Testo di – ENNIO TERRASI BORGHESAN

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“Cuando salimos a la cancha, lo hacemos por 3 millones de personas.”

Oscar Washington Tabarez, CT dell’Uruguay

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In tempi di crisi si è sempre più portati a rivalutare, alacremente e con molta attenzione, tutto ciò che compone la vita di ognuno di noi.

Spesso si preferisce rinunciare a qualche cena fuori o ad un film al cinema,  ad un concerto del tuo cantante preferito piuttosto che a una partita allo stadio o ad un weekend al mare in più, in nome di risparmiare quelle decine o centinaia di euro che possono dare fiato e respiro al bilancio interno di una famiglia.

Per giustificare dette rinunce, si suole dire che “tanto quelle cose, alla fine non servono a niente”, parole che sono dette con più convinzione di quel che si può pensare.

Spesso però ci si dimentica di quanto Arte e Cultura costituiscano un patrimonio immenso della vita di ciascuno di noi, e di come questi elementi possano aiutarci a vivere “bene” nonostante le difficoltà che possiamo incontrare nei nostri percorsi di vita.

Se pensiamo alla parola “Cultura”, pensiamo a un libro, ad un museo, ad un’opera d’arte, ad un genere musicale.

Spesso però non intendiamo la parola “sport” come veicolo di cultura o, osando ancor di più, come elemento culturale a tutti gli effetti.

Oggi vorrei parlare di un paese che rappresenta un esempio efficace del concetto che voglio intendere.

L’Uruguay è un piccolo paese dell’America Latina, abitato da poco più di 3 milioni di persone, dalla storia abbastanza recente (è indipendente dal 1830, dopo essere stato una colonia spagnola).

È probabilmente il primo paese al mondo per rapporto successi calcistici/totale della popolazione.

Ha vinto per due volte i mondiali, nel 1930 (il primo disputato nella storia, proprio nella capitale del paese, Montevideo) e nel 1950 (di cui mi piacerebbe parlare in un post “a parte”), per 15 volte si è imposto come campione continentale, più di Argentina, Brasile e tutti i paesi del Sud America.

Il 2010 per l’Uruguay è stato un anno storico, e il motivo è legato a 23 ragazzi, più gli adulti dello staff tecnico. È stato l’anno del mondiale sudafricano, cui però è legato fondamentalmente il ricordo di una partita: il quarto di finale tra Uruguay e Ghana.

Si gioca al Soccer City di Johannesburg, lo stadio previsto anche per la Finale Mondiale ed è naturale che, a questo punto della competizione, entrambe le squadre sperano di giocare un’altra partita, proprio a Johannesburg, dieci giorni dopo.

È il 2 luglio 2010.

Di fronte ci sono la speranza africana, il Ghana, l’ultima squadra del continente nero rimasta in corsa nel mondiale “di casa” e l’Uruguay, l’ultima squadra a qualificarsi, in ordine cronologico, per il Sudafrica.

Entrambe le squadre son contente di essere dove sono arrivate, ma non per questo vogliono fermarsi.

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Per il Ghana sarebbe la prima volta in semifinale ad un mondiale, per l’Uruguay la quarta, la prima dal 1970.

Chi vi scrive assiste alla partita dalla città di Durazno, trentamila anime nell’interior dell’Uruguay. Assiste lì poiché si trova, con un’associazione umanitaria latinoamericana, a costruire case per alcuni sfollati in seguito a un’alluvione.

Pertanto, con una schiera di una ventina di piccole tv, mentre ci gustiamo il pranzo offerto dal municipio, formiamo delle piccole postazioni prendendoci una pausa dal nostro lavoro.

Parte la partita, e parte anche la seconda porzione di ghiso, praticamente uno stufato dove si infila di tutto. Seconda, perché la prima è stata consumata prima dell’inno, per dare ancora più vigore al cantare le sue note.

A Durazno è inverno, ma il sole batte forte: siamo in 200, forse 250 tra volontari e sfollati a guardare la partita dai piccoli schermi. A Johannesburg è inverno, ed è sera. E l’atmosfera –odiose vuvuzelas a parte- è magica.

Nel primo tempo è l’Uruguay a iniziare meglio, facendo valere l’esperienza dei suoi leader, col Ghana che viene fuori alla distanza grazie alla maggiore prestanza fisica e atletica dei suoi giocatori di punta, come l’odierno milanista Boateng (o mister Melissa Satta).

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A metà dei primi 45 minuti cala il primo cattivo presagio sulla Celeste: il capitano Diego Lugano, leader di tante battaglie, si infortuna e, tra le lacrime, è costretto a lasciare il campo.

Quando il primo tempo si avvia alla conclusione, la palla si trova sui piedi di Sulley Muntari. A Durazno ormai abbiamo tutti finito la nostra seconda (e anche terza, lavorare stanca) porzione di ghiso, guardando Muntari con la palla penso a lui come membro di un’Inter fresca vincitrice del triplete campionato-coppa-champions, alle tante gioie provate due mesi prima, a maggio, nel vedere finalmente la mia Inter vincere tutto.

Il buon Sulley si accentra e lascia partire un velenoso tiro di sinistro che sguscia in mezzo alle gambe di almeno tre giocatori, assumendo una traiettoria difficile da decifrare per Fernando Muslera, l’arquero della Celeste.

È gol. Gol del Ghana. Proprio poco prima del fischio finale, del primo tempo, da parte del corpulento arbitro portoghese Olegario Benquerença.

Il Ghana è in vantaggio, impazzisce uno stadio, una città, un continente, forse anche il mondo, perché la storia del Ghana porterà molti a simpatizzare per loro, anche in Italia, visto il non esaltante mondiale del Lippi bis.

Tifare Ghana, per tifare Africa, per tifare un riscatto culturale del continente più sfortunato, riscatto che avverrebbe attraverso lo sport, come tanti ma proprio tanti casi della storia recente.

Alle 21.17 sudafricane probabilmente l’intero mondo calcistico è impazzito di gioia, tranne un paese dove erano le 16.17. A Durazno cala il gelo, si putea che è un piacere (ovvero si da del “figlio di ….” e la parola seguente inizia con la p, ed è di facile intuizione), cala lo sconforto.

La Celeste non era mai stata in svantaggio nel mondiale fino al sinistro di Muntari.

Inizia il secondo tempo, nell’Uruguay entra Nico Lodeiro al posto di uno spento Sebastian Fernandez, che probabilmente non ha retto l’emozione della grande occasione.

Dopo nove minuti, tocca a Jorge Fucile avanzare sulla fascia sinistra. Il terzino del Porto viene però steso dal ghanese Pantsil, che viene ammonito.

Calcio di punizione, la posizione lascerebbe pensare a un cross, se non fosse che sul pallone si appresta a calciare Diego Forlan.

El Cacha, scarpa d’oro (miglior goleador d’Europa) nel 2005 e nel 2009 e fresco vincitore dell’Europa League con l’Atletico Madrid, sta giocando un mondiale meraviglioso.

È probabilmente uno dei giocatori più sottovalutati della recente storia calcistica.

Ma, soprattutto, è un ottimo tiratore.

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Il numero 10 uruguayo calcia un pallone imprendibile per Kingston, e realizza l’1-1. Impazzisce Durazno e impazziscono tre milioni di persone, il mondo forse impazzisce di meno.

Dopo 55 minuti è parità, è tutto da rifare, la garra charrua ha appena risposto presente, e con lei un intero popolo, voglioso di ribalta e di attenzione da parte del mondo.

I 90 minuti regolamentari si chiudono sull’1-1, entrambe le squadre ci provano ma non si segnalano occasioni davvero pericolose.

I cuori di un continente da un lato e di una piccola città, di un piccolo paese dall’altro ormai hanno superato il centinaio di battiti al minuto da un po’. A Durazno sta per farsi sera, ci vogliono i rinforzi, via con un’altra porzione di ghiso.

Il Ghana gioca i supplementari col piglio di una squadra ancora nel pieno delle forze, nonostante l’ottavo con gli Stati Uniti sia finito dopo 120 minuti, l’Uruguay resiste con garra, esperienza e tecnica.

Si arriva quindi al 120°, ultima azione.

Calcio di punizione per il Ghana, area di rigore dell’Uruguay decisamente affollata.

Batte Pantsil e alla fine di una serie di rimpalli, il pallone capita sulla testa di Dominic Adiyah con Muslera fuori dalla porta.

20 anni, meteora del Milan, decisivo nella vittoria ghanese al mondiale under 20 l’anno prima.

Un gol di Adiyah sarebbe stato l’ideale finale di un film hollywoodiano, il ragazzino che segna il gol della vita per un continente intero.

Ma il calcio è un altro film.

Sulla linea di porta c’è Luis El Pitonero Suarez, probabilmente il più forte giocatore della Celeste, il n° 9 dell’Uruguay.

Suarez para letteralmente il pallone, con un riflesso degno del miglior portiere, e l’arbitro Benquerença fischia rigore espellendolo.

Sul dischetto si presenta Asamoah Gyan, autore del primo gol ghanese nella storia dei mondiali, il vero leader della squadra. Un rigore porterebbe il Ghana, e l’Africa, per la prima volta della storia in una semifinale mondiale. E anche questo sarebbe un degno finale per un blockbuster.

Ma questa partita non segnerà il riscatto sociale e culturale del continente africano, ma semplicemente di un piccolo paese dai tre milioni di cuori che battono tutti per il futbol.

Asamoah calcia forte, molto forte, così forte che il pallone si alza e colpisce in pieno la traversa.

Impazzisce l’Uruguay, impazzisce Plaza Indipendencia a Montevideo dove si stima che 250.000 persone stiano guardando la partita su un maxischermo. Impazzisce, nel nostro piccolo, anche quell’angolo di Durazno, la gente corre di felicità (e anche per smaltire il ghiso).

Si va ai rigori, e la sensazione per il Ghana è che il treno sia già passato, e che l’happy ending sarà latino.

Quinto rigore Celeste. Sul pallone va Sebastian El Loco Abreu, colui che ha segnato il gol decisivo in quell’ultima partita di qualificazione mondiale. Perché El Loco?

Il perché sta tutto nell’ultimo rigore. Abreu si presenta, camminando lentamente e tranquillamente, come se fosse un’altra normale giornata di allenamento.

Dopo una lunga rincorsa calcia il rigore.

È un cucchiaio, di cui Abreu è un artista come Totti o Pirlo.

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È finita. È finito il sogno africano. È appena iniziato il sogno uruguayo.

Un paese scende in piazza, ben conscio del valore enorme di quella vittoria.

Da domani, tutto il mondo saprà, almeno per un momento, chi è l’Uruguay.

La terra del Maestro Tabarez, di Forlan, di Abreu, di Suarez, di Muslera, di 23 eroi popolari e non semplici calciatori.

Il mondiale uruguayo terminerà in semifinale, dopo una sfortunata sconfitta con l’Olanda, e al quarto posto, per un’onorevole resa alla Germania nella finale 3° posto.

L’istantanea finale di questa storia è il corteo che si snodò, per Montevideo, due giorni dopo la finale 3° posto. Una città, un paese: tutti per le strade ad accogliere una squadra arrivata al quarto posto.

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Perché alla fine ciò che contava in Sudafrica, e ciò che conta davvero nello sport, non è il risultato, ma il messaggio, l’orgoglio, la garra, il riscatto, l’onore.

Lo sport ha questa capacità, l’unire culturalmente e socialmente un ragazzo italiano e uno sfollato di Durazno, Uruguay, unirli per una partita, un mondiale, una coppa o un quarto posto, una maglietta.

O una bandiera appesa sopra una delle case provvisorie costruite da un gruppo di volontari.

O un piatto di ghiso, perché dopo la tensione di una partita così può anche venire fame.

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