Testo di – Ennio Terrasi Borghesan

 

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Mi è capitato di leggere, una volta, che esistono casi di persone il cui destino è segnato anche dalla data in cui si nasce.
Pensandoci bene, potrei anche credere a una cosa del genere.
Sono nato l’alba dell’8 agosto del 1992, e ho sempre amato la pallacanestro come poche cose nella mia vita.
Mentre nascevo in una clinica di Palermo, a 1300 km in linea d’aria, a Barcellona, un ragazzo americano stava giocando a carte con i suoi amici in albergo, quando ad un certo punto si alzò dal tavolo per cambiarsi, poiché lo attendeva un’intervista.
Quel ragazzo però non era il vostro normale ragazzo americano che in vacanza gioca a carte con i suoi amici.
Si chiamava Michael.
Michael Jeffrey Jordan.
E anche quella notte non era una qualsiasi notte.
Quel sabato 8 agosto era il giorno della finale olimpica di basket.
Al Palasport di Badalona, cittadina alle porte di Barcellona, si sarebbero sfidati per la medaglia d’oro gli Stati Uniti e la Croazia, che pure si erano sfidati nella prima fase a gironi, dove gli States si erano imposti in maniera larga e tranquilla.
Come, d’altronde, in ogni partita giocata fino alla mattina di quel sabato in quel torneo olimpico.
Questo perché quegli Stati Uniti non erano, anche loro, normali.
Per la prima volta nella storia, alle Olimpiadi di Barcellona, gli USA si presentavano con i professionisti della NBA, dopo che dal 1936, anno in cui il basket è diventato sport olimpico, gli americani avevano sempre portato giocatori non professionisti, provenienti dal mondo dell’università, riuscendo comunque a conquistare la medaglia d’oro in praticamente tutte le edizioni dei giochi cui avevano partecipato, tranne lo “scippo” di Monaco 1972, che meriterebbe un discorso a parte.
Poi però arrivò Seul 1988, e la semifinale persa con l’Unione Sovietica, che contribuì (insieme alla disfatta nel mondiale del 1990) a far scattare un campanello d’allarme ai vertici del basket professionistico americano.
A Barcellona gli americani avevano portato il meglio del meglio che potesse offrire il loro basket:
Michael Jordan, il migliore giocatore di tutti i tempi, Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird, i due eroi dell’evoluzione NBA degli anni ’80 (e anche la loro storia meriterà un capitolo a parte), Charles Barkley, John Stockton, Karl Malone, David Robinson, Scottie Pippen, Pat Ewing, Clyde Drexler, Chris Mullin e Christian Laettner (unico rappresentante della NCAA).
11 hall of famer.
Erano allenati da Chuck Daly, due volte campione NBA con i Detroit Pistons, probabilmente il miglior coach di quell’epoca.
Una squadra da sogno, unica.
Un Dream Team che vinse le partite di quell’olimpiade con più di 40 punti di scarto medio.
Che trionfò, quel sabato 8 agosto, per 117-85 sulla malcapitata Croazia di Drazen Petrovic e Toni Kukoc.
Trionfo ovviamente annunciato, date le premesse, che però ebbe enorme influenza culturale e sociale sulla diffusione del basket nel mondo.
La pallacanestro vide aumentare esponenzialmente il numero dei suoi appassionati e fan, una grande generazione di giocatori “internationals”, che hanno conquistato la stessa NBA vincendo numerosi campionati in ruoli tutt’altro che di nicchia.
Giocatori che si formarono vedendo quella squadra magica, vedendo correre in contropiede Magic Johnson con Michael Jordan e Larry Bird.
Ma il Dream Team ebbe, a mio avviso, anche una forte influenza positiva sull’immagine dell’America, già condizionata agli occhi del mondo dalla Guerra Fredda prima e dalla Guerra del Golfo negli anni coincidenti con le olimpiadi di Barcellona.
Fu, probabilmente, l’ultima reale affermazione agli occhi del mondo degli Stati Uniti come massima potenza globale, proprio negli anni in cui la globalizzazione era ormai un fenomeno reale, all’alba dell’era di internet prima e facebook poi.
Oggi, nell’epoca dei “Brics” e di una cultura sempre più lontana dall’idea “americacentrica”, il ruolo degli USA all’interno degli equilibri sociali e culturali del mondo si è decisamente ridimensionato.
Vedere quel gruppo di fenomeni tutti insieme, riuniti in una squadra all’interno dei Giochi Olimpici, il momento più alto dello sport mondiale, generò un’onda di entusiasmo tale che in quel mese tutti erano Jordan, Johnson, Bird, Barkley ed il Dream Team.

Tutti erano americani.

Tutti, alle Olimpiadi, indossavano le canotte da gioco delle stelle del basket, o le magliette con le caricature.

Probabilmente nella storia dei Giochi non vi è mai stato un tale esempio di entusiasmo e attaccamento a un gruppo di atleti, che paralizzavano letteralmente la città catalana ogni qualvolta uscivano dall’Hotel Ambassador, quello delle partite a carte di Jordan.

Il loro esempio diede linfa al “mito americano”, quel mito alimentato da Hollywood prima e anche dai telefilm di successo degli anni ’80.

Gli americani a Barcellona ripresero l’egemonia nello sport, da quel momento ogni grande squadra, che segna la storia del suo sport e del periodo in cui “vive”, viene chiamata “Dream Team”.

Ma bisogna precisare che di Original Dream Team ce ne è uno solo.

Tutti quei giocatori dicono sempre in coro: “There’s never gonna be another Dream Team”.
E, probabilmente, neanche l’America tornerà ad essere quella di prima.

 

Lettura consigliata: Jack McCollum, Dream Team (prefazione italiana di Federico Buffa), ed. Sperling & Kupfer.

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