Testo di—Edoardo Righini

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LA TORRE D’AVORIO, fatica letteraria e teatrale del maestro Ronald Harwood, è lo spettacolo che verrà portato in scena da Luca Zingaretti, nel duplice ruolo di regista e attore, al Teatro Comunale di Ferrara il prossimo 16 Aprile. La cosa suscita immediatamente due considerazioni. La prima: l’arte è più forte dei disastri. Il teatro Comunale, infatti, danneggiato dal sisma che ha colpito tutta la regione, ha rischiato di essere chiuso per l’intera stagione. Fortunatamente, invece, anche sulle macerie di una ferita ancora aperta, il teatro continua a parlare e a raccontare, facendolo, peraltro, attraverso interpreti d’eccezione, come il già citato Zingaretti e il solido Massimo de Francovich. Se a questi ci si unisce la penna accuminata e tormentata di Harwood, il risultato è un tridente da Coppa del Mondo. La seconda: l’interrogativo centrale dell’arte resta sempre l’arte, che dell’opera è la vera protagonista.

In una Germania uscita dissanguata dal secondo conflitto mondiale, proprio durante la caccia ai nazisti, che porterà al drammatico processo di Norimberga, uno dei simboli della cultura tedesca per eccellenza, il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler viene accusato di connivenza proprio con il regime nazista, da cui, per altro, egli ha sempre preso le distanze. La trama narrativa è chiaramente una scusa per affrontare un tema più che attuale. Il rapporto tra l’arte e il potere e più in generale il rapporto tra arte e società. Può, infatti, l’arte essere un’entità adimensionale, tutta spirito e niente carne? Il contesto sociale in cui l’opera d’arte viene concepita è un elemento inseparabile da questa, imprescindibile per il suo concepimento e per la sua realizzazione, o invece è un elemento spurio, che falsa la sacralità dell’intuizione artistica, rendendola soltanto merce di consumo? E ancora, l’arte, dall’alto della sua forza comunicatrice strepitosa può permettersi di non essere sociale, se non addirittura politica? In un momento come il nostro, in cui la politica invade le nostre vite, l’artista deve far sentire la sua voce o, all’opposto, deve allontanarsi dalle fangose contingenze e fornire una via di fuga dal reale? Soprattutto, una volta che ha deciso di non fuggire dagli affari contemporanei, l’artista può pretendere di essere immune dalle conseguenze naturali dello schierarsi, compresi i giudizi in tribunale o per lui valgono regole differenti? Chiaramente ( e furbescamente) Harwood non risponde a nessuno di questi, e di altri, quesiti, ma anzi, incalza lo spettatore con continue provocazioni e attraverso l’antitesi irrisolta dei due personaggi. In tale ottica, la costruzione dei due protagonisti mette bene in luce le loro inconciliabili personalità: da un lato estro, cultura, sensibilità e disperazione (il direttore d’orchestra), dall’altro pragmatismo, ignoranza, superficialità e indifferenza (l’ispettore americano).
L’arte deve essere indipendente, è chiaro. Ma allora l’arte compiacente ad un regime, qualunque esso sia, non è più arte? Ma essere indipendente non vuol dire anche essere libero di assoggettarsi al potere? Da qui in poi si potrebbe aprire una lunga e probabilmente infruttuosa disquisizione sulla natura stessa dell’arte, ma questo non è certamente né il luogo né il momento. Ciò che rimane è la sensazione che continuare a farsi domande sia l’atteggiamento esistenziale che più avvicina a cogliere una qualche verità sull’arte, sempre ammesso che i due concetti non siano lontani come due rette parallele.
La tentazione che ci lancia l’autore è quella di fare una scelta di campo ( a dire il vero un po’ pilotata) tra i due schieramenti avversi, che potrebbero benissimo essere rappresentati dai due protagonisti. Ma si sa, gli artisti son tutti imbroglioni e non bisogna cedergli.
La verità l’arte sta sempre nel mezzo (oltre lo spettatore e poco prima del palco).

 

 

 

 

 

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