Testo di – GIULIA MAINO

 

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In una Lille contemporanea, la vita di Adele (adolescente inquieta alle prese con una sessualità in via di definizione) e quella di Emma (studentessa di belle arti dichiaratamente omosessuale) si incontrano e si intrecciano, fino a creare un legame indissolubile e indimenticabile, osservate e talvolta giudicate da un mondo contemporaneamente ottuso e accogliente.

Kechiche, tre anni dopo “Venus Noire”, torna al cinema con una nuova storia: dopo essersi confrontato con l’ostracismo perpetuato dall’occidente nei confronti di culture diverse, la sua macchina da presa descrive e spia un altro tipo di alterità: l’omosessualità femminile. L’eterno femmineo è spogliato (anche in senso letterale) da ogni manierismo, ogni orpello culturale, ogni rappresentazione iconografica per mostrarlo nella sua più totale e indomabile natura, dolce mistero, dinamico erotismo. La MdP del regista tunisino è invasiva, disturbante, al limite del voyeurismo ma mai maliziosa, o volutamente scandalosa: riprende la vita delle due ragazze con attenzione e naturalezza, con l’occhio apparentemente distratto del flaneur e quello meticoloso e ossessivo del documentarista. Una regia fatta di dettagli, primi e primissimi piani, che mettono in risalto le imperfezioni (un eyeliner messo di fretta, i capelli davanti al viso, la bocca sporca di sugo) e le aritmie di un mondo giovane e inquieto, quello delle due protagoniste.

Il film di Kechiche, inoltre, fa venire fame. I personaggi si cibano in continuazione, cibi proteici, speziati, dal gusto forte e deciso; il cibo sporca le bocche, facilita la conversazione, segna la routine, ma non sazia mai definitivamente. (Adele stessa ammette “mangerei tutto il giorno, anche quando non ho fame”). C’è dunque bisogno di nutrirsi ancora, assimilare cose nuove e dfiliverse. Le protagoniste fagocitano esperienze, volti, parole; la stessa letteratura diventa materia divorabile! Adele, infatti, adora leggere e conosce la prima definizione di amore in un classico della letteratura francese. Prova a metterlo in pratica con un suo compagno di scuola, ma nel loro amplesso, tenero e un po’ goffo, non trova il piacere necessario. E’ solo nella chioma azzurra di Emma che trova il brivido dell’inaspettato, dell’appetito insaziabile. Nella prima, lunghissima e sfiancante scena di sesso le due amanti si saziano dei loro corpi, del loro sudore, della loro stessa voracità. Una fame dirompente e armonica dipinge in loro atto d’amore di un’atmosfera bollente, bagnata dalla rugiada della prima esperienza e della ritrovata passione. Si prova imbarazzo e vergogna davanti a quell’appetito, ma si fa fatica a distogliere lo sguardo, poiché il coinvolgimento sensuale è tale da rimanere incantati, e religiosamente silenziosi. La storia di Emma e Adele, da quel momento, ci prende per mano e ci accompagna per le morbide volute e i dolorosi spigoli di un amore che trascende l’orientamento sessuale, i pregiudizi e le esperienze personali, capace di raccogliere dal fondo del cuore lacrime e ricordi che si credeva di aver superato, o dimenticato.

Lille, città silente e poliedrica, assiste come madre, sorella e nemica questa storia d’amore, pronta a illuminare con un sole autunnale i loro primi baci, fargli scivolare addosso una notte elettrica e confusa, svegliarle dal loro sonno con una luce bianca, materna. I personaggi che condividono la vita delle due protagoniste osteggiano, comprendono e assistono al loro amore con realismo, privando il film di ogni cliché o pretesa di drammatizzazione.

Kechiche, con echi di intimismo rohmeriano e di iperrealismo francese (ricordando in certi momenti “Entre Les Murs” di Cantet) dirige le due splendide protagoniste (Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos) in un film che esplode sullo schermo, coinvolgendo sensi, sentimenti e sensazioni.

Un film corporeo, tattile, erotico e trascendente sull’amore tutto, che lascia una volta usciti dal cinema un vuoto bellissimo, che non si vede l’ora di poter riempire.

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