Testo di – ALBERTO ANDREETTA

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Finalmente ci si è tolti da sopra la testa questa spada di Damocle dei premi Oscar; figuraccia dello scambio delle buste a parte, una volta di più l’Academy regala il suo volto da salotto buono di borghesi impegnati nel sociale, ascolta le insulse lamentele di Spike Lee e mette quanti più film e attori di colore possibili in lizza e premia come miglior film una pellicola che non avrebbe meritato tale riconoscimento, ma che le viene tributato in quanto dal contenuto “impegnato”. Livori a parte, l’aver doppiato Capo Oscar, permette quantomeno di guardare senza più lo sguardo del partigiano il film che avrebbe dovuto sbancare e che invece è stato il grande tradito dalle buste: La la land, così da poterne parlare con serenità.

Sul totale delle 14 nomination, il film porta a casa “solo” 6 statuette: miglior regia a Damien Chazelle, miglior attrice protagonista a Emma Stone, miglior fotografia a Linus Sandgren, miglior scenografia a David Wasco, miglior colonna sonora a Justin Horwitz e miglior canzone originale con City of stars. Premi meritatissimi per un buon film, il quale però non convince del tutto.

La sinossi del film è presto detta: Sebastian (Ryan Gosling) è un jazzista estremista che sogna di aprire un locale dove far suonare quello che considera l’unico e vero jazz, Mia (Emma Stone) è una cameriera che sogna di sfondare come attrice. I due si conoscono e si innamorano, ma la loro relazione si scontra con le ambizioni dei due, fino alla rottura.

Una trama semplice e classica, per un film che trova la sua raison d’etre nell’omaggio al musical, uno dei generi che in passato hanno contribuito a rendere grande Hollywood e a creare vere icone di un’epoca con i loro protagonisti, soprattutto degli anni ’50 e ’60, ai quali si rifà anche nell’abbigliamento. D’altronde la trama non è così importante, in quanto questi film devono sorreggersi prevalentemente sulle parti cantate e ballate, il problema è che queste non sono sempre all’altezza. Il film si apre con un piano sequenza su un ingorgo interminabile in una Los Angeles afosa; il primo balletto che in questo contento prende forma è incredibile, girato con tecnica sopraffina da Chazelle e coreografato altrettanto bene. In generale tutta la prima parte del film riesce a essere convincente e divertente, con quel fascino vintage che non guasta, peccato che man mano che il tempo, scandito dalle stagioni, avanza, la narrazione si appiattisce, banale e scontata senza nemmeno i guizzi di grandi momenti musicali. Il film si riabilita poi, e bisogna dire veramente alla grande, nel finale, con le immagini di come avrebbe potuto essere l’amore dei due portate dalle note del loro tema, una sequenza emozionante e patetica, di sogno, prima di tornare alla realtà della relazione finita e dell’ultimo sguardo tra i due. Insomma, picchi altissimi con una musica e alcune canzoni stupende inframezzati da noia, per questo musical troppo recitato e che non riesce a trovare la giusta alchimia fra le sue parti. Un piccolo appunto anche sui due protagonisti, che non sempre sono sembrati all’altezza delle parti loro assegnate, soprattutto se si pensa alla scena del tip tap, la quale lascia davvero a desiderare.

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Molto criticata è stata la figura di Sebastian per quanto riguarda le sue convinzioni in campo musicale. Molti jazzisti si sono scagliati contro questo conservatore che idealizza il jazz, confinandolo e cristallizzandolo, quando più di tutti gli altri generi risulta cangiante ed innovativo. Sebastian identifica il jazz col neo-bop, non solo impoverendolo, ma descrivendo e auspicando un ritorno a qualcosa che è stato solo una parte circoscritta in tempi e modi della musica jazz. È vero che nel film le sue posizioni sono contrastate da Keith (John Legend), il quale rimane però ai margini e la cui unica funzione narrativa è di rafforzare le idee di Sebastian. Il film riporta quindi una visione del jazz troppo semplificata, tanto da sembrare caricaturale. Si obietterà che non è un film sul jazz, ma “dedicato ai folli e ai sognatori”, come dice la locandina, però rimane un errore prospettico non da poco.

Interessante è la domanda di fondo che percorre la vicenda: l’amore soccombe di fronte all’ambizione? Sono questi inconciliabili? Questo suggerisce il mancato happy ending, con i protagonisti realizzatisi nei rispettivi campi, ma ormai irrimediabilmente lontani, senza però dare una risposta netta, ma consegnando allo spettatore solo la nostalgia per qualcosa che poteva essere e non è stato.

Per chiudere, La la land è un inno d’amore al cinema, leggero e scanzonato, curato come un gioiello, con una cura dei colori che dà risultati esaltanti, ma con la vena malinconica tipica di chi ama per davvero; però sembra che sotto questa superficie dorata non ci sia poi molto, una sorta di bello senz’anima che ricorda in parte un’opera simile nelle intenzioni come Hail, Caesar!.

P.S. per tonare un momento agli Oscar e per evitare di essere accusato di parteggiare per La la land contro Moonlight, chi scrive ritiene che questo film non meritasse di vincere. Il film migliore in gara era Arrival, la grande sorpresa di questo inizio anno, ma preghiere e scongiuri e l’evidenza del fatto non sono bastati a convincere l’Academy.

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