Testo di – Giulia Berta

Chiunque abiti a Torino o si interessi di psicologia e criminologia avrà sentito parlare della polemica a proposito del museo intitolato a Cesare Lombroso, nata in contemporanea alla sua apertura nel 2009 e non ancora spentasi (la sentenza circa la restituzione del cranio del presunto brigante Giuseppe Villella, oggetto di approfonditi studi da parte del Lombroso, alla sua città d’origine è attesa per questo aprile). Il fuoco si è riacceso quando, lo scorso ottobre, è nata su Change.org una petizione che chiedeva addirittura la chiusura del museo, accusato tra le altre cose di apologia di razzismo nei confronti dei meridionali e di misoginia.

Quel che è certo è che il Lombroso è una figura eccentrica e controversa: medico, antropologo, giurista, figlio in tutto e per tutto della sua epoca e del positivismo radicale che la permeava, egli cercò di vincere la sfida suprema: trovare le origini del male e della follia nella conformazione fisica del cervello umano. I suoi studi diedero l’avvio al fruttuoso e valido filone della criminologia. Non possiamo comunque dimenticare che la teoria su cui si basava tutta la sua carriera – cioè che una data conformazione del cervello si leghi di sicuro ad un comportamento criminale e che anzi basti l’analisi del volto di una persona per dividere i delinquenti dagli onesti, i sani dai pazzi – non è mai stata dimostrata, anzi è stata decisamente sconfessata e relegata al rango di pseudoscienza.

Cesare_Lombroso

Il museo, dal canto suo, non è certo per le persone troppo sensibili: dopo alcune interessanti sale preliminari corredate da filmati e documenti audio che spiegano il contesto storico in cui si mosse il Lombroso, si viene accolti nel vero e proprio museo dallo scheletro originale e completo del celebre scienziato, esposto per sua volontà testamentaria, attorniato anche in morte da tutti i crani che ha per anni minuziosamente studiato.
Proprio qui si mostra però il più grande punto debole della mostra: la mastodontica collezione di corpi del reato, teschi e impressionanti maschere funerarie in cera è stata esposta senza una particolare cura o focus scientifico, risultando, dopo una prima visione, una galleria un po’ macabra e fine a sé stessa che tende ad annoiare il visitatore. Molto interessanti sono invece le sale dedicate alle opere d’arte realizzate da internati in manicomio, persone affette da disturbi mentali e reclusi del carcere di Torino, corredate da pannelli che spiegano in maniera esauriente le teorie lombrosiane circa l’associazione tra genio e follia.
Ma il “pezzo forte” della collezione è senza dubbio il cranio del già citato Giuseppe Villella, la cui analisi è stata un punto di svolta nella carriera del Lombroso, la prova più importante della sua teoria dell’atavismo, diventata celebre nei salotti di tutta Europa: la lettura critica della descrizione fornita dallo scienziato delle anomalie fisiche del cervello del brigante permette infatti ad addetti ai lavori e semplici appassionati di capire più a fondo l’oscuro collegamento tra mondo fisico e mondo mentale che Lombroso e i suoi contemporanei credevano a torto di avere afferrato.

pipa

Di sicuro il museo, di per sé, è una realtà di dimensioni ridotte e non facilmente digeribile da tutti. Ma il punto focale della questione è: è davvero giusto chiudere un museo solo perché non politicamente corretto?
Una risposta affrettata in questi casi non è mai la risposta giusta, e quando si parla di idee controverse la contestualizzazione storica è fondamentale. Lombroso visse nella seconda metà del diciannovesimo secolo, in un’Italia che aveva trovato l’unità solo sulla carta e in cui le differenze socio/culturali tra nord e sud erano ancora enormi; scrisse nel secolo tra il salvataggio e la civilizzazione di Venerdì ad opera di Robinson Crusoe e l’enunciazione del Fardello dell’Uomo Bianco di Kipling, ovvero portare il progresso e la libertà tra gli inferiori di un colore diverso. L’Uomo era solo quello di sesso maschile, bianco, eterosessuale, di classe benestante e del nord del mondo e d’Italia. Chi si discostava da questo identikit era nel migliore dei casi da civilizzare, o semplicemente da sottomettere. E Lombroso, figlio di un commerciante veronese, ha semplicemente assorbito e fatto sua la cultura determinista e rigorosamente razzista degli intellettuali che lo circondavano; se oggi utilizzare le sue teorie a fini politici sarebbe senza dubbio criminale, all’epoca i messaggi discriminatori in esse contenuti non apparivano come nulla di strano, anzi erano piuttosto comuni e accettate come perfettamente logiche.

Lombroso ha preso in carico una sfida ancora oggi aperta e ben lontana dalla risoluzione e ad essa ha dedicato la sua intera vita; ha compiuto dei grossi errori ideologici e metodologici e ha fallito. Ma dalle ceneri dei suoi errori è nata una scienza, i suoi sbagli hanno permesso ai suoi predecessori di riflettere su di essi e di proseguire lungo un cammino che egli ha tracciato, percorrendo una strada diversa. I suoi metodi sono stati talvolta moralmente discutibili e le sue conclusioni inesatte; ma del resto anche Galileo sbagliò nel ritenere le comete illusioni ottiche e Leonardo arrivò alle sue scoperte anatomiche trafugando cadaveri da obitori e cimiteri. La scienza non è sempre gradevole alla vista, né tantomeno esente da cadute. E lo sanno bene i curatori del museo Lombroso, che ripetono svariate volte – rischiando perfino di sembrare ridondanti – che “la scienza procede anche per errori”: nessun tentativo dunque di riabilitare l’antropologia criminale e la frenologia di Gall, a cui Lombroso si è ispirato, ma piuttosto di rivendicare l’importanza di uno studioso che nel bene e nel male ha avuto così tanta influenza sulla cultura italiana del periodo. I suoi errori sono ben evidenziati e spiegati uno ad uno: non ci troviamo di fronte ad un museo alla gloria dell’orrore, ma alla puntuale e critica testimonianza di uno dei più formidabili e al contempo fruttuosi errori in cui la scienza moderna sia inciampata.

A tutti, ovviamente, piacerebbe che certi errori non siano mai capitati – pensiamo allo schiavismo, allo sterminio degli indiani d’America, e per spostarci in tempi recenti, alle ideologie razziste che hanno inquinato il Novecento, dall’Apartheid all’Olocausto – e, sentendo declamare opinioni che erano dominanti duecento anni fa ed oggi ci sembrano spaventose, il primo istinto è quello di tapparci le orecchie e fare finta che nulla sia mai successo; ci risulta insopportabile pensare che queste non fossero farneticazioni isolate dello scemo del villaggio ma opinioni di illustri studiosi, condivise e insegnate nelle università europee. Ma invocare il rogo dei libri proibiti o la chiusura di un museo non è mai la soluzione, ma è anzi un ennesimo affronto, questa volta alla libertà di parola e di espressione, che è anche e soprattutto la libertà di dire cose sgradevoli. Il museo Lombroso colpisce lo stomaco, è anacronistico (come tale è la Storia) e non è politically correct, ma la sua chiusura non sarebbe una vittoria della civiltà, ma piuttosto del Kitsch di kunderiana memoria; allargando il discorso, la censura di tutte le brutte realtà di cui la storia umana è costellata non porterebbe ad un progresso, ma ad un regresso, ad una dittatura del bello e del politicamente corretto eterna e senza memoria in cui ogni voce dissonante deve essere coperta per il bene di un’ingenua illusione di completa accettabilità sociale. La storia, ci insegna questo museo, non va oscurata, per quanto doloroso sia il suo ricordo: gli errori non vanno eliminati dalla faccia della Terra, ma vanno preservati come un tesoro e insegnati più ancora dei successi, perché servano realmente da monito per non essere più ripetuti.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata