Testo di – LUCIA PIEMONTESI
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Un Paese spazzato da una virulenta pestilenza chiamata “la Rossa”, cani randagi come unici padroni di un mondo dove morte, distruzione e rovine regnano sovrane, polvere, detriti, carcasse e grigiore che creano un’atmosfera sospesa tra l’irrealtà e l’oblio: questo lo scenario che apre Anna, l’ultimo icastico romanzo di Niccolò Ammaniti. Unica particolarità, i sopravvissuti: gli unici ad animare ancora di vita, speranza e sentimenti l’arsura di una Sicilia spogliata e privata di sé e della sua essenza sono i bambini non ancora giunti nell’età della pubertà.

Anna e il fratello Astor fanno parte di questa enorme schiera di orfani in bilico tra la vita e la morte, in grado a malapena di sopravvivere e di dare sfogo alla propria animalità e istintività. In cerca di cibo e luoghi sicuri in cui trascorrere le notti, sembrano personaggi davvero appartenenti ad una dystopian novel in stile Aldous Huxley o alla stregua del filone cinematografico inaugurato da The Day After di Nicholas Meyer del 1983. A proposito di riferimenti, la citazione di La strada, romanzo di Cormac McCarthy del 2006, non risulta certo troppo implicita.

Due sono le riflessioni che scaturiscono dall’irrealtà e surrealtà di questo mondo popolato da bambini che hanno assistito alla morte progressiva degli adulti, dei Grandi e che sono rimasti soli, incapaci di badare totalmente a se stessi e, nonostante questo, volenterosi di superare le difficoltà e di farla comunque franca, a tutti i costi. La prima riflessione si concentra sulla scelta dei bambini come protagonisti, mentre la seconda affronta le dinamiche umane e la forza della vita.

La scelta dell’autore di liberare il mondo dagli adulti, i Cattivi per antonomasia, è funzionale a toccare e vivere i sentimenti di innocenza, libertà e la vita in generale. Gli occhi vergini e non ancora formati dei bambini disvelano verità che ai grandi sono perlopiù nascoste, perché i loro occhi si fermano alla superficie e non discendono in profondità, dove risiede la vera essenza dello stare e dell’essere al mondo. Allo stesso tempo l’impatto che la vita ha sui bambini è decisamente amplificato e sovradimensionato, sia nella positività sia nella negatività, sia nella grandezza sia nella piccolezza, senza perdere mai di forza né tenacia. Anna e Astor vogliono raggiungere la terraferma, superare lo stretto di Messina ed è il loro obiettivo da raggiungere, pervicacemente anelato e presumibilmente raggiunto, sicuramente abitato coi sogni e l’immaginazione. La forza di un incontro così ravvicinato con la morte, la visione del cadavere della madre e la tenerezza nei confronti di un fratello che Anna vuole tenere lontano dal male danno alla bambina una consapevolezza di sé e una maturità inusuali ed inconsuete, che la conducono a verità essenziali: “La vita non ci appartiene, ci attraversa. [….] Bisogna andare avanti, senza guardarsi indietro, perché l’energia che ci pervade non possiamo controllarla, e anche disperati, menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare contrastando il gorgo che ci tira giù”. In una parola, continuiamo a vivere; “Oscuramente forte è la vita”, direbbe Salvatore Quasimodo.

La seconda riflessione attraversa un ambito più prettamente filosofico, sociale ed antropologico. “Homo hominis lupus” sottolineò nel Settecento Thomas Hobbes: solo legandosi tra loro  in rapporti di amicizia o società in cui siano vigenti regole e pene per chi non le rispetta, gli uomini riescono a placare il proprio istinto egoistico e di sopravvivenza. Nel mondo dipinto in modo laconico ma altrettanto descrittivo da Ammaniti si vengono a creare le dinamiche tipiche dei rapporti umani e che contraddistinguono in particolare le relazioni dei cosiddetti Grandi: istinto di sopraffazione da parte dei più forti, sottomissione e remissività dei più deboli. “Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”, profetizzava già George Orwell nell’explicit di La fattoria degli animali.

A legare gli uni agli altri la speranza di una guarigione, impersonata dalla figura mitica e quasi fiabesca, su cui aleggia un folto alone di mistero, della Picciridunna – non sfugge la similarità e omofonia col vocabolo picciriddu, che nel dialetto siciliano indica il bambino, il fanciullo-. Le figure che creano questa insulsa, o forse troppo reale, società hanno caratteristiche tragicamente reali, ma emergono anche da un background fiabesco che spazia dalle figure della strega e dell’orco fino alle più classiche raffigurazioni del male e dei cattivi.

Un misto di speranza e rassegnazione accompagna il lettore in un mondo a volte arduo e difficilmente rappresentabile perfino dalla nostra immaginazione e tratteggiato qua e là con linguaggio pornografico e forte, senza che ve ne sia a volte una reale necessità. Tutta un’altra Sicilia rispetto a quella incontrata in Io non ho paura, altrettanto dilaniata e sofferente.

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