Scritto da – VITO PUGLIESE

Mamma. Una parola in apparenza semplice, che non implica nessuno sforzo a dirsi, ma che, pronunciata sia dalle labbra incerte e rosee di un bambino in culla che da quelle larghe e consumate di un adulto, ha una forza dirompente.

A celebrare la figura della madre è la mostra organizzata dalla fondazione Nicola Trussardi, che si terrà (per pochissimi giorni ancora) a Palazzo Reale. Una mostra che è molto più di una mera riflessione artistica su ciò che rappresenta la madre per noi tutti. Chiunque decida di approfittare di questi rimanenti giorni non si aspetti un’esperienza leggera e rasserenante. La mostra non esalta solo la madre nella sua sfera familiare-sociale, ma in tutta la complessità dei concetti di cui questa figura è sinonimo. Questa è la ragione per cui sono presenti anche opere che hanno destato e continuano a destare sconcerto, come i video di Nathalie Djuberg ( già presenti alla Fondazione Prada), o la foto scattata da Lynda Benglis per la rivista Artforum ( che suscitò immenso scalpore per il fatto che l’ artista si ritraeva nuda con un fallo, e fu screditata persino da importanti colleghi che non ne colsero l’essenza provocatoria), o la poltrona di seni dell’irriverente Sarah Lucas ( maxima vox degli YBA insieme a Hirst).

La madre è concepita come essere generatore: si parte dalle prima sale, che affrontano il tema dell’originarietà e della primordialità, per poi arrivare alle ultime, che affrontano il tema dello scorrere del tempo.

La-Grande-Madre-Palazzo-Reale-Milano-–-Jeff-Koons-foto-Marco-De-Scalzi-courtesy-Fondazione-Nicola-Trussardi-Milano

Più di cento artisti, tutti anime dei movimenti più eclettici del ‘900, secolo che ha donato un respiro nuovo all’ uomo, ridandogli una visione di generale complessità attraverso la quale la vita tutta è più chiara e spiegata, eppure più enigmatica e oscura.

La madre è anche prezioso oggetto di studio da parte della psicanalisi, che in lei vede tutte le brume condensate dell’inconscio umano. Una figura, quella materna, che ospita dentro di sé i nodi irrisolti e compatti, che ognuno di noi si trascina, come fossero palle al piede da cui non ci si può liberare.

La madre è anche madre di diritti. In questo quadro si colloca il femminismo, grande e glorioso movimento che, cominciando dall’ Inghilterra (con le suffragette capeggiate da Emmeline Pankhurst), ha poi contagiato tutta l’Europa dando il via ad un processo di riforme politiche epocali. Il percorso delle donne verso l’emancipazione è stato sempre differente da quello degli uomini: il primo caratterizzato da un maggior numero di conquiste e da una maggiore rapidità ha sempre dovuto soccombere quando si intersecava al secondo, rispetto al quale è stato ed è ancora puntualmente posposto. Gli uomini il voto non hanno dovuto conquistarlo, lo avevano di diritto, quasi come se fosse annesso ai loro genitali. Le donne sono invece state offese, malmenate, arrestate per conquistarlo.

Poi è arrivato il boom economico dei ’60 e con quello la televisione, che più si andava avanti più sembrava completare l’opera che i sessisti conservatori d’ un tempo avevano lasciato a metà. La donna in tv, col passare degli anni, è diventata donna-velina o donna-cucina, costretta a spogliarsi per il piacere dell’uomo o a cucinare per dargli da mangiare. Una volta esauriti gli appetiti del maschio, ecco che la donna torna ad essere quello che per legge sociale (una legge molto più ferrea di quella giuridica, forse seconda solo a quella divina) è: trasparente.

La madre è anche la madre oggetto, che funge solo da macchina per partorire. O per non partorire. In questo contesto nasce spontaneo parlare dell’aborto, grande conquista per il genere femminile, che, però, ancora oggi viene reputato da una certa categoria di persone un atto riprovevole e disdicevole. Ovviamente tale tesi può essere condivisa solo da chi ignora totalmente quanta sofferenza ci sia dietro ad una donna che rifiuta di essere madre e per questo si diverte a fare la morale sulle pance (letteralmente) degli altri.

La madre come madonna. La Madre per antonomasia è la Vergine Maria. Maria, Madre di Gesù, iconoclasticamente resa nelle forme più bizzarre dai geni dell’espressione del ventesimo secolo, che hanno ripreso il tema della maternità (tema caro a dismisura alla storia dell’arte) e lo hanno attualizzato, sottraendolo a quell’aura di bonaria e quieta adorazione, che faceva comodo perché non sollevava più nessun dibattito.

palazzo-reale-la-grande-madre-fondazione-nicola-trussardi

La madre è anche colei che teme, per la vita dei suoi figli o per le derive che la loro esistenza può improvvisamente imboccare. Tutto questo lo si coglie dalla foto di Dorothea Lange “madre migrante”, che esprime con vigoroso impatto, la triste situazione di tante madri contemporanee, costrette a scappare da situazioni di guerre, fame, instabilità politica ed economica. Queste donne non sono tanto preoccupate per la loro salvezza, quanto per le opportunità di riscatto che i loro figli potranno avere in un nuovo Paese, che non sempre è pronto ad accoglierli come dovrebbe. Ad esprimere mirabilmente tutto ciò c’è anche il fotogramma di “Mamma Roma”, film del sommo Pasolini, della cui morte ricorreranno tra poco i quarant’ anni.

La madre non è per forza una donna. Non è necessariamente una persona. La madre è una culla vivente, che ti accoglie se non sai dove andare. Nari Ward rende l’idea perfettamente con la sua installazione, formata da più di duecento passeggini trovati nelle strade dei quartieri popolari di New York, che disposti come fossero una barca, evocano emozioni ingentissime nello spettatore, che si chiede a chi possono essere appartenuti e che storia ci sia alle loro spalle. Tutto è accompagnato da una canzone straziante, che fu inno contro la schiavitù dei neri. La madre è la città, che è madre e matrigna, perché può glorificarti facendoti sentire al centro di tutto o dimenticarsi completamente di te, relegandoti in una periferia.

La madre è anche colei che uccide i figli. Qui il richiamo a “Medea”, altro celebre film diretto da PPP, che con crudo e disincantato occhio ci presenta la sua visione del mito euripideo, il quale, pur a distanza di secoli, non perde la sua travolgente carica patetica.

Madre è colei che dà la vita a qualcosa e, in questo senso, l’arte è la Grande Madre per eccellenza. Ella crea. La libertà dell’espressione diviene infiammante come il desiderio amoroso, e, in preda all’ estasi di voler lasciare un segno, come in preda ad un orgasmo, l’artista fa. La madre più grande di tutte allora è l’arte. L’ arte che consola, che aiuta a sfogare sé stessi e con cui si può essere sempre fedeli alla propria personalità, senza il timore di essere allontanati o giudicati. L’ arte che accoglie fra le sue braccia tutti indiscriminatamente, come una madre accoglie i suoi figli senza distinzione alcuna. L’arte che, come una madre, assiste gli incompresi e chi non riesce a comunicare con il resto del mondo. L’arte che ama, che ride e che gioca con la realtà. L’ arte che è metamorfosi del dolore, che è grande metropoli e focolare domestico. L’ arte che è aperta, umana, accondiscendente, sensibile, tollerante, indulgente. Materna, per l’appunto.

photo credits: Fondazione Nicola Trussardi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata