Un racconto di LEONARDO MALAGUTI

Illustrazione a cura di Leonardo Malaguti

KREG

“Entra”

“Signorsì signore”

“Fai la guardia”

“Signorsì signore”

“Addio”

“Addio?”

Frustata sul collo

“Addio” ripeté

“Signorsì signore”

La ferita era rossa

Chiusero la porta con i chiodi.

La stanza era presieduta giorno e notte dal caporale Kreg e nessuno poteva entrarvi o uscirne. Nord sud est ovest dietrofront, erano sette passi a croce tra le quattro mura muffite, sette passi, una lampadina e il vuoto, non una finestra o un vecchio ninnolo. La luce era sporca e sfrigolava al canto del tungsteno. Le ore di guardia erano tante ed estenuanti, erano cessati il giorno e la notte.

Il caporale Kreg guardava il mondo, perché quell’angustia pareva il mondo, con gli occhi lattiginosi del pesce, le palpebre sollevate quanto bastava a lasciar spazio alla pupilla. Anche ad occhi chiusi non si sarebbe perso. Viveva quella poltiglia di giorni come abitando la sua bara e, in questo sentimento, la solitudine era un concetto assurdo, così diceva. A chi lo dicesse non era chiaro. Il caporale Kreg era una grossa sfera flaccida dove testa e arti non erano che morbide escrescenze: per quella sua obesità era stato scelto, ché resistere alla mancanza di cibo non sarebbe stato un problema “ma!” aveva obiettato e per questo era stato frustato cento volte e allora, forse, era come dicevano, pensò, e a quanto pare era così davvero perché, da quando era entrato, da prima ancora che il tempo si sfaldasse, alla fine d’ogni turno di guardia si trovava più grasso. È solo la mia impressione, pensava, ma camminare diveniva più faticoso e ansimava come un cane e sentiva il cuore sempre più incarnito. Viveva leccando i muri e gli bastava. Signorsì signore, signorsì, ripeteva giorno e notte, sottovoce, signorsì signore come un mantra, e si tastava, affondava le manine nella pelle per accertarsi di non essere anch’esso solo parola, solo ripetizione di un motto o di un respiro, si palpava delicatamente e si diceva “eccomi” senza mai esserne sicuro.

Da tempo ormai viveva completamente nudo.

Era entrato in uniforme: la stoffa tirava e, in quella stanza, il caldo marroncino e appiccicoso non gli dava pace. Uno dei primi giorni la fame lo colse, viziosa e ossessiva: quello stomaco, abituato a pochi minuti di pausa tra un pasto e l’altro, gridava e con lui il caporale Kreg, che, con gli occhi rossi per le lacrime e le fauci spalancate, azzannava l’aria in preda agli spasmi. “Mi dia del cibo signore! La prego signore, non posso presidiare se non mangio signore, come farò a fare la marcia? Come farò?” Crollò a terra e il rimbombo gli riempì le orecchie, mentre con le mani teneva stretta la pancia debordante e le gambe tozze scalciavano come fosse un animale al macello. “Come farò?” belava.

Sudava, sudava tanto e la stoffa si apiccicava alla pelle, lo soffocava, madida di untume, e, per un momento, credette di morire. Con la fine negli occhi, mentre il tungsteno giallo rideva luce e buio, ficcò le unghie nel tessuto e cominciò a farne brandelli – signorsì signore, ferale uniforme, la fame! – la strappò pezzo per pezzo,  lanciandoli in aria come coriandoli. Fame feroce, sudore, caldo, addio! Come farò? Come presidierò la stanza? Guarda questi stracci buttati a terra, guarda quest’uniforme uccisa e la mia carne esposta sotto il sole duro, come può andare avanti tutto questo? Tra il cotone liso e i rantoli e i singhiozzi, mentre gli occhi gonfi ribollivano, i denti battevano l’afa come ossi di xilofono e la bocca tutta sapeva di ferraglia. Pianse in silenzio, gocciando sulla mascella a molla che schioccava di volontà propria, si guardò nudo e rise. Fu allora, con il sangue sulla lingua, che si buttò a carponi a terra, avido cercò ogni brandello e lo portò alla bocca e ne mangiò. La stoffa unticcia era indigesta, eppure le fauci automatiche non si saziavano, mordevano e grattavano, masticavano ruminando fino a torcere quei fili spessi e ingollavano ogni boccone come fosse pane, precipitandolo giù per quella gola  tanto buia, uno due tre alla volta. Nulla, nemmeno i bottoni furono risparmiati, ogni centimetro di quell’uniforme fu fagocitato e mangiato dai succhi gastrici. Rimase solo il cappellino verde, in bilico sulla testa calva.

La nausea durò ore, pesante come un’incudine. Nulla venne digerito. Verso sera, per smettere quello strazio, rimise tutto. Da quel momento si diede alla guardia serrata e l’unico cibo che toccò fu la muffa sulle pareti. Continuava, ogni giorno a ingrassare.

Marcia marcia marcia uno due tre quattro signorsì sissignore cinque sei sette. Dietrofront.

La lampadina aveva frizzato tre volte e poteva solo voler dire pausa. Misericordiosi, i superiori avevano mandato il segnale di riposo, erano loro, si diceva, che scandivano i suoi tempi, vegliavano su di lui e sapevano che svolgeva bene le sue mansioni. Erano loro, ne era certo, altrimenti la lampadina non avrebbe frizzato e lui non avrebbe potuto concedersi una pausa, smettere quei passi avanti e indietro che non gli davano pace, lo tormentavano, lo mangiavano vivo risucchiando le sue forze e la sua attenzione. La stanza era presente. Sempre. Prepotente. Ma lui? Chi era mentre camminava? In effetti, camminava per davvero? La corta marcia era così serrata che la mente si obnubilava nel ritmo militare delle gambe finché non veniva interrotta e riprendeva coscienza. In quell’un-due-tre un-due-tre diveniva egli stesso più astratto della conta, o di un numero, una grassa X, finché, una volta accasciato a terra, rifluendo il sangue al cervello, sentiva di aver camminato. Quindi era successo? Certo, perché altrimenti le gambe avrebbero dovuto fargli male? Eppure nella memoria c’era un buco, un faticoso nero. La stanza si faceva sempre più presente “mi reclama e ha ragione” eppure io fino adesso ho presieduto, l’ho protetta, l’ho perimetrata, l’ho fatto, lo giuro! L’ho fatto, ho fatto il mio dovere, ho camminato ore e adesso ho le gambe bruciate dal dolore, ho marciato, davvero! Davvero? Io…Il dubbio non gli dava pace, se il generale avesse saputo che non faceva il suo dovere lo avrebbe certamente frustato. Non restava che aspettare che lo venissero a prendere, se non aveva marciato sarebbe certamente accaduto di lì a breve.

“Qualsiasi cosa accada, io non ti ho lasciato” poggiò la guancia al muro e cominciò a strusciarsi: la carta da parati ocra, decorata a fiori, era ruvida e grumosa, lasciava piccoli solchi sul viso del caporale Kreg; noncurate, continuava a strofinarla, sempre più forte, con insistenza d’amante, come chi capisce che nulla al mondo vale più del contatto; divenne rossa, l’abrasione si espanse, pulsante, mentre qualche macchia di sangue bagnava i pori della carta. Con la mano sinistra cominciò a carezzare dolcemente la parete, con la punta delle dita ne seguì le scriminature, paziente, poi, guidato dal tatto, aprì bene il palmo e lo fece aderire al muro. Era fresco – un brivido.

Vi disegnò figure dolci. Con la mano destra, ad occhi chiusi, cercò, nascosti sotto la pancia molle, i genitali.

            Il caporale Kreg, quella notte, fece un sogno.

Fuori dalla stanza c’era una stanza più piccola: era uno sgabuzzino di pochi metri quadrati, così piccolo da far sembrare l’altra stanza ampia e spaziosa. Le quattro mura erano rosa e puzzavano di benzina, Kreg cercava una via di scampo.

“Perché sono uscito?” urlava “Come si torna indietro?” sgranava gli occhi ad ogni parete, ma la porta non c’era più. “Non ho mai desiderato altro che stare là dentro, lo giuro!” ma non c’era nessuno ad ascoltare.

La stanza era così piccola da soffocare, a malapena conteneva il corpo obeso del caporale “Com’era ampia e accogliente l’altra stanza” piangeva come un bambino e le lacrimucce gli incelestivano le guance tozze “Com’era bella di quel color ocra e quante passeggiate si potevano fare” qui doveva stare piegato sulle ginocchia per non battere la nuca contro al soffitto “Se solo fossi più piccino” frignava “potrei sgattaiolare via dalla tana del topo”. Il topo. Non c’era nessun topo nell’altra stanza, ma lì, da un buco rotondo nel muro, entrava e usciva un vecchio ratto bruno che mordicchiava, poco a poco, le unghie del pover’uomo. Ahimé, ahimé! Se solo non fossi uscito, se solo non avessi lasciato il mio posto di guardia per sbirciare cosa c’era dietro la porta! No, non è vero, non volevo sbirciare! C’era qualcuno là dietro, faceva rumore, l’ho sentito togliere i chiodi uno ad uno, voleva entrare, voleva violare il divieto, dovevo controllare! Sì, ho lasciato la marcia, ma dovevo farlo…Eppure questo cubicolo rosa era vuoto, solo il ratto che squittiva, solo il ratto e la sua coda oblunga. Avrà tolto lui i chiodi? No, no, non è possibile, non è possibile, e allora chi?

Il ratto gli rodeva i piedi come fossero formaggio, grattava coi dentini lucidi lucidi ogni callosità di quei ditini tozzi, forando sotto l’epidermide. Qualche goccia di sangue gli inumidiva i baffi. Kreg spostò lo sguardo dai muri rosa ai piedi giallastri e rossi viola e la sua bocca divenne una caverna e i suoi denti roccia acuminata di marmo e un grido fuligginoso fece il buio attorno, portando il vuoto dalla gola a quella stanza: l’invase e l’assordò e fu il tremore, il dolore orrendo di non poter sentire nemmeno un pungolo di quel dolore “Non sento più nulla!” era la fine ed in quell’oscurità prese a tastare a destra e a manca, a cercarsi, senza ritrovare la sua carne, senza potersi pizzicare, senza più nervi o muscoli o epidermide “Dove sono?” chiedeva disperato al ratto “dove sono?” ma ricordava solo dove non era, in quella stanza ocra a presiederne l’aria molle; più di ogni altra cosa avrebbe voluto tornarvi, ma se nemmeno  era lì, domandò perso, tornare che senso aveva?

Poi il lampo, rovente, e sentì la schiena, la sentì ferita e calda e scura, pianse dalla gioia e implorò “ancora” e il lampo ritornò e così il bruciore acre della pelle. Ci sono allora, son vivo, son vivo ancora…

“Ancora!” e spalancò gli occhi ed era a pancia a terra nella stanza ocra e, dietro a lui, qualcuno. “Non ti voltare” era lui, signorsì signore, alla fine era giunto a punirlo. Frustata. “Ne vuoi ancora, dici?” Kreg, ammutolito, non capiva “Vuoi ancora che ti sferzi questa schiena suina? Vuoi essere punito ancor più duramente?” voleva? “Nossignore, no, la prego, è insopportabile” “ah, sì, insopportabile?” “Signorsì signore” fu frustato ancora, sul collo, il bruciore si diffondeva come liquido versato “perché mi hai implorato di punirti, eh?” si, perché? “Sognavo, signore, sognavo, devo aver parlato nel sonno” “pervertito” “nossignore, lo giuro!” “non giurare, stai in silenzio piuttosto. Tu dovevi fare la guardia a questa stanza e invece, sporco traditore, ti sei messo a dormire, nel momento del bisogno eri a sognare i tuoi piccoli paradisi masochisti” “Ma come…” Kreg aveva le lacrime agli occhi e avrebbe voluto girarsi e guardare il generale e dirgli che non era vero, che non era possibile, che che che, ma non fece in tempo perché, appena mosso un muscolo, fu sferzato da un nuovo colpo “Non – voltarti – ho detto” “sissignore” sussurrò sfinito “hai smesso la marcia quando più ce n’era bisogno e questo è inammissibile” quindi aveva davvero marciato prima di fermarsi? E allora perché  la frusta? “Qualcuno qui è entrato e uscito e non doveva succedere. D’ora in poi, caporale, il sonno le è interdetto, fino ad ulteriore notifica dovrà trattenersi dal dormire, se verrà colto nuovamente sul fatto la pena sarà severissima. È la sua ultima possibilità, non mi deluda” “Nossignore” “Addio”.

Il caporale Kreg, bene attento a non appoggiare la schiena martoriata a terra, si voltò lentamente. Nella stanza non vi era più nessuno, la porta era ancora lì, inchiodata.

Non dormì per giorni.

Passava il suo tempo nord sud est ovest dietrofront, sette passi sette, scandiva il tempo con una trenodia

                                    sissignoresissignoresonoquicisonosignoresignorsìcisonocisono

era un presidio sonnambulo, nulla a che vedere con la marcia apatica cui era abituato: era una marcia nuova, senza dubbi e senza angosce, che lo azzerava delicata.

La realtà, finalmente, era solo un sogno.

Come in un sogno, tutto era leggero: il suo corpo, che aveva raggiunto dimensioni mai viste prima, zoomorfo, elefantiaco, gli pareva fluttuare, soffice come zucchero filato sospinto dalla brezza. Come nella realtà, sentiva ogni cosa, avvertiva la pelle gonfia e in continua espansione spingere verso l’esterno, quasi udiva i pori traspirare e, in questa trascendenza aeriforme, i suoi sensi erano amplificati ed ogni pezzo dello zeppelin-corpo era al suo posto, presente, vivo, ogni organo gorgogliava scolando, assorbendo, defluendo, ogni cosa era a fuoco, nitida e carnosa.

In questo stato di catalessi iper-cosciente, il caporale Kreg raggiunse l’estasi.

Si interruppe e, come Giovanna D’Arco, volse le pupille al soffitto, offrì le braccia, cinto da un’aureola sporca di qualche watt, e rese grazie e fu tutt’uno. Finalmente, la stanza si era rivelata! Quanto lo aveva desiderato, ed era il mondo, davvero!, era il cosmo e il paradiso ed era oltre, era tutto lo spazio luminoso e caldo che, signorsì, gli era giunto in dono, in cui era stato spinto a frustate perché, stolto, non poteva ancora comprendere. Sorrise e lasciò il volto obliquo che per tutto quel fangoso esilio lo aveva accompagnato, il volto antico di un uomo piccolo e mondano, un soldatuccio, indegno delle gioie marroncine di quella camera sacra. Ne capiva il senso ora, comprendeva fino in fondo quel ruolo che gli era affidato, capiva d’un tratto l’attrazione sinuosa per quelle quattro mura e la solitudine, ah, la solitudine non era nulla, perché lì erano la terra e i suoi confini e ciò che stava fuori non era, mai era stato. Lui non era solo, lui era il solo.

Non volle più tastarsi, le mani giunte in preghiera, i palmi non dovevano più cercare.

Entrò il ratto, con legna e fiammiferi, e attorno all’uomo costruì una pira

“Sono abbastanza al centro?” l’animale annuì e sussurrò qualcosa, forse un motto di spirito, sputò sui rami secchi e, schioccando la codaccia rosa, grattò il cerino e appiccò il fuoco. La fiammella, dapprima timida, abbracciò il falò con eccitazione crescente, mentre i piedi del caporale cominciavano a sudare. Non era poi peggio dell’afa di sempre. Piano piano la carta da parati ocra prese a imbrunire e ad arricciarsi, mentre macchie scure si propagavano come metastasi: marrone, nero, bollore biancastro, la carta rosolò croccante fino a sembrare pelle carbonizzata. “Ecco, l’ora è giunta” sussurrò Kreg, le fiamme si facevano sempre più alte, gialle e assetate e, mentre lingue di fuoco insediavano ogni sua piega, il ratto ululava battendo le zampe a ritmo, agitava il corpicino peloso come se la musica più turbinante lo possedesse. Il sudore del caporale rivolava lucido gocciolando sul pavimento arroventato, sempre più denso e roseo, sempre più consistente, finché, d’un tratto, non fu più sudore ma carne, soltanto carne, che, in rigagnoli vagamente rossastri, andava a liquefarsi in mezzo alle braci. Come una statua di cera, egli scolorì e squagliò, andò a mollire sempre più finché quella calotta polposa e tutto ciò che conteneva andò disciolta, sublimata, smarrita. Kreg, appassionato, non perse conoscenza un minuto.

Il ratto, all’ombra dal rogo, danzava e danzava e danzava.

Rimase uno scheletro, in piedi. Il fuoco era spento, le braci fredde, i muri nudi. La porta, indenne, era ancora sigillata coi chiodi.

“Sta dormendo, per caso, caporale?” sbraitò qualcuno all’esterno

“Nossignore! Certo che no, signore!”

E subito nord sud ovest est dietrofront, sette per sette passi, signorsì, la marcia continuò.

 

 

 

FINE

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