messaggio a prescindere da quanto sia leggibile, hai un riscontro. Se un fotografo racconta qualcosa di suo verrà recepito dagli altri

E il resto verrà da sé.

C’è una crescita, di mezzi anche, ma il filo conduttore resta lo stesso.

Hai seguito una strategia?

No, è ancora coerenza. Anche nel balletto, nel teatro, l’importante era la coerenza.

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