Testo di – FEDERICO SCARFò

Una delle cose a cui più ci abituiamo, volenti o nolenti, già agli albori della nostra vita, è il nostro linguaggio. David Foster Wallace ha incentrato il suo primo romanzo, La Scopa del Sistema, pubblicato nel 1987, proprio su un problema del linguaggio: quanto il nostro percepire e coabitare il nostro mondo attraverso il linguaggio renda quel mondo un elemento “puro” e “svincolato”, potremmo dire, e non invece un costrutto linguistico, esistente solo in quanto concepibile linguisticamente. Può sembrare un’idea balzana, ma è stato dimostrato, anche tramite i casi dei feral children abbandonati e cresciuti da soli nella natura selvaggia, che, ad esempio, l’evoluzione da parte della mente umana dei concetti del “tempo presente” e del “tempo passato” come recipiente per le azioni compiute o da compiere è intrinsecamente legato allo sviluppo del linguaggio.

Non a caso, una personalità piuttosto ingombrante che fa capolino più e più volte nel romanzo, e viene trattata sempre con discrezione e mai con pesantezza, è il filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein, le cui idee vengono “incarnate” nella bisnonna della protagonista del racconto, lei stessa allieva di Wittgenstein. La caratteristica principale della figura della bisnonna, che tra l’altro si chiama come la protagonista, ovvero Lenore Beadsman – e questo gioco degli omonimi nel libro viene portato a piccoli picchi di deliziosa schizofrenia narrativa – è il suo non apparire mai nel racconto. Sul serio. Tutto ciò che si sa di nonna Lenore, è ciò che di lei viene raccontato, nonostante essa sia alla base degli eventi dell’intreccio. Nonna Lenore, nel libro, è esattamente quello che sua nipote Lenore, in cura da un analista per questo, ha terribile paura di essere ed effettivamente ha ragione a temere di essere: un puro costrutto linguistico. Vale a dire: parole. I libri sono fatti di parole, e se dovessi raccontare cosa ho fatto ieri sera userei parole. Una vita, realmente vissuta, la si potrebbe raccontare solo a parole: dunque perchè la realtà dovrebbe necessariamente essere lontana miglia da come la si racconta? Lenore nipote teme di essere solo “tutto ciò che di lei può essere raccontato”, testualmente, secondo le derive wittgensteiniane inculcatele dalla nonna. Tuttavia Lenore nipote è il personaggio di un romanzo perciò è per definizione tutto ciò che di lei ci viene raccontato, e che lei se ne renda conto è solo accluso al fatto che lei ci venga raccontata mentre se ne renda conto. Insomma, dopo questo preambolo decisamente generoso, ma necessario per chiunque non conosca quest’opera di David Foster Wallace, voglio introdurre un argomento piuttosto inquietante ma che a mio avviso occhieggia dal romanzo, si coglie il suo sentore enigmatico appendendosi a qualche parolina o frasetta dispersa per il deserto delle pagine.

Infatti, se consideriamo concetto linguistico e realtà alla stessa stregua – idea che, posso rassicurarvi, è stata ripudiata dallo stesso Wittgenstein – questo significa che il personaggio di un romanzo è un ente a tutti gli effetti, così come lo siamo noi, e anzi noi stessi potremmo essere esseri linguistici, che vengono raccontati mentre pensano di non esserlo. Questo porta, di conseguenza, al fatto che un personaggio abbia diritti quanto ne concepiamo avere noi, diritti su se stesso, soprattutto. Ora, immaginiamo un personaggio del nostro libro preferito, è una cosa semplice, ce lo siamo sempre immaginato un po’ come un amico o qualcosa del genere. E pensiamo che tutto quello che il personaggio fa e dice è frutto non suo ma dello scrittore che lo racconta. Se il personaggio è un essere quanto lo siamo noi, non ha alcun diritto su se stesso, in quanto lo scrittore lo tiene in pugno e lo muove come una marionetta lungo le pagine del suo racconto, convinto di essere un agente libero, ma che invece è impotente, incapace di muovere un solo dito contro la volontà dell’autore. E, cosa che avviene in un momento potentissimo di catarsi ne La Scopa del Sistema, se l’autore racconta il personaggio capace di comprendere questa fine tortura, ecco che la tortura raddoppia, diventa uno squisito e sadico gioco, un esercizio crudele del proprio potere immaginifico, o meglio, linguistico. “Ma tu neanche mi piaci, non mi sei piaciuto” urla e piange Lenore nipote contro il deuteragonista maschile, “ma allora perchè ho l’impressione che l’UNIVERSO INTERO mi stia spingendo verso di te?”.

La mia personalissima interpretazione de La Scopa del Sistema è che, oltre alle sue infinite tematiche, vada ad analizzare il tema della narrativa, che viene resa una sorta di “demiurgo” linguistico, come violenza e costrizione, come la manifestazione di un dio crudele contro un personaggio che tutto sommato potrebbe essere vero quanto il dio stesso. L’opera mostra inoltre come sia sufficiente raccontare un personaggio come comprendente il suo trovarsi all’interno di un racconto, e il suo essere impotente e raccontato, per contemporaneamente umanizzare e devastare quel personaggio, o meglio, quella persona, rendendola pericolosamente vicina allo scrittore, una sua pedina, un pezzo di carne – o di parole? – di sua innegabile proprietà.

1 risposta

  1. santina madeddu

    Detesto – la scopa del Sistema- . di una noia mortale. Lo comprai dopo aver ascoltato la presentazione alla radio. Venne letta quella pagina in cui la nonna ricevette la visita della nipote: è l’unica cosa che apprezzo di questo libro. Non capisco tutti peana innalzati all’autore. Preciso che sono un’insegnante, attenta lettrice, abbiamo una biblioteca di almeno 2.500 libri. ma , come dice B. Russell,
    “Non c’ è niente di più dogmatico del gusto”.

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