Testo di – MARCO FERRARIO

 

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Quando ci troviamo davanti ad un testo poetico appartenente ad un’epoca quale il Medioevo dobbiamo munirci di strumenti diversi da quelli con i quali siamo soliti affrontare un testo del medesimo genere ma appartenente alla modernità o all’epoca contemporanea. Partiamo dai nomi: canzone, ballata, sonetto, madrigale, solo per citare i più famosi. Per noi che siamo figli del Romanticismo una poesia è una poesia, appartiene alla pagina scritta, dovrebbe essere sufficientemente breve da poter essere letta con un solo colpo d’occhio e possibilmente meditata in solitudine, nel proprio studio o sulla scrivania. Nel Medioevo le cose erano molto diverse, in primo luogo perché diverso era il concetto di letteratura, assai più legato all’esecuzione performativa al cospetto di un nutrito uditorio che era assai sensibile non solo ai contenuti del testo che gli veniva sottoposto, ma anche ai modi in cui esso veniva fruito. Il poeta non si limitava solo a scrivere, quando lo scriveva, il proprio testo, ma ne era anche l’esecutore, ed eseguire un testo significava accompagnarne la recitazione con movimenti del corpo e molto spesso con la musica. Dal momento che le origini della nostra poesia lirica sono da ricercare in Provenza, occorre spostarci in quel contesto per meglio comprendere quale poteva essere il panorama poetico-musicale del tempo di un uomo come Dante.

La lirica Provenzale sorge nelle corti dei nobili feudatari del sud della Francia che allietavano la vita di corte alternando caccia, tornei e poesia, di cui spesso erano autori in prima persona come mostrano i casi di Bertran de Born, Guglielmo IX, Jaufré Rudel. Tra i personaggi che popolavano le aule delle corti dl sud della Francia vi erano anche i trovatori, poeti, cantori e spesso anche musici che mettevano in scena, è il caso di dirlo, i propri testi, spesso di argomento amoroso: è la nascita del concetto, che era poi anche uno stile di vita, di Amor Cortese. Ma cosa intendiamo per musica quando parliamo delle performances dei trovatori? Dobbiamo pensare ad una sorta di recitativo ritmato, una melodia relativamente semplice scandita dalla modulazione della voce e da un ritmo assimilabile, con le debite differenze, a quello in arsi e tesi dei cantori epici delle origini. Se è vero che l’esecuzione a corte dei testi dei trovatori era occasionale, nel senso che quelle liriche erano composte per l’occasione dell’esibizione nella festa, i poeti provenzali divennero presto oggetto di studio, sintomo del loro successo e dell’interesse che quella poesia-visione del mondo riscosse in Europa – e furono così ricopiati. I manoscritti mostrano spesso appositi spazi lasciati in bianco per la copiatura della partitura musicale, ulteriore prova della natura molteplice di quest’arte. I temi e presumibilmente anche i testi dei trovatori giunsero qualche decennio più tardi alla corte di Palermo dell’imperatore Federico II ed anche lì è quasi certo che venissero musicati, ma con un’importante differenza rispetto ai predecessori provenzali. Come ha sostenuto Aurelio Roncaglia (in un saggio del 1978 che ha fatto epoca in Italia) si realizzò il “divorzio fra musica e poesia”, vale a dire compositore, musico ed esecutore del testo, figure che ai tempi della lirica trobadorica coincidevano, in Italia presero a differenziarsi, un sintomo, questo, di una specializzazione nonché di una consapevolezza del fare poetico, insomma della categoria del letterario di cui è autorevole cartina di tornasole il De Vulgari Eloquentia di Dante, che quei testi ben conosceva ed ammirava per la perizia tecnica e la raffinatezza formale.

Il poeta fiorentino ci offre un’altra importante testimonianza  della cifra del “musicale” al suo tempo. Nel secondo canto del suo Purgatorio viene inscenato l’incontro del pellegrino e di Virgilio con Casella, un musico suo contemporaneo ed amico, e su richiesta di Dante stesso egli intona, come era solito fare in vita, una canzone dell’altro, “Amor che nella mente mi ragiona”. Questo passo ci testimonia come il termine canzone non sia una designazione convenzionale di un certo componimento lirico, bensì designi un modo di concepire il fare poetico inscindibilmente legato con un’attività di tipo performativo i cui effetti sull’uditorio sono esposti nello stesso canto II del Purgatorio: il rapimento degli astanti davanti alle melodie di Casella che solo la dura reprimenda di Catone riesce a spezzare.

Ma c’è dell’altro. Dante non era solo un vorace consumatore di letteratura, un critico di notevole acume e l’autore di genio e perizia che tutti conosciamo, ma era anche assiduo frequentatore di chiese e conventi e come tale assisteva regolarmente alla liturgia, anche essa sensibilmente diversa allora da quella cui potrebbe assistere un fedele oggi. Anche in ambito religioso la musica ricopriva un ruolo di straordinaria importanza. I salmi, solo per fare un esempio, non erano letti e basta, ma piuttosto recitati in una sorta di litania cadenzata, una salmodia per l’appunto, quando non addirittura cantati secondo le modalità di quello che oggi chiamiamo canto gregoriano oppure secondo le armonie della musica polifonica. La componente canora e musicale più in genere all’interno della funzione ricopriva un duplice scopo: mnemonico e suggestivo. Il fedele da un lato era aiutato nell’apprendimento dei testi fondamentali per la propria istruzione religiosa e dall’altro partecipava attivamente alla funzione intonando in proprio oppure ascoltando l’esecuzione di un testo che diveniva performance, una sorta di rituale che coinvolgeva l’intera comunità. È quasi sicuro che il Medioevo conoscesse ben poco dell’assai complessa teoria dell’armonia musicale elaborata in Grecia da personalità come Damone ed a noi accessibile grazie ad una fonte come Platone, ma la frequentazione per lo meno di alcuni classici latini aveva abituato l’uomo del Medioevo ad una scaltrita pratica del ritmo e dei suoi impieghi nella sfera della letteratura per fini armonici ed estetici come anche psicagogici.

Dante e dopo di lui Petrarca sono fulgide testimonianze della complessità e della poliedricità del tempo in cui vissero; essi sono grandi perché non hanno solo vissuto la loro età, se così si può dire, ma l’hanno interpretata, codificata ed in buona parte anche canonizzata, ed è questo uno dei motivi per cui li chiamiamo classici. Dante è il primo ad aver riflettuto sulla letteratura e sul letterario del tempo in cui visse e del recente passato ed è stato il primo a codificarlo in modo puntuale e sistematico. Il De Vulgari Eloquentia è una potente testimonianza, tra le altre cose, del modo in cui Dante visse ed interpretò l’esperienza musicale sua e della tradizione cui era legato.

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